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lunedì 10 maggio 2021

Il senso e la durata della vita


(7030 caratteri, 1412 parole, 8 minuti per leggerlo: forse è troppo, data la brevità della vita, vi capirò senz’altro; sarei ipocrita a non giustificare chi diserterà da questo istante e passerà oltre.)
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Se conoscessimo la data esatta della nostra morte ci sarebbe impossibile vivere? Forse sì, specialmente se fosse ravvicinata e se la conoscessimo d’improvviso già da adulti. 

Un cinquantenne che apprendesse di dover morire a 61 anni come affronterebbe il decennio che gli resta? Si ucciderebbe? Non riuscirebbe più a fare alcunché, sapendo che tutto sarebbe vano? Forse sì. Eppure è la nostra attuale condizione: dobbiamo morire con certezza, e potrebbe capitare tra due minuti, eppure andiamo avanti senza pensarci. Ogni giorno compiamo scelte che irridono la certezza della morte. Sarebbe dunque la certezza della data a renderci impossibile una vita serena? Non penso che sia del tutto vero.

Se tutti conoscessero la data finale già alla nascita, si abituerebbero alla cosa. Stai per partorire un bambino e sai che questo morirà a 5 anni: certo è straziante. Vivresti la vita in modo totalmente diverso, ma non sono convinto che non la vivresti, se questa cosa fosse normale e se valesse per tutti. Si tratterebbe di provare, dette così son solo chiacchiere, ne convengo. Mia madre ha 86 anni, non so quando morirà: supponiamo a 99. Alla nascita lo avrebbe saputo: sarebbe cresciuta con questo dato. Le avrebbe impedito di vivere? No, perché se ragioniamo sappiamo bene che dobbiamo morire e che molto ma molto probabilmente questo avverrà ben prima del secolo di vita. Se invece avesse saputo di dover morire a 26? Le cose sarebbero state diverse...
Il punto allora non è tanto il saperlo, ma il conoscerlo se è ravvicinato, il termine. Però... hai un figlio, sai che morirà a 5 anni. Sarebbero 5 anni strazianti? Sì, insopportabili. Ma se non lo sai e ti muore di botto a 5 anni, avrai comunque una vita piena di strazio, insopportabile, e fino alla tua morte. Ok, dice l’interlocutore: ma almeno avresti vissuto bene 5 anni, felice. Sì, è vero: ma solo perchè vittima di un’illusione, di un inganno, di un macigno invisibile sospeso sulla tua testa e pronto a colpirti. L’argomento, come si vede, è spinoso e difficile da sbrogliare.

C’è chi preferirebbe sapere la data rinunciando in cambio a qualche anno; chi assolutamente non vorrebbe saperla (la maggior parte).
Certo è che quel che ci fa vivere è la presunzione di essere immortali: un piccolo meccanismo della nostra mente che ci fa andare avanti come se non dovessimo mai morire, che ci impedisce di pensare all’ineluttabilità della morte. E’ per questo che facciamo continuamente progetti, stipuliamo mutui, mettiamo al mondo un figlio. Ed è anche per questo che siamo avidi, arroganti, egoisti. Quando si incrina quel meccanismo entriamo in crisi: non riusciamo più a vivere. Improvvisamente ci vediamo vivere. Scorgiamo con una nettezza inaudita la meschinità e la vanità del tutto. E siamo bloccati. Cadiamo preda della disperazione, della depressione. E magari ci uccidiamo. Se non ci uccidiamo, non viviamo più; al più, vegetiamo. Un po’ come, forse, se già a 15 anni sapessimo di dover morire con certezza a 40?

Di tutte le forme di vita che popolano questa sfera oblunga che gira silenziosa in un buio infinito e freddosiamo gli unici, noi esseri umani, a sapere che moriremo: solo, non sappiamo l’ora. Le altre forme di vita non sanno di dover morire. E non si pongono interrogativi sulla loro origine, sul senso del loro percorso di vita e sulla possibilità che esso termini.
Ecco perché sono esposte solo alla sofferenza, mentre noi siamo preda anche dell’infelicità. Noi sappiamo che la vita ci porterà dolore, sofferenza e morte, quindi soffriamo già prima di soffrire: siamo infelici. Sappiamo troppe cose per vivere con spensieratezza. Abbiamo paura di quel che conosciamo. Grazie a quel meccanismo di sopravvivenza, che noi non controlliamo, riusciamo comunque ad andare avanti, cavalcando un’illusione che ci facciamo sembrare vera, ma sotto sotto sentiamo sempre quella vaga inquietudine che basta un niente e diventa orrida disperazione e che comunque vena sempre di incertezza e di paura ogni attimo apparentemente felice della nostra esistenza piena di progetti, successi e ricordi. Se poi, come detto, il meccanismo si ingrippa, è la fine: diventi spettatore della tua vita, ne vieni spossessato, non hai più la ragione per muovere un muscolo. Capisci che tutto è vano e nulla ha senso, non riesci più a fare alcunchè: sei morto pur essendo vivo, con l’aggravante che vivi ancora e ti vedi farlo dal di fuori: una tortura unica e insopportabile. E ti trovi in mezzo a persone che sono come tu eri e che adesso per te è impossibile capire.

Siamo padroni della nostra vita? Sì. Non è un dono e se lo è ormai è nostro, come qualunque cosa, positiva o negativa, che ci venga donata. Ne siamo padroni ma non la dominimao del tutto, perché, come detto, essa è soggetta a una fine e non sappiamo quindi quanto durerà, e in quali condizioni la vivremo. Siamo padroni della nostra vita perché quello che siamo e che facciamo dipende da noi, non da un destino già scritto o da un dio. Quindi se sei un fallito, è colpa tua. Se non sei riuscito ad emergere come cantante, o a costruirti una famiglia, anche. Ovviamente tenuto conto delle cirocostanze (salute, sfortuna, cattiveria degli uomini, etc), che però non sono determinate da un’entità superiore e che non possono valere come scusa: sono frutto del Caso, che regola tutto e tutti influenza. Quel caso che ti fa morire a 3 anni di aneurisma o campare in buona salute fino a 100, quel caso che ti salva dalle ruote di un tir impazzito solo perché il vicino ti ha trattenuto a chiacchierare sulle scale trenta secondi. Quel caso che però non è una giustificazione perché, all’interno della cornice che ti è data, il quadro lo dipingi tu, e comunque è ... causale, e comunque non dipinge il quadro un’entità terza a te superiore. Siamo liberi. Siamo condannati in quanto liberi, perché siamo condannati alla libertà, à la Sartre. Nasciamo senza ragione, viviamo per debolezza, crepiamo per combinazione. E’ una visione che sembra darci libertà, invece ci mette sulle spalle un fardello pesantissimo.

Siamo padroni della nostra vita anche perché possiamo decidere di porvi fine in qualunque momento, ha detto più di uno. Possiamo conoscere il momento in cui moriremo, semplicemente decidendolo. Ed è vero. Molti lo fanno. Perché sono deboli, malati? Alcuni sì. Ma in generale chi lo fa non come conseguenza diretta di una malattia della mente lo fa consapevolmente, quindi si tratta di una scelta che dobbiamo rispettare e che, al contrario di quel che si pensa, richiede un coraggio formidabile, proprio perché deve vincere l’insopprimibile istinto alla vita che, nonostante tutto, arde dentro di noi e che, facendo appello molto spesso alla pura meterialità dell’esistenza, costituisce un richiamo irresistibile anche per chi è sull’orlo dell’abisso.

Quando sento parlare di senso della vita sorrido e mi prende l’angoscia. La vita non ha un senso. Dobbiamo essere noi a darglielo. E, davvero, non è facile, perché siamo mortali, siamo carne e ossa e pensiero, e quest’ultimo spazia libero, ha voglia di cielo,  mentre le prime due ci tengono ancorati quaggiù al nostro triste e finito cammino. Cercare un senso in questa esistenza vuol dire soffrire in maniera atroce: è come sta chi proprio un senso non riesce a darlo e quindi, come detto, lo cerca senza trovarlo, dato che non c’è. Non si tratta dell’esistenza o della non esistenza di un dio a scelta tra quelli a cui gli uomini hanno creduto o tuttora credono nelle varie civiltà e nella varie parti del mondo, la questione è più complessa. Credere in un dio creatore è certamente lecito ed è uno dei modi di dare un senso al tutto, ma è bene aver chiaro i termini della questione: questo dio esiste come esiste Superman, esiste certamente, ma perché lo abbiamo creato noi. Non penso che esista un sistema di valori superiore a cui dobbiamo riferirci o uniformarci. Questo vuol dire relativizzare la morale? Non so, può essere, e capisco che sia rischioso, ma l’alternativa è pura finzione: può essere utile per vivere, addirittura essenziale, ma resta una finzione.

Alla fine, ho più false certezze disvelate che nuove certezze, è vero. Ma è bene sgombrare il campo da quel che non serve, sperando di trovare un modo per guadare questo grande fiume, avendo ben chiaro in testa che siamo soli e che solo da noi, oltre che dal Caso a cui abbiamo dato nei secoli vari e vani nomi, dipende quel che faremo durante questa esperienza dalla durata non prevedibile. 


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domenica 2 maggio 2021

Fedez non è un eroe


Fedez non è un eroe.
Siete abituati a usare questa parola per un centravanti che fa tripletta o per un passante che soccorre un suo simile che si sente male, per un medico che fa il suo dovere, per un tizio che sventa una molestia sul bus, per un figlio che assiste il genitore malato: avete perso il significato delle parole. 
E nemmeno ha mostrato un particolare coraggio, in assoluto: ha reti resistenti, non ha fatto un salto nel vuoto.
La sua esibizione appare come fantastica solo perché viviamo in un mondo rivoltante; in terra di ciechi chi ha un occhio solo è già degno di rilievo. 
Ha fatto una bella cosa, ma non ha salvato il pianeta da una collisione mortale.

Fedez è un artista che fa cose che a molti neppure piacciono.
Fedez gode di una popolarità non meritata, o comunque difficilmente giustificabile in quelle dimensioni, come quella della moglie, addirittura metafisica.
Non sono un suo fan, non lo seguo.
E se quello che dice ha impatto, se la Rai osa censurarlo ma poi rinuncia e lo manda sul palco, se la Lega si indigna ma non troppo, è solo perché Fedez ha un seguito enorme e può muovere con un clic una fetta enorme di opinione pubblica, non perchè ieri sera (e in altre due o tre occasioni) ha espresso idee sublimi: cercate di capirlo, su, non è difficile.

Adesso è già cominciata la caccia allo scheletro nell’armadio di Fedez. Vi diranno che Fedez fa musica da schifo, che è straricco e spreca il denaro, che all’asilo si scaccolava, che al liceo attaccava le gomme da masticare sotto il banco, che sua moglie compra borsette da tremila euro, che in salotto ha un divano in pelle umana, che di notte diventa un vampiro e gira per Milano a caccia di colli da cui attingere sangue fresco, che lo ha fatto solo per acquisire ancora più popolarità, che sotto sotto progetta di buttarsi in politica prima o poi, vi ricorderanno la figuraccia del supermercato, e quella dell’elemosina fatta dalla limousine, e l’estrema inconsistenza del numero di follower, etc. Tutto vero, o verosimile, o falso ma credibile. Quelli che adesso cercheranno di screditare l’autore di una frase o di un’azione lo faranno per il solito fine: screditare l’atto o la frase, assieme a chi l’ha compiuto o pronunciata. Sono troppo limitati, culturalmente e come cervello, per capire che i due piani sono distinti, che se, per esempio, Salvini dicesse che oggi è domenica, la frase sarebbe vera anche se Salvini è un politicante pessimo.

Fedez può essere un uomo perfetto, o uno zozzone: ma quello che ha detto ieri resta sublime. E’ un concetto difficile da capire per quei decerebrati che discriminano le persone in base a religione, orientamento sessuale, colore della pelle.  Inoltre Fedez non campa di soldi pubblici e non ha colpe nello sfacelo di questo Paese: due differenze importanti rispetto al 70% dei politici che da oggi lo criticheranno o faranno finta di condividerne le posizioni. E non è razzista né omofobo: un indubbio pregio rispetto a coloro che critica.

Fedez ha detto quello che io, e per fortuna non solo io, penso dalla nascita. E anche io non avrei avuto problemi a dirlo su un palco, sebbene non sia avezzo ad esibirmi: al massimo ci avrei messo un minuto per sciogliermi. Anzi, essendo un perfetto sconosciuto, avrei calcato ancora di più la mano. A me non lo avrebbero fatto dire, però, perché le mie proteste dopo la censura si sarebbero perse nel vento. Fedez è una potenza, metterselo contro può essere rischioso. Grazie a questa sua potenza mediatica e “politica” ha potuto esprimere idee giuste che di solito non trovano visibilità: non lo trovo del tutto giusto, anche se di certo non è colpa sua, ma del sistema a cui la vice direttrice di RaiTre (quando si dimette?) avrebbe voluto ricondurlo prima del concertone del primo maggio.

Tutto questo per dire che in Italia il sistema dell’informazione è marcio al 90% e non ci voleva Fedez per capirlo; moltissimi (politici e cittadini semplici) sono razzisti e omofobi; moltissimi sono servi e ipocriti. Mancano un sacco di leggi che in altri Paesi sono cosa fatta da anni, mancano severe punizioni per chi sbaglia, c’è disuguaglianza e ingiustizia a piene mani e le istituzioni sono infestate da delinquenti; l’indebita influenza della Chiesa cattolica contribuisce in maniera notevole a frenarci.

E per ribadire che Fedez non è un eroe. E’ solo una persona che gode di popolarità notevole e che  a volte usa questa popolarità per affermare idee giuste: un atto nobile ma non eroico. Degno di nota, perché molti sono famosi ma non si espongono, o perché hanno anch’essi idee corrotte o perché hanno paura di rimetterci sul piano personale. Spero lo faccia ancora. E’ dunque meritevole e il suo discorso di ieri è ottimo, ma avrei preferito un Paese in cui anche a me fosse data questa chance, o ancora meglio: un Paese in cui non si dovesse più parlare nel 2021, di gay e etero, di donne e uomini, di neri e bianchi, di “gender” (qualsiasi cosa voglia dire) e di “famiglia tradizionale” (qualsiasi cosa voglia dire).

Restiamo molto lontani da un orizzonte di convivenza accettabile, Fedez o non Fedez. Dobbiamo far pulizia, cacciare a pedate dalle istituzioni pubbliche tutti quelli che rubano e veicolano idee sbagliate, seminando violenza (le parole sono i semi della violenza fisica), e dobbiamo emarginare, anche dalla nostra vita, tutti quelli che nelle parole e negli atti dimostrano di essere infettati da idee sbagliate, inumane: il macellaio all’angolo, il dentista, il collega, il cugino. Gli omofobi, i violenti, i razzisti devono essere emarginati, disattivati: un adulto razzista o cattomofobo non lo recuperi più, puoi solo renderlo il più possibile innocuo per gli altri. Dobbiamo istituire un lockdown personale attorno agli omofobi e ai razzisti che conosciamo. Solo se li emarginiamo possiamo salvarci e renderli inoffensivi, perchè gli omofobi e i seminatori d’odio portano le persone a fare del male o a farsi del male. Non chiedo una caccia alle streghe tipo MeToo: quella è barbarie che si usa per replicare a barbarie. Chiedo leggi eque e severe, punizioni esemplari. Non voglio rovinare la vita a una persona sulla base di una denuncia magari campata per aria, voglio impedire a persone grette, ignoranti e pericolose di decidere della mia vita e della vita dei miei figli e dei miei simili, sulla base di pregiudizi schifosi e di idee da vomito magari veicolate da religioni farlocche costruite sul nulla da uomini viziosi che predicano virtù: è ben diverso.

La strada da fare è lunghissima. Ma gli zozzoni lo sanno, che non molleremo mai.

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Serie A

Parecchie cose servirebbero alla serie A per diventare un torneo appetibile, divertente, equilibrato, senza ombre (favoritismi, condizionamenti, difformità di giudizi, sospetti, opacità).
A cominciare da un bel tetto salariare (base fissa modesta, a fasce, e poi premio a punti), e poi un fair play finanziario rigoroso, il fallimento per chi fa troppi debiti, la galera senza sconti (e il daspo a vita) per chi trucca o cerca di truccare le partite, il daspo a vita per chi crea plusvalenze fittizie, un filtro all’ingresso per evitare l’arrivo di squali e profittatori, il rispetto delle regole anche formali (es: penalità a chi si assegna i trofei da solo), eliminazione di tutti i conflitti di interesse (male italico gravissimo in tutti settori), un sistema arbitrale indipendente in cui la carriera di un arbitro non dipenda dal gradimento che di lui hanno i grandi club, un var riformato e anche a richiesta, una distribuzione dei diritti tv all’inglese (la somma maggiore all’ultima in classifica), un limite numerico più stretto alle rose e un limite al numero di compravendite effettuabili nell’anno, una politica diversa sul settore giovanile, e poi (ma qui possiamo discutere) abolizione del mercato di gennaio, maggior semplicità nell’acquisto dei biglietti, maggior accorpamento dei match settimanali. E (obbligatoria) una nuova formula per la Coppa Italia, all’inglese: eliminazione diretta fin dal primo turno, coinvolte tutte le squadre di A, B e parecchie di C, turno unico in casa della più debole, si rigioca se finisce pari e questa volta sul campo dell’avversaria; non la pagliacciata degli ultimi anni, costruita apposta per far vincere la Coppa alle solite 3-4 squadre, giocando 3-4 partite appena.
La bellezza del campionato dipende soprattutto dall’equilibrio: un filotto di 9 scudetti Juve o di  5 Inter (prendendo in esame gli ultimi due filotti di rilievo) sono poco interessanti e certamente meno interessanti degli scudetti del 70 al Cagliari, 69 alla Fiore, 91 alla Samp, 85 al Verona.
La migliore réclame del calcio è uno scudetto a Genova, a Verona, a Leicester, non un dominio Juve o Bayern.
Il campionato è bello soprattutto perché c’è Pisa-Milan o Juve-Crotone, non perché c’e’ Inter-Milan o Juve-MIlan. E Sampdoria-Genoa, Bologna-Parma, Palermo-Udinese. Un torneo con le sole 6-7 più forti stuferebbe dopo sei mesi. Occorre fare in modo che tutti o quasi tutti possano ambire al titolo e che chi lo vince ci riesca soprattutto per meriti, non solo e semplicemente perché può spendere (buttar via9 in estate 250 milioni (a debito, quindi non suoi) anzichè 25.
Il tentativo della Superlega, illegale e vomitevole, è da rigettare anche perchè incentiva un sistema in cui si gioca non per divertirsi ma per far soldi. Quello che conta è allora vendere un prodotto e non godersi una partita; si guardano gli highlights e ci si annoia durante i match. Purtroppo i giovani sono così, sanno sempre meno di calcio, non sanno leggere un match, non lo guardano nemmeno: bastano le azioni di rilievo e i gol. E magari scommetterci su qualche euro. Sanno ben poco di tattica e non conoscono le dinamiche psicologiche di questo sport popolare e affascinante. Sono fruitori grezzi e ignoranti anche perché vengono educati male: se il livello si abbassa, la gente si adegua: E’ come con la programmazione televisiva, se non dai teatro ma i reality il pubblico si abbassa di livello e chiederà cose sempre più sconce.
Sarà dura fermare questa deriva che rovinerà questo sport.
Al di là di questo, la vittoria dell’Inter mi fa piacere, tralasciando alcune facce che non sopporto, perché interrompe un filotto che si era fatto noioso, per non dire altro. Voglio dire, io avrei preferito un titolo al Napoli, o all’Atalanta (sebbene non sopporti umanamente il suo tecnico) o al Sassuolo, ma mi accontento. E avrei preferito che all’inizio dell’anno ci fossero stati almeno 7-8 team in grado di arrivare fino in fondo in testa alla classifica. 
Resta invece sempre vero che in Italia, all’inizio di ogni anno, sono solo 3 o 4 al massimo le squadre che possono davvero vincere lo scudetto, a volte un paio. E’ troppo poco. Non è possibile che alcuni club possano investire centinaia di milioni (che spesso non hanno) e altri 15 o 30, o possano remunerare un singolo calciatore quanto un’altra squadra remunera l’intera rosa.
Il denaro è un mezzo, se diventa il mezzo, e mette in secondo piano tutto il resto, compresi gli irrinunciabili valori sportivi, e anche il fine, addio. 

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Una squadra che si vuole bene e che cerca sempre di sorridere



Io voglio una squadra che si comporta bene, che rispetta le regole, gli avversari e gli arbitri, che ama (riamatissima) i suoi sostenitori, la città, la regione, che si sostiene nelle difficoltà con generosità e altruismo, che gioca per divertirsi e per divertire e che prova con tutte le sue forze a vincere, senza però farsene una malattia: voglio giocatori che si vogliono bene. Voglio persone degne, prima ancora che bravi calciatori, persone che vestano la nostra casacca con onore e che ci facciano sentire orgogliosi di quei quattro magici colori. Uomini che ci diano qualcosa e a cui noi si riesca a dare qualcosa, e che quando ci lasciano portino un imperituro e dolce ricordo di noi e della nostra meravigliosa città.

Voglio comportamenti sobri e, anche se di protesta, pur sempre nei limiti, anche quando i giudici di gara prendono decisioni sbagliate (errare è umano), anche quando prendono decisioni sbagliate che è impossibile sbagliare e che ti fanno ribolllire il sangue per la rabbia di chi viene preso in giro e vede vanificati i suoi sforzi da fattori extracalcistici e che con lo sport non hanno nulla a che fare.
A volte il nervosismo ti prende, ma a noi capita di rado: anzi, protestiamo troppo poco, e alla fine il telecronista che si crede astuto e invece è solo ingenuo o prezzolato afferma: si vede che non era fallo, se il giocatore colpito non ha scatenato l’inferno. O si vede che è sampdoriano...

Certo, a volte sbrocchiamo anche noi. A volte in campo, a volte a livello dirigenziale sotto forma di lecita e corretta protesta ufficiale. Ma quando capita (di rado, e quando il vaso è ben colmo), è una notizia, e poi davvero noi non abbiamo il potere (politico o mediatico) di influenzare chicchessia con le sceneggiate e le proteste (e non vorremmo averlo), quindi casomai sarebbero sempre reazioni isteriche e proteste a caldo, mai tentativi truffaldini di far pressione sull’arbitro o di condizionare alcunché.

E, soprattutto, quando ci capita di sbagliare (ripeto: di rado), sappiamo di aver sbagliato, a differenza di altri che invece fanno dell’arroganza e dell’antisportività le cifre più luccicanti della loro ragione sociale, e sbraitano da una indubbia (e ingiusta) posizione di forza politica e mediatica (il che è pure un’aggravante).


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E voi?



Vi sta sfuggendo una cosa.
Fedez non deve vergognarsi, è evidente.
I funzionari Rai sì, e parecchio, ma anche loro sono vasi di coccio: di più devono vergognarsi i politici da cui dipendono e da cui sono stati messi lì per fare ogni giorno il teatrino pro questo e contro quello, al fine di prendervi per il culo dopo avervi pure munto il canone.

E poi, che dire, si dovranno un poco vergognare gli autori di quelle ignobili frasi citate da Fedez sul palco? Quegli zozzoni che hanno osato dire quelle fetide cose? E quelli che in questi anni le hanno dette e non sono stati ricordati da Fedez?
Quelli che vanno al Family Day, invocano il rogo per i non etero e poi hanno avuto tre mogli, due amanti e passano il venerdì sera sul viale a caccia di amori diversi? Quelli che sono per la famiglia e poi mantengono un intero palazzo di sgualdrine da utilizzare nelle cene eleganti? Quelli che fanno sesso con donne e uomini come capita ma si indignano alla sola idea di eliminare assurde discriminazioni? E quelli che siedono in Parlamento ma sostengono ancora oggi, e senza vergognarsi, e senza che venga mai applicata la legge che pure esiste, le idee di chi gli omosessuali, i neri e gli ebrei li mandava a morire nelle camere a gas?

Abbiamo (avete) chiuso per troppo tempo gli occhi su un “partito” intriso di odio. E su altri che propugnano il più bieco fascismo. Presi come eravate a farvi fottere il cervello da giornali venduti e a far le pulci ai nuovi eletti, onesti e non compromessi, o ai giornalisti e ai giudici integerrimi. Lesti a cadere nella bieca trappola di questi tristi figuri dell’informazione e della politica, pronti a pensare che i vostri problemi fossero causati da quattro migranti disperati.

Hanno colpa questi zozzoni, certo, e chi dovrebbe denunciarli e invece censura le voci che lo fanno, ma non sapete quanta ne avete voi, di colpa, che disprezzate ogni giorno, al bar, in ufficio, a casa, sui social chi ha la pelle nera, chi ha fame, chi ama persone del suo sesso, chi migra per disperazione, e che da anni e anni e tuttora votate e sostenete queste vere e proprie macchine dell’odio, fra l’altro infarcite da incapaci e corrotti, da ignoranti e pregiudicati.

Fatevi pure schifo. 

——

Non mi sta simpatico, non sono un suo fan, pure sua moglie non mi ha tra i suoi estimatori/follower.
Ma, porca miseria, se ripenso a quello che ha fatto e detto negli ultimi mesi, in tre o quattro occasioni chiave, direi che Fedez è il candidato numero uno per fare il segretario di un ipotetico partito di sinistra, moderno e utile, dalla parte della povera gente, per i diritti, contro i privilegi e gli abusi.
Potremmo dire: ti rendi quindi conto di come siamo messi?
Diciamolo pure, ma non deve suonare come offesa a Fedez, che anche stasera sostengo al 100% (discorso al Concerto e pubblicazione della telefonata), semmai più come indubbia e amara constatazione dello stato comatoso della politica italiana, a parte qualche importante e recente eccezione.

——

Adesso però, venuto alla luce il marcio del sistema dell’informazione, con le tv che censurano e “normalizzano”  e i giornali che leccano avidamente i culi amici e infangano gli avversari, non mi direte che ci voleva Fedez per ricordarvi quali vergognose posizioni omofobe, razziste, xenofobe e violente (la violenza della parole è seme della violenza fisica) abbiano assunto i leghisti dalla nascita a oggi, e i fascisti da sempre, vero?
E non ci voleva mica il caso meschino della tentata censura di stasera per farvi capire come nove giornali e tv su dieci siano propalatori di falsità, servi sciocchi o pagliacci a libro paga?
Perché altrimenti dubiterò della vostra intelligenza.

——

La Rai, Radio Televisione Italiana, a cui tutti paghiamo il canone (in bolletta luce) per riceverne in cambio un mare di pubblicità insulsa e programmi che nel 90 per cento dei caso fanno schifo ai cani, ha fatto una figura di cacca epocale.
Negare di aver cercato di modificare il testo di Fedez per il discorso del Concerto del Primo Maggio è stato un autogol incredibile: forse qualcuno non sospettava che Fedez avrebbe imbracciato il cannone e deciso di pubblicare la telefonata negata.
“Si adegui al sistema”: che invito vergognoso.
La telefonata che Fedez ha ferocemente reso pubblica copre di vergogna la Rai agli occhi del mondo, mostrando cose che già si sapevano ma che erano sempre occulte.
Onore a Fedez, di cui non sono fan ma che ha mostrato, e non è la prima volta, idee nobili, coerenza e coraggio.
Una figura cosi’ meschina da ricordarmi quella che pochi giorni fa ha coperto di ignominia il gran capo capo del calcio italiano, il presidente pieno di debiti che tradisce la fiducia di colleghi e amici per farsi una leghetta privata dopo essersi autoletto tra i migliori del reame.
#Concertone #Superlega



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