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sabato 4 novembre 2023

Meteo boys





Fino a due anni fa la gggente, al massimo, parlando di nuvole, ti diceva: ehi, “guarda come sono nere nere, adesso viene giù di tutto”. Oppure “aho, nun ce sta ‘na nuvola”. O ancora: “guarda quella, pare un elefante. E quella? Uguale uguale a un caz...”, ehm. Oltre al classico: “l’ha detto Bernacca”.
Adesso invece so’ tutti esperti. Tutti a parlare de nuvole a mensola, a baldacchino, a lasagna, a nido di rondine, a pene di criceto. E vai di duanbast, masse d’aria, raffica lineare, linea precipitativa, radar, fronte freddo, prefrontale, vusceped e balle varie. E se per caso te scappa detto tromba d’aria pare che hai detto ‘na parolaccia, se poi scrivi bomba d’acqua invece di nubifracico sei socialmente finito.
All’improvviso gente che prima apriva la finestra e diceva “va a piovere” disquisisce di minimi depressionari, cicloni e anticicloni, ostro, libeccio, prezzemolo e finocchio.
Ok, mi sta bene. Se uno studia e sa lo rispetto. Io non so un beato caxxo e difatti quando minaccia pioggia aggiorno il testamento, prego tutti gli dei esistenti, da Shiva a Ganesha, da Thor a Odino, da Persefone a Yahweh, senza far distinzione (credo in tutti) e poi mi rinchiudo in un bunker ordinato su Amazon (modello Armageddon) con scorte di cibo per due mesi.
Ma evitate di scassare le sacche scrotali con previsioni scatta-csanacs e di dirci ogni tre per due quanto è bello beccarsi sul muso un temporale che ti schiaccia il nas0 e te lo spo —stA sotto il ginocchio.
Img: Gratteri on Twitter 

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domenica 7 maggio 2023

Belìn Belàn Belandi

Un mondo dietro a queste tre parole, di cui la prima essenziale per un genovese e per molti liguri o basso piemontesi, per non parlare della Lunigiana bassa, della Val di Magra e della costa francese da Mentone a Nizza, di Carloforte in Sardegna, e, oggi un po’ meno, della Corsica.

C’è chi dice che belàn o belàndi non sono prettamente genovesi e comunque sono una variazione edulcorata di belin, un po’ come cacchio o caxxarola per caxxo. Ci sta, ma non sono di Genova Genova! Anche belì-scimu (bellissimo) è ben poco genovese, anche se si sente ma soprattutto nel ponente.

Di certo belìn oggi ha perso molto del suo originale senso offensivo o maleducato e pur restando una parola da non usare a pranzo con la Regina (io son fermo alla Regina, non mi parlate di quel tizio che ieri ha preso il suo posto) è sdoganato ed è timbro di fabbrica del genovese. E’ quasi simpatico.
Gli si può dare discrezionalmente significato offensivo, ma in genere ormai significa “Accidenti, caspita, altroché...”.
Eppoi è sia un’intercalare ormai diffuso, sia una parola versatile al massimo, si può usare in mille modi.
Facciamo qualche esempio.

Da Wikipedia leggiamo alcuni esempi interessanti che ci fanno capire come anche la posizione del belìn nella frase sia essenziale. 
Se usato all'inizio della frase può servire come incipit per una domanda ("Belìn, pioverà mica, stamattina?", alla stregua di "Che ne dici, pioverà questa mattina?"), o sottolineare una sensazione di sorpresa ("Belìn, e chi se l'aspettava?" alla stregua di "Ma dai, e chi se l'aspettava?"), in quest'ultimo caso la parola si può anche porre in mezzo alla frase ("sono uscito da casa e, belin, ha iniziato a diluviare", in modo simile a "sono uscito di casa e, perbacco, ha iniziato a diluviare").
Usato nel mezzo di una perifrasi, serve come pausa rafforzativa, alla stregua di "caspita" ("Sono andato a far la spesa stamattina e, belìn, mi sono dimenticato il portafogli a casa!").
Se usato alla fine della frase può indicare una forma di orgoglio o lagnanza verso l'azione descritta, a seconda del tono ("Sono andato a far la spesa anche stamattina, belìn!": in caso di lagnanza come sinonimo di "uffa"; in caso di tono orgoglioso come sinonimo di "hai visto?")
(IMPORTANTE) La parola 'belìn' ha una grande varietà di significati a seconda della sua intonazione. Rispondere a una domanda - per esempio "hai mangiato?" - con belìn può indicare: che si ha mangiato troppo ("altroché!"); che si ha mangiato bene ("alla grande!"); in tono sarcastico per indicare che al contrario si ha mangiato poco ("sì, proprio..."). La comunicazione non verbale, gestualità, tono e mimica facciale sono quindi determinanti nel cogliere le diverse accezioni.
Il termine può assumere tono e significato affermativo, stupito, rafforzativo (i più comuni), risentito, iroso, sconsolato, ironico, beffardo e altro ancora.

Lasciando Wikipedia, diciamo che belìn è davvero una parola fantastica.

Guarda come gioca quello, è un giocatore del belino! (Giudizio negativo)
Belìn, che giocatore!   (Giudizio positivo)

Belinata vuol dire caxxata, cosa di poca importanza, cavolata, ma anche bugia, sciocchezza. “Non dire belinate!” (Stupidate, bugie) “Ti ho preso una belinata come regalo” (una sciocchezzuola, una cosa da poco)
Abelinou vuol dire scemo, sciocco
Belinun: anche peggio, tonto, idiota

Se ti imbelini vuol dire che inciampi, se chiedi a tua moglie dove ha imbelinato i tuoi occhiali è perché non li trovi... Ma vuol anche dire cacciare, mettere: “Imbelina un po’ questa pentola nell’armadio...”
Ma imbelinarsi vuol dire non solo inciampare, ma anche infilarsi in un guaio, in un discorso pericoloso, etc
Cosa m’imbelini?  Cosa stai imbelinando? significa: cosa mi combini?

Battersene il belino vuol dire fregarsene, “me ne imbelino” secondo alcuni lo stesso (a Roma dicono “sticaxxi” -non mecojoni, occhio) anche se per molti invece “Meninbelino” vuol dire Certo! Ovvio! Lo credo! Perbacco! Eccome!, essendo già l’espressione me ne batto il belino a voler dire me ne frego altamente. 

Portar via il belino vuol dire andarsene, avere il belino girato o inverso vuol dire essere di pessimo umore, essersi alzato male...
Mi gira il belino si dice quando uno è arrabbiato, o non mi far girare il belino (avvertimento).

Poi ho trovato su un forum altre espressioncine che non vivendo nella mia città uso poco: 
Ho nel belino che... Cioè “Ho intu belìn...” (ho l’impressione che, mi sento che, ho paura che...), sentita poche volte ma bellissima.

Conosco bene invece
Malinbelinato: malvestito, mal conciato, malmesso.

Continuiamo:
Non menarmi il belino è non rompermi le balle
Farsi mangiare il belino dalle mosche vorrebbe dire perdere un sacco di tempo, temporeggiare, aspettare (mi fido, non penso di averla mai sentita questa)
Desbelinarsi vuol dire darsi una svegliata, darsi una mossa, cavarsela
Desbelinato è una persona sveglia. “Desbelinite 'n po, figieu!» 

Belàn, abbiamo detto, è versione edulcorata, come detto, e di fuori Genova e in ogni caso è molto meno offensiva, è più un commento positivo! ; Belandi è non genovese, a occhio, forse spezzina; Belinda non so cosa sia, dicono di Imperia, ma insomma non mi piace.

Se belinun o abelinou vogliono dire tonto, scemo, ecc, belina invece presuppone che la persona abbia fatto qualche porcata sapendo di farlo, quindi è tecnicamente uno “stronxo”, cioè una belina! Può quindi essere molto offensivo, specie se “belinn-a!” Ma a volte si usa belina anche in senso bonario... esempio, quando hai fatto una belinata, puoi pensare: Che belina sono stato!

Dite che fare questo post è stata un’idea del belino? Chissà.. I
In ogni caso se non vi piace basta passare oltre, senza scaramellarmi il belino...

Belìn sappiamo cosa vuol dire, ma non si dice mai “il belìn”!
Se vogliamo indicare proprio l’organo, diremo “il belino” (mi gira il belino, non menarmi il belino, non capisci un belino).

“Do belìn”, si dice di  persona/oggetto che non è affidabile.
«A l'è unna scâ do belin» («è una scala inaffidabile»)

Ho poi trovato questa interessante osservazione sulla lunghezza delle vocali:
Beeelìn! = accidenti / che roba! (spesso con accezione positiva, anche pronunciato “booolìn!”)
Dai, belìiin! = dai, su! (spesso con frustrazione)
Eh, belìiin! = eh, addirittura! (nel senso di assurdità/irrealtà)
Oh belìiin! = oh cazzo (spesso pronunciato “obbelìn“)

Come vedete, è un mondo vastissimo quello del belìn!

A belìn de can: “fatto male”
Avèi o belin inverso: essere di cattivo umore, lo abbiamo già detto, qui però in genovese.
Fâ rïe o belin: che vorrebbe essere spiritoso senza riuscirci!  Detto di parole stupide.

Altri modo di dire:
affiâse u belin = affilarsi il belino, affilare le armi, le unghie.
avèine u belin pin = essere stufo, aver perso la pazienza.
me gïa u belin = mi girano le scatole (oppure fare qualcosa con estrema controvoglia)
ma cösa l’ha into belin? = ma cosa ha in/per la testa?

—-
Detto del belìn, ci sono poi alcune parole che, pur non parlando il genovese (ma capendolo benino) mi piace usare e adoro:

Tapullo
E’ una riparazione di fortuna di cui andare orgogliosi, spesso fatta con materiale di recupero o improbabile.

Ravatto
Oggetto di scarsa qualità o se riferito a persona “di scarsa qualità estetica”. Io lo uso anche nel senso di oggetto inutile o persona inutile, quelle cose che uno conserva perché non si sa mai ma poi occupano solo posto e non servono a niente! Ciarpame.

Sbulinato
Chi si veste con abiti vecchi, rovinati, chi va in giro con capelli lunghi e incolti, barba non curata, insomma “trasandato”

Sgrêuzzo
Chi agisce senza pensare e ha modi rudi e grezzi, non ha mezze misure, magari fisicamente prestante ma poco fine, per esempio a tavola.

Pittima
Chi si lamenta sempre, magari perché ha sfortuna. E’ quindi difficle da sopportare, alla lunga.

Leggera
Cattivo esempio per i giovani, chi vive un po’ così, come viene viene, alla giornata, cazzeggiando, passando da un bar all’altro, magari con frequentazioni poco raccomandabili e comportamenti al limite.

Miscio
Senza palanche (senza soldi).

Maniman
La traduzione più corretta è “non si sa mai” 
“Maniman c’è la fregatura”

Gondon
Preservativo. Ma anche canaglia, una persona ruffiana, furbastra o, tra amici, furbacchione

Mussa
Oltre a essere la versione femminile del belìn (non come uso ma come organo a cui si riferisce), vuol dire anche balla (contamusse = contaballe).
Pin de musse vuol dire pieno di scuse, pieno di storie, uno che ne ha sempre una e non gli va mai bene niente.

Brigola
Brufolo, foruncolo... L’ho sempre usato.

Magone
Angoscia, peso sullo stomaco, nodo alla gola, forte malinconia

Rumenta
Un classico. Spazzatura, ok. 
Ma anche riferito a persona, spesso scherzoso ma neanche tanto.
In ambito calcistico a Genova è usatissimo.

Paciugo
Pasticcio, casino, fanghiglia, poltiglia

Refrescûmme
Lezzo di stoviglie mal lavate, puzzo del pesce non fresco.

Bratta
Fango, ma anche sporco. E in senso figurato: sono nella bratta, sono nei guai, ho grossi problemi

Bulacco
Secchio

Friscêu
Frittella

Mandillo
Fazzoletto

Remescia’
Mescolare, girare

Spegassin
Imbianchino

Spegetti
Occhiali

Tomata
Pomodoro 

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venerdì 11 novembre 2022

Lettori

Certamente sapere che alcuni mi leggono mi fa piacere. 
Intendo alcuni oltre a quei pochi che mi leggono (presumo) e poi, se hanno gradito, mettono il like o, se non hanno gradito o hanno gradito troppo o sono bipolari, la faccina che ride sguaiata. 
Anche se magari non sempre condividono quel che penso o approvano quel che scrivo e come lo scrivo.
Anche se mi considerano fuori come un terrazzo e mi leggono solo perché sono divertente o solo perché con me ci si può sempre aspettare la cosa assurda o dissacrante.
Anche se, come detto, non mi mettono quasi mai un like: scrivo tanto, il dito si stanca, non solo il mio. Anch’io, in effetti, metto meno like di quel che sarebbe coerente con quel che provo.

Esser letti conta, è già un apprezzamento (e poi: chi disprezza, compra).
Il resto servirebbe, certo: ma anche no.

Io, da parte mia, faccio quel che è giusto. Dico sempre come la penso davvero, senza filtri, sui più svariati argomenti. Mi schiero, giudico. Parlo di tutto ma mai nei dettagli di temi che non padroneggio. Non scrivo balle. Faccio politica, non propaganda. Cito le fonti. Creo contenuti. Parlo a volte della mia vita, senza infingimenti. A volte uso parole che in società non si dovrebbero usare (esempio: minchione, leghista, idiota, merd@). A volte sono prolisso (immagino cosa pensate voi, io tale non mi considero quasi mai), ma spesso anche breve o brevissimo. Vado dal post di sessanta righe al tweet o all’aforisma. Evidenzio notizie. Critico e discuto. Dileggio quando devo, ma solo quando devo ed è accettabile farlo. Non perculo mai chi ha perso, nello sport: ho un codice ferreo, mantovaniano. Al massimo do lezioni di vita a chi lo fa. E rispetto gli avversari. In politica, però non chi straccia la Costituzione e i diritti naturali. Mi ribello alle ingiustizie, cerco di mantenere obiettività. Cerco di scrivere bene, ma anche originale e di evitare i refusi (non sempre ci riesco).
Insomma, per il Pulitzer o il Nobel chiamate ore pasti, grazie.


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giovedì 17 marzo 2022

Mi chiedo che cosa ci vogliano fare con quella vernice




[6147 caratteri; la parola “nausea” compare 5 volte e le parole sono 1252, parentesi quadra inclusa: questo è perfezionismo maniacale. Comunque Guerra e Pace, in inglese, contiene circa 600.000 parole, oltre al fatto di essere mediamente scritto meglio]

MI CHIEDO CHE COSA CI VOGLIANO FARE CON QUELLA VERNICE

10 aprile 2021, sabato

Due giorni fa ho terminato La nausea di Sartre. Lo avevo già letto in gioventù, poi per anni mi sono limitato solo ad averla di frequente, ma questo è un altro discorso che sarebbe troppo noioso affrontare e che chiamerebbe per forza il mondo sul banco degli imputati, e chi sono io per pretendere di processare tutto quel che ci circonda (da notare il carattere minaccioso dell’espressione)? Avevo anche letto L’età della ragione (che ho sotto adesso), ma questo non lo ricordavo, anche se a ben vedere ne ho tracce dentro di me.

Devo ammettere che La nausea è un romanzo filosofico che mi ha segnato ben al di là di quanto sospettassi. Non vi allarmate, questo testo che state leggendo non è una recensione anche se può avervene dato l’impressione, tanto meno è la recensione di un libro del poliedrico francese; ma toglietemi una curiosità (non tutte, però, perché senza che vita sarebbe? Sarei costretto ad accendere la televisione, non solo a spolverarla di quando in quando): davvero siete arrivati a questo punto senza fare scrolling? Mi stupite, non pensavo che le vostre giornate fossero così prive di impegni e così aride di soddisfazioni dal doverne cercare nel tentativo di constatare quanto siano meschini i conoscenti o i vicini di casa che filosofeggiano come tromboni sui social. Vi ho ritrovato, nella Nausea intendo, idee che ho da sempre e che non ricordavo di aver trovato lì o di aver precisato meglio leggendo quelle pagine.
Sartre è troppo complesso e ricco di sfacettature per poter io adesso dire di ritrovarmici almeno in buona parte: sarebbe presunzione. Ma certamente non mi è alieno.

Da pochi minuti ha cominciato a piovere una pioggia molto fine: sono quasi le cinque del pomeriggio. Ho aperto la finestra del mio studiolo perché attirato dai lamentosi latrati di un cane e ho visto Ba e Fra rientrare di fretta a casa con due o tre sacchetti bianchi, che mi è parso contenessero barattolini di colore o qualcosa di simile, e con due o tre rotoli di carta. Ba aveva anche un ombrello chiuso in mano. Il cielo è grigio, l’aria è fredda, le previsioni del tempo dicono che va a peggiorare: anche quelle della mia vita, del resto, e in media sono più affidabili.

Ali e Mo hanno appena terminato di guardare un dvd con un film piuttosto datato di Scooby-Doo, un cartone che non mi ha mai entusiasmato; questo non ha ostacolato in alcuna misura il discreto successo della serie, e la cosa un po’ mi disturba: il fatto di non aver avuto voce in capitolo, sia chiaro, non il successo della serie.

Adesso continuerò a leggere le avventure di Matteo e Marcella: sono al punto in cui Daniele ha reso Marcella consapevole della sua volontà, anche se lo ha fatto ispirato da odio e non da affetto. Mi viene in mente che ai tempi della pubblicazione della Nausea, quando cioè alcuni editori stavano discutendo dell’opportunità o meno di pubblicarlo, uno, non ricordo chi, si chiese se Sartre avesse talento. Certamente costui aveva il talento di non riuscire a intuire quello degli altri, forse si faceva influenzare dalla fama, che quasi mai ne è figlia diretta.

Ho due copie della Nausea, entrambe in italiano. La seconda è un po’ macchiata, la comprai usata. Adoro i libri usati, anche se non amo chi li macchia, proprio per niente. Non sono macchie vive, ma a me le macchie infastidiscono (gli aspiranti Freud possono ricamarci su), quindi tempo fa l’avevo rilegato con perizia con una sottile e liscia copertina trasparente. Un lavoro ben fatto. Mi ha dato soddisfazione, anche se ne ho subito percepito l’estrema inutilità, già mentre lo stavo facendo in verità, nella prospettiva della fine che tutti ci attende e anche, son sincero, tenuto conto del fatto che ne ho due copie, nessuna delle quali ancora così vecchia da poter avere un valore economico di rilievo, per tacer del fatto che quella che ho letto e leggo è l’altra.

Mi chiedo cosa ci faranno con quella vernice. Il fatto che l’ombrello fosse chiuso, invece, posso spiegarlo con l’esiguità delle precipitazioni in corso e con la vicinanza tra il parcheggio e il portone. A chi può venire in mente di verniciare qualcosa in questo fine settimana uggioso e insignificante? Verniciare richiede ottimismo e caldo secco, quest’ultimo presto o tardi lo avrò. Scooby-Doo ha avuto nei decenni passati un successo veramente planetario e penso che oggi sia tutto sommato preferito a Sartre, se parliamo di una platea di bambini under 12. Con gli adulti le cose cambiano, Sartre va alla grande, è il secondo autore più letto dopo Fabio Volo e dopo gli articoli della Gazzetta dello Sport, se non ricordo male.

Dopo l’età della ragione, che potrò ben presto dire di aver letto due volte ma probabilmente mai raggiunto, è mia intenzione continuare la mia rivisitazione di Bassani, un autore ignorato dai più: del resto, son tutti su Sartre, è comprensibile. Non vi capita mai, sui treni o al caffè, o su panchine scrostate poste sotto alberi rachitici in parchi desolati, di vedere giovani e meno giovani immersi nella lettura di Nekrassov o de L’essere e il nulla? Davvero, no? Nemmeno a me, ma avevo necessità di un confronto, come disse quel tale che dopo cinque birre e due spritz è stato arrestato per rissa giovedì scorso giù al baretto, sul far della sera.

Sartre non saprà mai che l’ho letto e apprezzato e che ho sempre trovato i suoi lineamenti familiari, ma, son sincero, non penso che a impedire questa sua consapevolezza sia più di tanto il fatto che è deceduto da anni; anche se, occorre riconoscerlo, l’essere morti non aiuta a venire a conoscenza delle cose del mondo, fossero pure relative a insignificanti forme di vita come la mia (falsa modestia che però in società è richiesta e dà un tono).

Ho deciso di buttare giù queste poche righe, oggi che è sabato, perché domani non ne sarei stato in grado, essendo la domenica uno dei più grandi inganni universali di cui è vittima l’incauto e ingrato bipede che l’autore di Delitto e castigo definiva uomo: in teoria giorno di riposo e letizia, da dedicare ai culti religiosi (per chi ci è portato, gli altri possono sempre provare con un taxi, ma nei festivi non è facile), agli affetti familiari o all’inspiegabile rimpianto di non averne, e agli hobby; ma in pratica giorno del tutto singolare proprio perché diverso dagli altri e privo delle loro così rassicuranti abitudini e dei tranquillizzanti orari che scandiscono le nostre vite, giornata spesso funestata da fastidiosi cerchi alla testa che il risveglio eredita dal sonno, festival della malinconia e delle rotture di scatole, del resto già fortemente inquinato dal cupo presagio di un lunedì ingombrante e incombente perfino a partire dall’immediato dopo pranzo. Volevo vedere l’effetto che avrebbe fatto, sullo schermo lucido di un moderno tablet di marca, questo mio agitato panorama mentale: ché, poi, riuscire a trasformare in grande capolavoro il proprio disagio interiore è da sempre la chiave di ogni artista di successo, il che rende ancora più bizzarro e inspiegabile il fatto che io ci abbia provato e, sia chiaro, non per l’inadeguatezza del citato disagio. 

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martedì 2 giugno 2020

Scrittori si diventa, serial killer non so


Di quello che scrivo ogni settimana solo una minima parte finisce sui social o sul blog: esattamente quella che vi agevola il vomito, si direbbe.
Quello che scrivo potrebbe essere senza valore o avere un valore; essere robaccia o parole con un loro intrinseco e non disprezzabile senso. Mi riferisco a tutto, non solo ai post politici, sportivi o di attualità. Io scrivo davvero di tutto, siete fortunati a imbattervi solo in una minima parte di quel che scrivo.
E’ evidente che sui social è più facile che finisca il post politico o di attualità rispetto al brano intimista o all’haiku, ma spesso faccio eccezioni, come sapete bene se solo fate mente locali sui vostri incubi ricorrenti.
Se volete materiale diverso, è necessario che ci frequentiamo, ma capite bene che il gioco potrebbe non valere la candela: sono un tipo poco “normale”, scusate se mi vanto.

Perché pubblico? Esibizionismo, complesso di superiorità, scarsa conoscenza dei miei limiti, esistenza di contratti adsl a buon prezzo?
No. E’ la stessa ragione per la quale leggo e scrivo. Devo.
Un pittore (o uno che si crede tale) deve dipingere. Un dittatore nazista deve sterminare le persone e seminare il terrore. Un falegname si sogna la notte il tavolino che realizzerà il giorno dopo. Io scrivo. Magari poi il tavolino traballa, ma non è questo il punto.

Cosa determina il valore di quello che uno scrive, o del tavolino? Il gradimento del pubblico sotto forma di vendite? Il gradimento tout court sotto forma di elogi e commenti positivi? La (non imparziale) opinione dell’autore? Probabilmente nulla di tutto questo. Vendere non vuol dire aver scritto qualcosa di valido, anche se può eccezionalmente capitare di scrivere qualcosa di buono e di riuscire a venderlo bene: ma son casi rari. D’altra parte non bisogna cadere nell’errore opposto: non è che se non vendi o non ti legge nessuno sei un nuovo Dostoevskij: sarebbe troppo facile e io allora sarei a un passo dal Nobel.
L’opinione degli altri ha certamente un valore indicativo ma si deve sempre distinguere il giudizio spassionato dalla cortesia di chi ti è amico o non vuole comunque ferirti.; in questo senso è maggiormente indicativo il disprezzo, che si manifesta nel non leggere o nel giudicare apertamente come scarico di fogna quello che si è letto. L’opinione dell’autore, infine, può essere fondata, ma non sarà mai presa troppo sul serio: il macellaio si vanta sempre della freschezza della sua carne.

Io intanto scrivo. Poi potrebbe capitare che mi uccida e, si sa, nulla è come un suicidio per (ri)valutare un autore e passarlo da palloso imbrattacarte a imperdibile Vate. Del resto, il destino dei Grandi è spesso quello di morire sconosciuti e ricoperti di contumelie, fra l’indifferenza di eredi che poi si ritrovano ad essere sommersi di diritti d’autore come se piovesse.

Insomma, direte voi: avresti potuto dire fin da subito che scrivi per tua figlia...

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mercoledì 10 gennaio 2018

Renzusconi

C'e' tutta una leva di giornalisti, scrittori, economisti, studiosi vari che ho conosciuto soprattutto sulle colonne del Fatto ma non solo e che negli ultimi anni sta crescendo e anche parecchio... penso a Daniela Ranieri, Andrea Scanzi, Stefano Feltri, Francesca Borri, Giorgio Meletti, Francesca Fornario, Marta Fana, per non parlare poi dei noti Gomez, Barbacetto, Fini, Travaglio...
Con riferimento ai primi, alcuni hanno mostrato progressi notevolissimi. Il fatto che sia d'accordo o meno con quanto di volta in volta da essi argomentato ovviamente non incide su questa mia valutazione: parlo di professionalità e di qualità della scrittura, di serietà, di capacità di fare il proprio lavoro e di coerenza.
Ieri ho assistito alla prima teatrale di "Renzusconi" di Scanzi, del quale non sempre condivido le posizioni ma di cui apprezzo stile e prosa, genialate comprese. Uno spettacolo godibile. Il solito Scanzi, dal graffio mai banale, mai superficiale, ma inferto sempre con sobria eleganza, e poggiato su solide basi letterarie, musicali, umane.
Per la scrittura di Ranieri poi... ho davvero una passione, e poi per Borri... Di recente noto "ascese velocissime" di Fana, Fornario e anche di Meletti, sempre tecnico.
Quanto al Fatto Quotidiano, che li ospita o li ha ospitati, è una scommesa vinta. A distanza di anni, ha mantenuto le promesse in pieno, e non erano promesse facili. Per chi come me si è abbonato addirittura alcuni mesi prima che nascesse (mi era bastata la garanzia umana detta anche Travaglio) è una soddisfazione. E' uno dei pochi baluardi della resistenza a questi mala tempora, un faro per chi non vuole perdere la bussola in questi mari agitati e brutti.
Di volta in volta, nel corso degli anni, è stato definito il giornale delle toghe o delle manette, e poi dei comunisti antiberlusconiani e adesso dei grillini anti-pd. Il punto è che un giornale indipendente fa scalpore e spiazza, tutto qui. Il futuro ci dirà, ma per adesso le cose stanno così, e brillano ancor di più per via del panorama desolante su cui si stagliano.

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venerdì 8 gennaio 2016

Dove acquistare i libri

Se potete non acquistate i libri al supermercato. Ho qualche riserva anche sulle edicole propriamente dette ma qui non mi sbilancio perché, sebbene non mi piaccia la moda del libro allegato alla rivista o quella, di nuovo spuntata fuori, delle "riduzioni", so che le edicole faticano a sbarcare il lunario, quindi dirrei comprateli nelle librerie o nell edicole-librerie: mi pare un giusto compromesso. Eviterei però i libri gadget uniti a settimanali e quotidiani.

Sui supermercati invece mi sbilancio e vi spiego perchè. SI risparmiano è vero dai 2 ai 4-5 euro a volte, ma un supermercato non ha bisogno di vendere libri per vivere e così facendo uccide le librerie. Colpa di leggi sbagliate o furbescamente e legalmente aggirate perchè scritte (appositamente?) male.
In Italia non legge quasi nessuno. Io, negli ultimi anni, ho letto davvero poco, ma ho sempre continuato a comprare libri; leggo poco per via di alcune circostanze comprensibilissime tra cui la nascita di una marmocchia. Ma mediamente ho letto e leggerò molto. Pensate a come si potrebbe incentivare la lettura solo realizzando programmi tv di qualità aventi per argomento la letteratura, specie classica, italiana e straniera. Oggi si parla di libri un po' da Fazio, c'era e non so se ancora c'e' Per un pugno di libri, poi il vuoto. Non considero il politico o comico o tuttologo di turno che va a strombazzare la sua aultima fatica: 8 volte su 10 è robaccia. Non si vuole stimolare alla lettura perchè la qualità richiede sforzi e all'inizio la pazienza di sopportare ascolti non elevati. Inoltre chi legge sa, ragiona e diventa più difficile da gestire e manipolare con le tv e la stampa di regime.
E poi, francamente, il libro non è proprio un prodotto, nel mio modo di vedere le cose.
I supermercati, se non vendono libri, nemmeno se ne accorgono, quindi il mio non è un invito contro, ma pro.
E' un'opinione, anch'io a volte li ho comprati lì, perchè magari avevo fretta, dovevo fare un regalo e ormai il tempo stringeva etc. In tutti i casi in cui non ho fretta, evito.

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domenica 20 gennaio 2013

Icaro


Non sarò la prima né l’ultima /che se ne sta su un costone, /a guardare il marito /che dimostra al mondo /di essere un totale, perfetto, emerito, assoluto coglione.

(da La moglie di Icaro, in Carol Ann Duffy, "La moglie del mondo")

Vi consiglio la Duffy (e' un po' come se consigliassi Cavani a un appassionato di calcio, ma insomma: la poesia in Italia attecchisce poco quindi succede che un poeta famoso all'estero sia da noi quasi ignoto, leggere poesia e' vizio per pochi).

Oggi abbiamo un poeta in classe./ Un poeta vero, vivente, pubblicato./ Notate le dita macchiate d’inchiostro, ragazze.
(da La donna sulla luna, Le Lettere, Firenze, 2011, trad. Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, pag. 17, poesia: Professoressa di Inglese)

Com'e' che le nostre vite vagano / lontano da noi, mentre intrappolate nel tempo, / siamo in fila per la morte? Pare che nulla possa cambiare / lo schema dei nostri giorni, mutare la rima / che c'e' tra solitudine e beatitudine. / Poi giunge l'amore, come un volo improvviso di uccelli / dalla terra al cielo dopo la pioggia.
(da La donna sulla luna, Le Lettere, Firenze, 2011, trad. Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, pag. 135, poesia" Estasi")


autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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lunedì 26 novembre 2012

Il senso di una fine, Julian Barnes

Il senso di una fine è una riflessione sul tempo, sulla percezione che ne abbiamo. Su come "costruiamo" il nostro ricordo e su come raccontiamo la nostra vita a noi stessi e agli altri, facendone una narrazione - una delle tante possibili. Omaggiando Frank Kermode e il suo Il senso della fine, richiamando Ricoeur e la sua opera Tempo e racconto, Barnes analizza in un romanzo avvincente e raffinato il senso che diamo al tempo e alla fine, che ci impone di dare un significato alla vita vissuta. Un senso e una forma che sia narrabile. Un intreccio coerente che renda umano il tempo che, nonostante tutto, al di là di noi, fluisce e passa inquieto. (fonte: http://www.wuz.it/recensione-libro/7000/senso-fine-julian-barnes-man-booker-prize-2011.html)
Julian Barnes - Il senso di una fine
Titolo originale: The Sense of an Ending
Traduzione di Susanna Basso
150 pagg. Edizioni Einaudi 2012

Un capolavoro, o quasi un capolavoro. Di certo un'opera formalmente quasi perfetta, scritta con grande maestria, ricca di pensieri stupendi. Un romanzo che non vorresti finisse mai e invece le 150 pagine finiscono presto. Una prima parte migliore della seconda, ma si tratta di preferire il platino all'oro. Forse un romanzo troppo breve, forse con un finale non all'altezza, lo concedo. Con una prima pagina da rileggere appena arrivati in fondo al romanzo. Anche se forse da rileggere e' tutto il romanzo, e subito dopo averlo finito. E infatti io l'ho riletto. Parla del tempo, del ricordo di quello che abbiamo vissuto, della discrepanza tra realtà e percezione della realtà, tra passato e ricordo del passato. Della vita di ciascuno di noi, del senso della vita, del senso di ogni storia, di ogni cosa che ci capita, di ogni inizio e di ogni fine. Una storia venata di amara ironia, di pacato e rassegnato disincanto, di tristezza. Una collezione di frasi che colpiscono al cuore e aprono la mente: ti fermi, le rileggi, poi vai avanti, ma lentamente, per non perdere nulla mentre cammini fra queste pagine costruite con grande talento. Un romanzo con i suoi difetti ma davvero di livello assoluto, fa venire una irrefrenabile voglia di Barnes proprio mentre gli altri suoi scritti sono quasi tutti introvabili o in ristampa da mesi. Un libro che crea dipendenza, anche se capire tutto, alla fine, non è facile, davvero no. Ancora adesso mi chiedo delle cose e non so bene cosa rispondermi. Anch'io non ci arrivo, come Tony. Dare un senso a tutto non è facile, letta l'ultima riga. Come non è facile farlo alla fine di una vita.

Ricordo in ordine sparso:
-un lucido interno polso;
-vapore che sale da un lavello umido dove qualcuno ha gettato ridendo una padella rovente;
-fiotti di sperma che girano dentro uno scarico prima di farsi inghiottire per l’intera altezza di un edificio;
- un fiume che sfida ogni legge di natura, risalendo la corrente, rovistato onda per onda dalla luce di una decina di torce elettriche;
- un altro fiume, ampio e grigio, la cui direzione di flusso è resa ingannevole da un vento teso che ne arruffa la superficie;
- una vasca da bagno piena d’acqua ormai fredda da un pezzo, dietro una porta chiusa”.
L'ultima immagine non l'ho propriamente vista, ma quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni.
(incipit)

La storia è quella certezza che prende consistenza là dove le imperfezioni della memoria incontrano le inadeguatezze della documentazione. (pag. 18)

...il ricordo è ciò che pensavamo di aver dimenticato. (pag. 65)


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lunedì 5 novembre 2012

Mi butto su Vespa

Julian Barnes. Il suo "Il senso di una fine" e' notevolissimo. Nasce la voglia di studiare "Amore, ecc", "Amore dieci anni dopo", "Una storia del mondo in 10 capitoli e 1/2"... Io se becco un filone lo percorro tutto in cerca di pepite. Ma siamo in quel meraviglioso paese che è l'Italia, avete presente quello stivale che affonda nel fango? Poca cosa, lo so, una questione di libri se pensiamo ai pazienti lasciati morire in ospedale, ai morti per mafia o ai politici marci e corrotti, ai premier cacciaballe coinvolti in decine di processi, ma sono tutte pennellate di un quadro osceno, tutte importanti per capire dove viviamo. Se vai in una libreria e chiedi i libri di Vespa, Volo o di qualunque altro autore contemporaneo famoso (talentuoso o no) trovi l'ultimo e i precedenti; se cerchi le cinquanta sfumature, le ricette della Parodi o la guida di Totti trovi pile di volumi a destra e sinistra; se chiedi Il sosia di Dostoevskij o Fuga nelle tenebre di Schnitzler ti guardano come si guarda un unicorno che pascolasse in centro, o come un potenziale rompiballe che non si accontenta di quel che c'e' sul banco. Lo devi ordinare, se è disponibile. Nel caso di Barnes tu chiami quattro o cinque librerie, poi vai su Ibs, Deastore, Bol, perchè pensi che se una libreria non ritiene conveniente ordinare Dostoevskj se non sul venduto un bookstore online non dovrebbe avere problemi e invece trovi una bella sfilza di "non ordinabile", "non disponibile", "non". Leggerò Vespa, le vaccate di Berlusconi cominciano a mancarmi. Vespa è una certezza, scusate se è poco!

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venerdì 17 agosto 2012

La possibilità di un'isola (Michel Houellebecq)

"Comunque sia, a ogni osservatore imparziale appare chiaro che l'individuo umano non può essere felice, che non è in alcun modo concepito per la felicità, e che il suo solo destino possibile è quello di diffondere l'infelicità attorno a sé rendendo l'esistenza degli altri intollerabile quanto la propria -le sue prime vittime essendo di norma i genitori."

La possibilità di un'isola, di Michel Houellebecq, è un'affascinante ipotesi sul futuro di un'umanità che non ha futuro se non snaturandosi; alla fine vince il fascino della sofferenza sul desiderio di immortalità anche se preferire la vita degli uomini a quella dei neoumani non è riconoscerle un senso, piuttosto l'ineluttabilità. Come ho letto da qualche parte online il minimo che si possa dire della scrittura di M. H. è che rimane come i segni di uno schiaffo preso in pieno volto.

Incipit:
"La mia incarnazione attuale si degrada; non credo che possa durare ancora a lungo. Nella mia prossima incarnazione so che ritroverò il mio compagno, il cagnolino Fox.
Il beneficio della compagnia di un cane dipende dal fatto che è possibile renderlo felice; chiede cose talmente semplici, il suo ego è così limitato. È possibile che in un'epoca anteriore le donne si siano trovate in una situazione analoga – vicina a quella dell'animale domestico. C'era probabilmente una forma di felicità domotica, legata al funzionamento comune, che non riusciamo più a capire; c'era probabilmente il piacere di costituire un organismo funzionale, adeguato, concepito per assolvere una serie discreta di compiti – e tali compiti, ripetendosi, costituivano la serie discreta dei giorni. Tutto ciò è scomparso, insieme alla serie dei compiti; non abbiamo più veramente un obiettivo assegnabile. Le gioie dell'essere umano ci restano insondabili; i suoi dolori, invece, non possono distruggerci; le nostre notti non vibrano più di terrore né di estasi. Però viviamo, attraversiamo la vita, senza gioia e senza mistero, il tempo ci pare breve."

Lo so, molti di voi dopo 5 pagine mollano (con Houellebecq ne bastano 5, spesso: dopotutto vi fa perdere meno tempo di altri, la media è 30). Al contrario di Daniel non avrete un'altra possibilità.

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domenica 29 luglio 2012

Houellebecq, necessariamente

Ho gia' scritto su Houellebecq, dopo aver letto Piattaforma e Estensione del dominio della lotta (qui). Ora ho letto La ricerca della felicità (una raccolta disomogenea ma con schegge irrinunciabili) e ho riletto i primi due citati. Houellebecq è agonia allo stato puro, è un viaggio nella propria carne con il bisturi in mano, piacere e dolore allo stesso tempo, un viaggio infernale ma necessario, che ti apre la carne ma anche la mente. E' uno sguardo cinico e fisso sulla vita senza il velo che la copre e che ci salva. Deve essere letto. E' indubbiamente una mente interessante, legge la realtà come noi non riusciamo. Dopo averlo letto si perde la voglia di vivere? Non lo so, direi di no. Nel caso, non la si è mai avuta, si credeva solo di averla, quindi poco male: non si puo' perdere ciò che non si ha. Se gia' sapete di recitare ogni giorno su uno squallido palcoscenico, preparatevi ad assimilare gocce di lucida verità. Ve lo consiglio, lasciate stare i librettini idioti che escono oggidì, scritti da comici, giornalisti del potere o mezze calzette pompate da editori alla canna del gas. Houellebecq ci nutre, gli altri ci ingrassano. Se non vi piace Estensione del dominio, curatevi: non siete inguaribili, ne sono sicuro, perlomeno non tutti.

Mi sveglio e il mondo ricade su di me come un blocco; / il mondo confuso, omogeneo.
(M.H.)

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domenica 29 aprile 2012

Gesù. L'invenzione del Dio Cristiano, Paolo Flores d'Arcais

"O si pensa o si crede" è una frase che ben rappresenta questo volumetto che cerca di far luce sulla figura storica di Gesù evidenziando come il recente libro del Papa su Gesù stesso contenga parecchie e gravi

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domenica 19 febbraio 2012

Poetesse sconosciute, vallette bone e stormir di tonache

Cominciamo subito dalle canzoni di Sanremo 2012: che vinca Emma l'urlatrice, Noemi la colorata o Arisa che ci fa non importa, sono tutte canzoni carine. I migliori per me sono però Eugenio Finardi (http://www.youtube.com/watch?v=EYBTZFy-Jl4), Chiara Civello (http://www.youtube.com/watch?v=OjMD2VS4J6c), Samuele Bersani (http://www.youtube.com/watch?v=0YRmXfnWhHQ) e ovviamente Patti Smith!
Guardate un po' Chiara Civello qui: http://www.youtube.com/watch?v=OvnNNcAGeWU&feature=related
Meritava di più Celeste Gaia (http://www.youtube.com/watch?v=wgeYw4JvIg8). Interessante quel che dice qui: http://www.musicroom.it/articolo/celeste-gaia-a-sanremo-2012-carlo-e-un-sogno-video-intervista/31781/

Ivanka la ceka è bellina, ballicchia, ma sappiamo tutti perchè è sul palco di Sanremo: serviva una valletta bona, altre qualità non sono richieste, meno parla meglio è, inutile far finta di dimenticarlo; se sta bene a voi donne, sta bene pure a noi. Per il prossimo anno propongo come conduttori Victoria Cabello (sa fare il suo mestiere) e Amanda Lear (padronanza scenica e ironia inarrivabili); come comici Luca e Paolo (Luca -anche se è genoano...- è nato per stare sul palco). Stop. Niente orpelli femminili. Quattro serate e non cinque, 20 cantanti e non 14 (meno spazio alle balle dunque), più tempo dedicato ai giovani (magari evitiamo di pescarli all'asilo, a 15 anni uno può ancora studiare e crescere, il suo tempo, se ha talento, verrà), meccanismi di voto più affidabili. Se poi vuol tornare Celentano e devolvere ancora in beneficenza il suo compenso, ok: dice quel che pensa, questo basta, peggio per chi si risente. E per favore cachet moderati, cavolo, è Sanremo, non è la diretta della fine del mondo.

E' morta Wislava Szymborska, una dei miei poeti preferiti. Ho molte sue raccolte di poesie da anni, un link a "Foglietto illustrativo" è presente pure sul blog (http://www.kore.it/caffe/poesia/tranquillante.html). Fino a ieri è stata ignorata, per non dire irrisa quando ha vinto il Nobel (e chi è questa?). Ora sono state vendute 30mila copie in pochi giorni del libro presentato da Saviano a casa Fazio e tutti o quasi tutti si sono scomodati a glorificarla. Insomma, il solito italico meccanismo: prima leggevi Vespa e Volo e la sera sbavavi davanti a reality e isole varie, adesso te la tiri da appassionato di poesia che la sere legge la Szymborska in poltrona degustando un buon brandy.

Prima la RAI annuncia Celentano e gli accorda piena libertà espressiva (la normalità in Italia veste sempre da evento). In questo modo organizza un battage pubblicitario da paura (arriva il molleggiato, chissà cosa dirà) che riempe le casse. Poi quando Celentano fa quel che deve (esprimere il suo pensiero) i dirigenti Rai, impauriti dal primo stormir di tonaca (vescovile) si indignano e straparlano. Ma stessero zitti. E che dire dei media? Due tipi fischiano Celentano (è loro diritto farlo) e subito il tutto diventa "Celentano contestato". Certi giornali andrebbero chiusi, dice Celentano... ma non solo quelli che lui cita, anche altri che paghiamo noi coi nostri soldi e che spargono palle H24. Chiusi o non finanziati da noi o presentati per quel che sono e non per altro. Quando si dice andrebbero chiusi si intende se continuano così, qui nessuno vuol chiudere nulla, ci pensava già il premier precedente a chiudere programmi tv e a far saltare direttori di quotidiano sgraditi, do you remember that? Questo sollevarsi d'indignazione clericale mi fa sbellicare.

La serata migliore, fra le cinque sanremesi, è stata quella degli ospiti stranieri. Se inviti il talento, avrai una serata di livello assoluto, è matematico. L'esibizione di Patti Smith vale dieci Sanremo: quando uno c'è, come artista, c'è, non c'è niente da fare (http://www.youtube.com/watch?v=vZQKcb040x0). Voce da brividi, canzone immortale, presenza scenica che definire magnetica è poco. Poi dalla sera dopo siamo tornati alla nostra normalità. Ottima figura dei Marlene Kuntz. Giuro, fra un invito a cena di Belen, Canalis o Smith, accetterei quello della Smith, senza offesa eh: molto più femminile, intrigante, luminosa. Quanto a Belen, caruccia certo, e poi quell'accento mezzo argentino che fa almeno il 50% della sua fortuna, ma insomma, se ti devi ridurre alla farfallina vuol dire che stai messa male; qunto alla Canalis, caruccia pure lei, ma se a questo punto della tua carriera, dopo quel che hai fatto in Italia, e Hollywood, e Clooney, e balle varie, ancora sei palesemente tesa quando sali sul palco, forse non è il lavoro per te, sorry. Guarda Bizzarri, guarda la Lear, guarda la Cabello: naturali, padrone della scena, in una parola: a loro agio (anche se la Cabello di recente urlicchia un po' troppo).

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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venerdì 7 ottobre 2011

Estensione del dominio della lotta, Michel Houellebecq

Sotto i nostri occhi, il mondo si uniforma; i sistemi di telecomunicazione progrediscono; l'interno dei nostri appartamenti si arricchisce di nuovi congegni. Le relazioni umane divengono prgressivamente impossibili, fatto che in proporzione riduce la quantità di aneddoti di cui si compone una vita. E a poco a poco appare il volto della morte, in tutto il suo splendore. Il terzo millennio si annuncia proprio bene. (pag. 18)

Domenica mattina sono andato un pò in giro per il quartiere; ho comprato del pane all'uvetta. La giornata era dolce, ma un pò triste, come spesso la domenica a Parigi, soprattutto quando non si crede in Dio. (pag. 125)

Alla fine osservo che io sono diverso da loro, senza tuttavia poter precisare la natura di tale diversità. (pag. 68)

Questo mondo non mi piace. Decisamente non lo amo. La società in cui vivo mi disgusta; la pubblicità mi nausea; l'informazione mi fa vomitare. (pag. 78)

(ESTENSIONE DEL DOMINIO DELLA LOTTA, Michel Houellebecq)

E' il libro d'esordio di Houellebecq (1994), pubblicato dopo che molti editori si erano rifiutati di darlo alle stampe.
E' un libro che deve essere letto perchè è stupefacente l'occhio con cui il protagonista si guarda non vivere, la nuda brutalità con la quale descrive la vacuità e la falsità dei rapporti interpersonali e dei sentimenti, la gelida ed entusiasmante precisione con la quale mette sempre tutte le carte sul tavolo e fa luce su tutti i trucchi che in genere preferiamo ignorare. E' un libretto duro ma essenziale per cominciare a capire qualcosa di questa vita che ci scorre via ammantata di inavvertibile non senso. E' duro come è dura la vita. E il modo di scrivere di Houellebecq rasenta qui la perfezione: è un chirurgo, non uno scrittore. Un chirurgo bravo ma freddo, preciso e rapido nei movimenti, ma risoluto e brutale se serve. D'altra parte la materia che seziona è quanto di più ingarbugliato, ingannevole e disarmante ci sia. E' un libro completamente disincantato, che mette in scena l'alienzazione dell'individuo in questa società.
Migliore di Piattaforma perchè più duro, più compatto.

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mercoledì 21 settembre 2011

L'uccello che girava le viti del mondo, Murakami Haruki

Murakami sa come raccontare una storia, lo abbiamo gia' detto varie volte. Sembra una banalità ma per uno scrittore è il talento più importante. Se si leggono più di 800 pagine senza la minima fatica forse il libro non è proprio disprezzabile... La storia narrata avvince e interessa sempre di più e sebbene sia infarcita di fantasia a piene mani non si ha mai l'impressione di leggere una storia impossibile, perchè i tratti fantastici e paradossali sono sempre inseriti nel reale e del reale fanno parte: non ci trasportano in un mondo fantastico e perciò irreale ma ci svelano gli aspetti paradossali, misteriosi e inspiegabili dei quali la nostra vita reale è intrisa. Ecco perchè si legge con interesse, perchè è come un sogno: fantastico ma fatto di pezzi reali, a comporre un puzzle che ci fa scoprire aspetti di noi che nemmeno sospettavamo e che ci rivela conflitti mai portati alla luce prima.

-
Avevo la pasta sul fuoco in cucina, quando squillo’ il telefono. Alla radio davano la "Gazza ladra" di Rossini, il sottofondo musicale ideale per prepararsi un piatto di spaghetti, e io l’accompagnavo fischiando. Fui tentato di non rispondere, gli spaghetti erano quasi cotti, e Claudio Abbado stava giusto per portare l’orchestra filarmonica di Londra all’apice dell’intensita’ drammatica. Pazienza, mi rassegnai ad abbassare il fuoco, andai nel soggiorno e sollevai il ricevitore. Poteva anche essere un conoscente con qualche nuova proposta di lavoro.
(incipit)
-

La vita è proprio strana, però. Se tre anni fa qualcuno mi avesse detto: "tu fra tre anni confezionerai parrucche con delle ragazze di campagna in un laboratorio tra i monti" penso che gli avrei fatto una bella risata in faccia. Chi si poteva immaginare una cosa del genere? Di conseguenza nessuno può dire cosa farò fra tre anni, giusto? Lei lo sa dove sarà e cosa farà fra tre anni? Sono sicura di no. Altro che tre anni, sono pronta a scommettere tutto il denaro che ho adesso qui che non sa nemmeno cosa farà fra un mese! (pag. 615)

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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sabato 3 settembre 2011

Altro che Alice

Leggere aiuta a vivere, anche se in verità nessun romanzo potra' mai superare in fantasia quel che di recente sta accadendo nel mondo e, in particolare, in quel paese burletta che ormai è per tutti l'Italia. Un esempio su tutti? Un politico accusato di frodi fiscali milionarie (e di molti altri reati) che si fa paladino della crociata anti-evasione fiscale: Alice nel paese delle meraviglie era banale, dopotutto. Ma l'insulsa apatia dei miei connazionali è una patina liscia e impenetrabile sulla quale tutto scorre via senza lasciare traccia.

Leggiamo, dunque. Si tratta di un'attività che ho sempre praticato, dalla fine del liceo -passati due annetti, giusto quelli necessari a riacquistare il piacere della lettura che la scuola in genere ti estirpa (se l'hai) o non ti coltiva (se non l'hai)- sino a pochi anni fa e che da alcuni mesi ho ripreso a ritmi più decenti.

Come scrive Houellebecq, "vivere senza leggere è pericoloso, ci si deve accontentare della vita, e questo comporta notevoli rischi".

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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domenica 21 agosto 2011

Norwegian Wood (Tokyo Blues) di Murakami Haruki

Ho letto diverse recensioni di Norwegian Wood: si dividono sostanzialmente in due categorie, quelle che lo considerano per svariati motivi un capolavoro imperdibile, un fantastico e delicato romanzo di formazione, una storia struggente e malinconica che racconta in maniera unica ed eccezionalmente coinvolgente molto di ciascuno di noi e della nostra fondamentale inadeguatezza alla vita, e quelle che lo stroncano senza appello perchè banale, piatto, ricco di dettagli inutili, vuoto di significato, con troppe scene di sesso. Penso che chi lo stronca non sia ahimè in grado di cogliere le infinite, meravigliose, travolgenti, multiformi sfumature di questo delicato e nello stesso tempo crudo viaggio nell'anima umana, o non sia ancora in grado di farlo. Molto dipende, spesso, dal momento della nostra vita in cui un libro ci coglie, dopotutto: a volte quel che oggi ci pare banale fra dieci anni ci avvincerà magicamente. E molto dipende dalla sensibilità di chi legge, dai suoi valori, da quel che per lui è importante e da cosa rappresentano per lui la vita e la morte, l'amore e l'amicizia, l'adolescenza e la maturità, la paura del futuro e lo strazio del passato. La scrittura di Murakami, sempre abile ad affascinarci, qui è addirittura irresistibile, giovandosi parecchio del diabolico e letale meccanismo del ricordo. Preferisco linkarvi una delle recensioni che più mi sono piaciute, invitandovi ovviamente con decisione ad affrontare Norwegian Wood (Tokyo Blues) di Murakami Haruki quanto prima.
Leggi qui: http://rossellamartielli.blogspot.com/2011/01/norwegian-wood-tokyo-blues-murakami.html?showComment=1313924166804#c3411760271955269666

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domenica 14 agosto 2011

Leggere aiuta sempre

La vita non è quasi mai rose e fiori, ma leggere aiuta SEMPRE. Leggere ti migliora: su questo non vi è dubbio, chi non è d'accordo o è già il migliore del pianeta o legge pensando ad altro. E non ha valore il discorso di chi dice ma a cosa serve leggere se poi dopo due anni di un libro non ricordo che un'impressione e di certo non i nomi dei protagonisti o i dettagli della storia, perchè leggere ti migliora per il solo fatto di leggere, senza che tu te ne accorga. Arricchisce il tuo linguaggio, espande il tuo pensiero, ti apre l'anima verso orizzonti sempre nuovi. E' come una medicina: la prendi e anche se non assisti all'azione chimica dei principi contenuti nella pastiglia pur tuttavia essa ti guarisce. Un libro ti guarisce da brutte malattie come la gabbia mentale, il razzismo, la mancanza di fantasia, la grettezza, l'ignoranza, l'incapacità di immedesimarti in altre persone e in altri contesti, la difficoltà di trovare una nuova via di fuga quando ti sembra di essere in trappola. Aumenta la tua conoscenza delle cose del mondo e dell'anima delle persone, ti dà quella sottile ironia senza la quale affrontare la vita è duro supplizio, relativizza tutto dando però importanza assoluta a quel che la merita, fa esplodere le tue potenzialità e fa venire alla luce quelle che non pensavi di avere. Alla peggio ti fa passare un'oretta, oh!:-) Tutti i subumani che conosco leggono a malapena la lista della spesa. Ovviamente non vale il contrario (chi non legge è subumano), non sarebbe neppure il caso di precisarlo. Puoi vivere bene anche senza leggere, specialmente se sei una persona di valore, ma perchè non vivere meglio? Ps: non ho proventi da diritti d'autore, non sono editore.

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lunedì 8 agosto 2011

La ragazza dello Sputnik, Murakami Haruki

"E in quel momento capii. Eravamo state meravigliose compagne di viaggio, ma in fondo non eravamo che solitari aggregati metallici che disegnavano ognuno la propria orbita. In lontananza potremmo anche essere belle a vedersi, come stelle cadenti. Ma in realtà non siamo che prigioniere, ognuna confinata nel proprio spazio, senza la possibiltà di andare da nessun'altra parte. Quando le orbite dei nostri satelliti per caso si incrociano, le nostre facce si incontrano. E forse, chissà, anche le nostre anime vengono a contatto. Ma questo non dura che un attimo.Un istante dopo, ci ritroviamo ognuna nella propria assolata solitudine. Fino al giorno in cui bruceremo e saremo completamente azzerate. (La ragazza dello Sputnik, Murakami Haruki, pagg. 134-135).

(...) E questo della solitudine, inevitabile per chi non trova lo scatto necessario per amare, sembra essere il motivo e il significato nascosto di questo libro apparentemente semplice, ma che si presta a diversi livelli di lettura, e nel quale Haruki Murakami non manca di trasmettere la sua passione estetica per la cultura edonistica occidentale, dalla musica onnipresente, alle belle macchine ed eleganti vestiti, al vino.
(...)
I satelliti, che ruotano silenziosi e incessanti nel cielo, senza alcuna apparente relazione l'uno con l'altro, sono comunque un'altra metafora della solitudine.
(http://www.musicaememoria.com/haruki_ragazza_dello_sputnik.htm)

Un altro consiglio di lettura. Se non conoscete Murakami, potete cominciare con questo o con Norwegian Wood (Tokyo Blues). Se lo conoscete, meglio per voi!


autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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