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domenica 4 dicembre 2022

Questo non amore a cui però tengo moltissimo




Io ti sto pensando ma tu non lo sai.
Una persona non sa quanto e quando la pensiamo. E se la pensiamo.
Se fosse vero il contrario, molti rapporti sarebbero più chiari, è vero, ma alla fine non potremmo vivere, davvero non potremmo.

Io adesso ti sto pensando. Se fossi lì, ti guarderei negli occhi. 
Senza dire nulla, sarebbe davvero superfluo dir qualcosa.
Potrei guardarti a lungo.
Ma non sono lì. E tu non mi vorresti di certo lì, e adesso poi!
Ti penso tanto, intensamente. 
Sono lì, ma tu non lo sai.
Mi sembra di non poter vivere senza di te, eppure lo sto facendo da più di mezzo secolo. Mi sembra che tu sia il mio stesso respiro.
Finisco per immaginarti come non sei.
Ti immagino come vorrei che tu fossi, come mi pare che tu sia.
Se ci frequentassimo di più, la costruzione mia di te franerebbe in poco tempo.

Alla fine è proprio vero che gli amori più grandi e più puri sono quelli non corrisposti o contrastati.

Tu, che mi stai leggendo, ti chiedi di chi io stia parlando. Se non mi conosci, sei curiosa, ma sai di non poter essere tu. Se mi conosci, può venirti il dubbio: è naturale.

Tu stasera nemmeno stai pensando a me. Nemmeno ti piaccio, probabilmente. Magari neppure mi stimi, figurarti desiderami. 
Se solo io facessi un passo verso di te, rovinerei tutto. 
Rovinerei questo non amore, a cui tengo però moltissimo.
Per non rovinarlo, non lo concretizzo.
Per non rovinarlo, non lo faccio crescere. Lo tengo in gabbia; ben nutrito, però.
E’ una forma di autodifesa.
E’ la scelta disperata di chi disperatamente ama. Da solo, ma ama.
Per non perderti per sempre, non cerco di averti fra le mie braccia; mi accontento di pensarti, di sognarti, di vederti ogni tanto, magari di sfuggita, magari dall’alto, o nell’ombra di un platano morente. Ti vedo vivere. A volte ascolto la tua voce. Vorrei che fossi la mia vita, ma vederti vivere, anche senza di me, è per me davvero vitale. Disperante, ma vitale. Mi consuma, ma non mi uccide. Mi tiene in vita quel tanto per non morire. Ti vorrei ma non voglio perdere questo sogno di averti: è poca cosa, forse, ma per chi non ti ha e ti vuole, fortissimamente vuole, è tutto, lo capisci?
Per non perdere il diritto di sognare di averti, non cerco di averti.

Mi sono ridotto a pensare che in un’altra vita sarà diverso, ma è un’illusione: perché dovrebbe essere diverso?
Cosa cerco io in te, cosa vedo io in te? Che forse nemmeno c’è?
Forse vedo qualcosa che c’è, che io farei venir fuori, ma che tu non senti e non hai, o non vuoi.
Mi illudo che se tu mi conoscessi finiresti per abbandonarti a me, ma so bene che sono fantasie. Sono le costruzioni immaginifiche e fragilissime di chi sogna ad occhi aperti. Ma è così bello immaginare che ad un certo punto mi abbracceresti, uno di quegli abbracci che vogliono dire che non mi lascerai mai più adesso che mi hai trovato.

In questo momento probabilmente stai lavando i piatti o, più probabilmente, c’è chi lo sta facendo per te, perché sei un po’ scansafatiche, lo intuisco.
So molto di te, per non frequentarti: so poco, dice il mio cervello. Non sai niente, urla il mio cuore!
Cosa potrei fare per accender dentro di te un qualche interesse verso di me? Per farti incendiare selvaggiamente? Nulla, lo so, sono cose che non nascono a comando, non seguono logiche. Quanto vorrei che tu non dormissi per me, che tu pensassi solo a me, notte e giorno, che ogni muscolo del tuo corpo ti dolesse perché teso verso di me: quando desideriamo troppo qualcuno, il corpo è sfinito anche se non si muove.

Quella è la tua finestra, è buia. Sei già a letto. 
Non sei nemmeno bellissima. Voglio dire, se ti analizzo freddamente (a volte ci riesco) vedo bene che hai difetti, come tutti. Ma se ti penso mi sembri bellissima. E lo sei, dannatamente.
Forse c’è qualcosa che va al di là del corpo pur desiderabile che hai, qualcosa che mi lega a te: questo è quel che i sognatori amano pensare, ma si vede bene che è solo vanità.
Non ho mai provato cosa vuol dire stringerti, non so cosa vuol dire sentirti contro di me, poterti stringere con forza, il tuo corpo contro il mio, la mia mano sulla tua nuca, il mio viso nei tuoi capelli, le gambe allacciate. Respiro per sognare di poterlo fare un giorno, anche se potrebbe essere l’inizio della fine di questo non amore bellissimo e letale.

Non hai un carattere facile, lo so. Forse non andremmo d’accordo. Non abbiamo neppure interessi simili, ci piacciono cose presumibilmente diverse. Io non ti attiro, al massimo ti incuriosisco. Apprezzi di me la disponibilità, l’affidabilità, l’utilità: le stesse cose che si chiedono a un’autovettura. Ma non perché sei superficiale: so che sei capace di passioni travolgenti; il fatto è che non mi desideri. Forse basterebbe poco per farti impazzire, o più probabilmente nulla potrebbe riuscirci.

Adesso starai dormendo. Io sto pensando a te.
Chi starà pensando a me in questo momento, senza che io ne abbia contezza? Chissà...
Mi dispiacerebbe che qualcuno lo facesse, so cosa vuol dire, starei male per lei o per lui.
Alla fine gli amori sono solo “momenti tra crudeli allontanamenti”.

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(Img: Sara Noemi Rodrigues su Pinterest) 

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*MESIVERSARI*
(So che volete sapere come si sviluppa la storia. Vorrei saperlo anch’io.)

“A cosa stai pensando?” mi chiede in ogni momento questo social frequentato da ultraquarantenni e gestito da nerd cresciuti male.
E me lo chiede anche stasera.

Sto pensando a lei, naturale.
Lei sta pensando ai cavoli suoi. O forse sta già riposando. O magari sta facendo l’amore.
Mi fa male questo pensiero di lei che si dà a un altro?
Anni fa mi avrebbe ferito molto, lo ammetto. Crescendo si cambia. Adesso lo prendo come un evento inevitabile, pari al fatto che non mi chiama mai e a malapena si ricorda di me se qualcosa o qualcuno non le riporta alla mente la mia persona. Certo, se ci penso vorrei essere io là, adesso. Ma mi chiedo anche: davvero lo vorresti? Sì, ma vorrei molto di più, vorrei qualcosa che, ahimè, temo non esista. Ecco la radice del mio dramma, forse, più che l’immagine (disturbante) del suo corpo che cerca di toccare con l’anima quella del corpo di un altro. Due corpi lievemente sudati che si affannano per diventare uno. Le sue braccia, sottili e lunghe, nervose e scattanti, le sue mani, affusolate, adesso stanno facendo venire i brividi a un altro: non è giusto. Ma cosa, esattamente, è giusto, quaggiù? 
(Ha due avambracci e due mani che toccherei per ore).

Io sto pensando a lei, dicevamo.
Lei sta pensando a tutto, a tutti, tranne che a me.
Lei fra poco urlerà e nella sua mente ci sarà tutto quello che può starci, tranne me.
Se io morissi lei sarebbe triste? Certamente sì.
So che si dispererebbe per la morte di un criceto o di un cane. Penso che la mia la oscurerebbe un po’. Ma giusto perché quando bussa vicino a te, la morte ti ricorda implicitamente che potrebbe toccare presto a te: è questo che ci inquieta quando muore una persona che non amiamo ma che conosciamo o che abita vicino a noi o che lavora con noi.
Non voglio dire che è insensibile. Affatto. 
Semplicemente, io non esisto più di tanto nel suo cielo.

E’ questo che rende la mia vicenda tragica, quindi vendibile.
Fossimo mano nella mano a festeggiare mesiversari saremmo da vomito istantaneo.
Questo non amore è più forte di mille amori.
Vorrei tanto che diventasse un amore, temo follemente che possa diventarlo: quindi soffrirò in eterno.

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A chi dai del lei, rossa?





Raga, cosa vi perdete per colpa del Marchino di Faccialibro che butta i miei post in fondo al feed! Vi compatisco. Testi così li scrivo solo io (per fortuna).
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*A CHI DAI DEL LEI, ROSSA?*
o: “Avventura al negozio di soap” o ancora “Dammi quindici minuti, baby, o anche meno...”
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Alla commessa rossa 
-uhuhuhuhu: capello lungo, lungo ma lungo, dico! e liscio come le scale più scivolose mai fatte in vita mia e rosso, ma rosso! accecante rosso naturale come il peggior peccato mortale che ti possa venire in mente di poter fare in un lurido motel americano, su quei coprilettini che he hanno visto di ogni, e poi giovane giovane, ma giovane come un filo d’erba sottile e arrogante e tutto dritto che ieri non c’era, occhi chiari e limpidi come un lago a duemila metri che ti ci perdi senza speranza pure se hai tre gps batteria a 100%-
che ti dà del lei e del lei e del lei anche se tu fai il friendly e l’easy e il ggiovane e insiste e insiste, che devi fare? Che devi fare, |ddd|OSantis*imo?

Per carità: cortese, preparata, collaborativa, misurata, pure carina. Mi ha aiutato, mi ha fatto stare bene, è stata perfetta come un’alba con l’alert di un bonifico a cinque zeri, è stata magica, mi ha graffiato l’anima con un ferro rovente e io ho goduto, ma quel lei, maled3ttis*imo lei!
Ma il lei lo dai a tuo nonno, capito?
Ma chi ti credi di essere? Anvedi questa.
Non te l’hanno insegnato il rispetto? 
Non lo senti il testosterone che batte? Coi tuoi cinque sensi più uno di femmina sinuosa da gara internazionale non avverti nell’aria quest’aria di maschitudine che uccide i passerotti a decine? Con quel corpo che ha più curve della strada per Castelnuovo Garfagnana (e più pericolose), con quel jeans che ti pare cucito addosso da un sarto ninfomane, con quelle mani da bambolina Mattel, non senti che il cielo della tua innocenza si sta oscurando di fronte a un cumulonembo di puro e duro dominio mascolino?

Il lei lo dai alla casa di riposo… Lo dai al carabiniere, al vecchiarello sulla panchina, alla megera del quarto piano che si dice faccia il voodoo, non lo dai a me che son qui davanti a te, che ti sto bevendo con gli occhi a grandissimi sorsi e che sempre con questi due occhi che ancora non si sono del tutto ripresi da quello choc anafilattico che sei ti sto facendo la radiografia e l’ecografia nello stesso tempo e senza passare dal Cup, mentre ti chiedo di una saponetta e che anche se ho trenta chili di troppo e vent’anni di più son sempre una roba da paura che potrebbe cambiarti completamente il meteo con un solo gesto!
Dammi quindici minuti, anche meno, baby, anche meno, e ti riporto com’è vero iddio al tu naturale, altro che lei, tipo che dopo mi parli come fossi tuo fratello, anzi: la tua strAm@ledett^ss^ma amica del cuore!
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Ps: scusate, ho l’ormone in libera uscita, ma domani torna al pezzo (forse). E’ che quando vedo certe meraviglie della natura aggirarsi leggiadre tra corsie e scaffali il neurone mi cresce e cresce e pure tanto, tutto qua: ma è un fenomeno naturale, l’ho sentito dire anche a superquark. Cresce ma poi torna all’ovile, a volte fischiettando, altre volte sm@doNN@ndO!
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(Img: Mikasa su Pinterest) 

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giovedì 1 dicembre 2022

Le bugie crescono e ti chiudono in trappola

https://corrieredelveneto.corriere.it/padova/cronaca/22_novembre_30/bugia-laurea-morte-auto-papa-riccardo-si-sentito-trappola-io-non-l-ho-capito-29bcf368-70c2-11ed-9e68-121e09a4cd6e.shtml?fbclid=IwAR2us-EGas6UDVwG6Ob4J9liL3kKPRnYreFN0PWwr-x_a2igj2s7-D3lET8 



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mercoledì 30 novembre 2022

Il tempo

I giorni passano veloci, i mesi, gli anni. Le ricorrenze sono diaboliche: eccola che arriva e ti colpisce sulla nuca, e subito capisci con certezza che è già trascorso un anno da quando hai fatto quella determinata cosa, e davvero ti sembravano pochi mesi. Questa certezza ti sgomenta: ti dà subito la distanza tra due punti fermi, un anno: passato con una così incredibile velocità da sembrare un inganno. Invece è tutto vero, l’inganno...

Il tempo è una nostra invenzione, siamo noi ad avergli dato il potere di misurare e regolare la nostra esistenza. Ma, al di là di tutto, la nostra presenza terrena è più rapida di un lampo, nella notte infinita dell’Universo. 

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martedì 29 novembre 2022

Giuseppe Conte su Ischia: una risposta agli “sciacalli”.

Dediato agli sciacalli: il noto politicante filoarabo, la nota deturpatrice di Costituzioni sua sodale, e molti giornaloni servi e spargifango.


https://www.facebook.com/GiuseppeConte64/videos/801748660926555/

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domenica 27 novembre 2022

Pensierini della sera

So che non accadrà. Aspetto una misura di questo governo di destra fascista che non sia una o tutte queste cose: incostituzionale, inutile, vergognosa, anti poveri, a favore dell’illegalità, una merd@.


La Santanchè ha ceduto le quote al suo compagno. Ora siamo a posto, non vi è più conflitto di interessi.


Siamo stati l’ultimo Paese a introdurlo e il primo a toglierlo, in Europa (Grecia a parte). Chi è al governo modifica leggi che non conosce. Non studiano i dossier. Si basano sulla tv. Sono incapaci e inadeguati, prima che mediocri e fascisti. Auguro il male a chi si accanisce contro chi ha poco o nulla e lecca il deretano a chi tanto o tantissimo. #RdC


Se scrivessi queste cose su FacciaLibro beccherei altri giorni di stop: ho augurato il male a chi demolisce vite umane, ohibò, e forte dei suoi 13mila euro al mese ne leva 200-500 a chi nulla ha: non si fa! E ho scritto merd@! E deretano! Ehi, mi devo essere distratto, volevo dire kulo.


Confermo, non guarderò un secondo di questo Mondiale. Sì, lo so, è un Mondiale nato da una mega corruzione, giocato assurdamente d’inverno, in un Paese che nega i più banali diritti civili, e non c’è l’Italia. Ma la mia ragione è un’altra: da anni, ormai questo calcio, rovinato da corrotti, farabutti, bastardi e dal denaro, non è più uno sport, ma un pozzo di sterco maleodorante.


Ciao Marchino boss di FacciaLibro, Uozapp, Messengé e Instagramme, (non) mi manchi troppo: e quel poco è solo abitudine, una malattia fastidiosa dell’essere umano. 

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sabato 26 novembre 2022

E’ in pericolo un nostro diritto fondamentale

La cittadina che, vedendo Renzi dialogare con un personaggio con la scorta nel parcheggio di un autogrill, filmò l’incontro e lo mandò a Report, che fatte le dovute e sacrosante verifiche lo mandò in onda, rischia il processo. Si tratta di una decisione vergognosa di alcuni pm che interpretano in maniera ridicola (e sbagliata) una modifica del codice penale mostruosa voluta anni fa dal governo Gentiloni (un capolavoro di governo, appoggiato da Renzi). Sarebbe una decisione contraria al diritto di cronaca e a diversi trattati europei sui diritti dell’uomo. Su Renzi non dico nulla, è noto cosa io pensi di lui: il peggio, da sempre. Se pensano di intimidire i cittadini, che così ci penseranno due volte prima di informare i media su fatti di pubblica rilevanza (ancora Renzi non ha detto cosa si dissero in quell’incontro, fra l’altro) si illudono: non tutti si impauriscono. Io, in quelle circostanze, farei anche domani quello che quell’insegnante ha fatto.

I giornalisti tacciono, da bravi conigli. Sono così idioti che non capiscono che ne va della libertà di tutti, la loro a informare, la nostra a sapere le cose. Ovviamente vi sono eccezioni: il Fatto ha dato la giusta importanza a questa notizia abnorme, Lillo ha scritto un pezzo fondamentale, Ranucci ha detto parole chiare.


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L’ ottusità mi innervosisce

La censura di FacciaLibro (inefficiente al limite del ridicolo, ma Marchino ha il braccino corto) mi ha di nuovo colpito e sebbene sia per pochissimi giorni la cosa mi sta innervosendo. Non sopporto l’ottusità di chi fattura milioni su milioni e poi ti blocca perché non capisce quello che hai scritto. Quanto alla possibilità di fare ricorso, è solo teorica: accettate sempre il loro verdetto, eviterete di perdere tempo, è come dialogare con un sasso poco istruito.


Questa volta avrei scritto un contenuto che istiga alla violenza.

Commentavo la notizia secondo cui abili truffatori ti chiamano al telefono, stanno zitti, tu rispondi Sì? (Oppure ti chiedono: lei è Paolo Rossi, tu rispondi Sì) e buttano giù, per poi usare questa tuo Sì registrato per farti in pratica sottoscrivere un contratto tramite accettazione telefonica.

Ho scritto che un tizio che fa una roba come questa andrebbe preso e gli andrebbe sbattuta la testa contro un muro fin quando il muro non si danneggia. Poi ho anche argomentato affermando che servirebbero pene maggiori di quelle attuali etc. Che FacciaLibro si sia preoccupato per i possibili danni al muro di terzi?

Del resto, ho aggiunto, puoi mettere sotto uno sulle strisce per distrazione, ma una roba così non la fai per distrazione: la progetti.


Non è istigazione alla violenza perché questi truffatori sono ignoti e imprendibili per il truffato, che quindi nemmeno volendo può saggiare la resistenza dei muri odierni. Non dico: dovete picchiare Tal dei Tali, né dico: dovete distruggere i negozi della tal catena (quella sarebbe istigazione). Ma vallo a spiegare ai censori di FacciaLibro che ha un controllo dei contenuti che riflette esattamente la somma che Marchino vi investe: quasi zero. 

Ecco perché le decisioni prese sono 9 volte su 10 ingiuste, surreali, illogiche. Ecco perché i nazisti prosperano, i razzisti gozzovigliano, i vip fanno quello che vogliono e chi, cittadino comune, scrive che certi truffatori meriterebbero una lezione viene messo ai ceppi.  Come chi pubblica una madre che allatta, per dire... la mammella non si deve far vedere!


Scriverò qui, perché a me due giorni bastano per perdere l’abitudine. Poi vedremo. Ma insomma: FacciaLibro è un mezzo come tanti, se Marchino crede di avere un potere si illude, ce l’ha solo sui gonzi. Ripenso ancora alla figura da topi che ha fatto di fronte alle autorità americane. 

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martedì 22 novembre 2022

La censura da carnevale del social FacciaLibro

Il social peggio gestito al mondo (FacciaLibro) mi censura. E non è la prima volta. Tutte le volte avevano in comune le stesse specifiche: ero innocente e i censori hanno commesso una vaccata, magari dando retta a una segnalazione.


La logica è sempre quella: pressapochismo e idiozia, variamente miscelati. Le cause: le infime risorse che Marchino stanzia per un servizio serio di controllo dei contenuti, ammesso che debba esistere... Io sarei per la responsabilità personale: se scrivo qualcosa di poco legale sul muro dell’autogrill la colpa è mia, non dell’autogrill, che al limite può rimuovere la scritta per convenienza ma di certo non può infliggermi pene seduta stante (la giuria è formata dai cuochi e dai barman?) o quant’altro senza passare da un tribunale, né impedirmi l’ingresso nei locali per un mese.


Se gestisci gruppi neonazisti o pubblichi notizie false generalmente la sfanghi. Lo stesso se sei un politico e scrivi bestialità disumane o menzogne sanguinose (Twitter ha chiuso la porta in faccia al golpista pel di carota, ma in genere a un politico l’account non lo levi, più facile scalare l’Everest a mani nude con meteo avverso). O se crei account falsi per orchestrare shitstorm o campagne mediatiche truffaldine. Ma se pubblichi un’opera d’arte con un seno in bella mostra, sei censurato e punito come se avessi cercato di stracciare la Costituzione. Se metti la foto della moglie mentre allatta, sei trattato peggio di un terrorista, ma se pubblichi la foto della moglie che fa lo spogliarello per scherzo hai maggiori probabilità di passarla liscia. Per farla davvero franca, però, devi pubblicare la tua foto e il link ai tuoi filmini osé, allora sei a posto: ricevo richieste di amicizia di profili costruiti così almeno due o tre volte al mese. La stessa cosa se per caso parli di un tizio che si chiama Paolo Negro: questa parola basta per spedirti sulla forca, non viene mai fatto un controllo serio sul contenuto, sul contesto in cui è stato pubblicato, etc. 


Oggi, commentando un post che era molto critico nei confronti del black friday e che ricordava che in Italia vi sono milioni di poveri che avrebbero bisogno di ben altro che di venerdì neri o di sconti (spesso farlocchi), ho scritto, storpiando appositamente black friday, “bl@ck sh*t” (qui camuffo perché non si sa mai). Naturalmente la censura è scattata (nel giro di quattro minuti quattro!) perché ha preso la mia espressione per razzismo e incitamento all’odio (pensava che parlassi dei neri). 

Ripeto: una censura così è peggio che non averne. E’ l’idiozia al potere, la giustizia dei buffoni, il carnevale del diritto. Se ti arroghi il diritto di valutare quel che scrivo e di censurarlo se contrario alle leggi o ad altre norme che ti sei inventato (e già qui ci sarebbe da dirne, di cose), devi fare in modo di avere una struttura che sa valutare i contenuti, non che spara nel mucchio con la benda sugli occhi, ammazzando l’innocente e salvano il marcio. L’ingiustizia fatta sistema è peggio della legge del far west. Senza contare che quando provi a contestare ti respingono sempre come un muro di gomma, non c’è possibilità reale di contraddittorio.


Ma quando tutto quel che conta è solo il denaro, pretese di questo tipo sono utopia vera.


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venerdì 18 novembre 2022

Non so più dove sono, ma sono





Devo scriverne ora, perché devo cercare di rendere meglio l’idea di un qualcosa che sfugge alle idee. E non so se, nonostante tutto, ci riuscirò.

Solo in certi momenti si riesce a dimenticare tutto. Te ne rendi conto solo dopo. Dimenticare tutto quello che in questa vita ci sevizia secondo dopo secondo, consapevolmente o inconsapevolmente. Tutto quello che giorno dopo giorno, piano piano, ci consuma fuori e ci sfinisce dentro. Non dura molto questo stato di ben-essere, ma dà l’idea di come sarebbero sempre le cose se ci riuscissimo non solo di rado. 

Mezz’ora (o di più? Davvero, spesso è difficile dirlo) che sembra sospesa nel nulla, senza un prima e un dopo, e senza nemmeno doversi porre il problema del prima e del dopo. Un presente che si rinnova ad ogni istante, che puoi quasi guidare, in un eterno presente che cresce e cresce e pare dover scoppiare e non scoppia e cresce, cresce e tu sei annichilito eppure corri come un cavallo terrorizzato al galoppo. Fin quando finisce e ripiombi dov’eri, e pensi che sia impossibile riuscirci di nuovo, ed in effetti non ci si riesce sempre, anzi: quasi mai. Ci vuole una concomitanza di fattori, se ne manca uno pare sempre la stessa cosa, vista da fuori, ma tu senti che, pur essendo molto bella, non è quella, non è quello stato di incredibile e stranissimo stacco dal reale che ti possiede. Non è questione di amore, può accadere con l’amore ma anche senza, e questo non lo dico per svalutare l’amore, che comunque è entità sfuggente e mutevole, oltre che, spesso, unidirezionale, ma perché sto descrivendo i fatti come sono, come li ho vissuti a volte, e anche oggi, un giorno in cui questa cosa non frequente si è manifestata veramente appieno, veramente. A differenza di altre volte, scrivendone subito riesco a essere più preciso, per quel che si può esserlo. Non riguarda solo te, coinvolge sempre anche un’altra o altre persone, o almeno quasi sempre, a volte la presenza può essere sostituita da un ricordo forte quasi come la presenza, è ancor più raro ma non impossibile, mi è successo, ma in quegli istanti, alla fine, in ogni caso, se tocchi certi apici e ti ci muovi per un po’, sai che sei comunque solo, forse vegliato, forse accompagnato ma non lo senti, tu, solo tu, senza corpo anche se il corpo ti ci sta portando eccome, tu senza nessuno, anche se altri stanno lì con te, è troppo per pensare ad altri in quel momento, ti stai perdendo e vuoi perderti, ci sei tu e questo abisso che ti chiama a gran voce e che tu vuoi fare tuo. Certo, esserci con qualcuno che senti tuo anche in vita, sarebbe potenziare una vastità già immensa. A proposito di fattori, non ho mai capito quali siano e cosa serva davvero, e so che non ci riuscirò mai. So solo che per capitare deve essere un giorno in cui davvero ti lasci andare, in cui davvero ti vuoi perdere, per sempre possibilmente, e furiosamente cavalchi quest’onda indomabile ed esorbitante, e puoi immergerti davvero in lei se solo davvero ti lasci perdere: in quegli istanti, basterebbe pensare una volta sola al rubinetto del gas (chiuso o aperto) o ai muri sottili, forse troppo sottili della tua stanza, per cadere di qua e restarci, avendo comunque un’avventura dei sensi ma nulla, credetemi, nulla di paragonabile a quella che ci devasta quando davvero dimentichiamo tutto, ma proprio tutto, meravigliosamente tutto, ma anche pericolosamente tutt, intorno a noi. Oggi ne scrivo e sento di riuscire a dir di più. Ci provo molte volte a toccare questo cielo.

Sono momenti difficili da descrivere, sei fuori di te, non sai assolutamente dove sei e cosa stai facendo, il tempo non esiste, il luogo è indifferente, di fatto in quel posto e in quel momento non ci sei, c’è il tuo corpo, immagino, e nemmeno so bene cosa faccia, a dirla tutta, è davvero troppo, in certi istanti, troppo per controllarlo, troppo per ricordarlo, troppo per non volerlo ancora, e sempre, mille volte. Non so cosa, dal mondo di fuori, potrebbe avere la forza di svegliarti da questo stato, forse una bomba. Immagino sia una sensazione paragonabile a quella di alcuni stupefacenti, senza stupefacenti. In parole povere non sai più dove sei, non vedi più luce o tenebra, non senti freddo né caldo, ma sai che sei. E allora insisti, e insisti, e i sensi ti scoppiano, e cerchi di non rompere tutto, di non farlo finire mai, perché sai come sei senza. Forse son gli unici momenti in cui sei, chissà...

Non so se tutti accedono a questa esperienza che, ripeto, è purtroppo così rara da potersi definire episodica, anche se non casuale. Sempre, cerco di toccare il cielo, solo a volte ne sfioro la delicata infinità. Dopo, sei diverso, per un po’, e ricominci a vivere, inseguendo qualcosa che non hai e che, in quei momenti, intravedi appena, ma senti in maniera fortissima. Forse è proprio la temporanea separazione dal reale, e dalla percezione che del reale hanno i sensi, a crerare questa bolla. Forse è proprio il cercarla, come faccio io, sempre, e il viverla, a volte, che ti rende ancora più insopportabile questa realtà.

Lo so, è uno dei miei testi personali che, me ne accorgo rileggendolo, molti trascureranno o abbandoneranno; potremmo anche dire che non è da Facebook, se non fosse che io qui pubblico un po’ di tutto, senza badare a questi schematismi. Forse, non lo abbandoneranno e non lo svaluteranno quelli che ci ravviseranno qualcosa di provato... Sono attimi in cui afferri quello che durante il quotidiano è sempre dietro a tutto, quasi invisibile, appena percettibile, mai raggiungibile. Certo, lo afferri, lo stringi, lo stringi con una forza che non credevi di avere, lo mordi, lo mangi, lo lecchi, lo fai tuo, del tutto tuo, senza più difese e senza più remore tuo, vorresti perdertici dentro, vorresti umiliarti e godere di questa umiliazione, e il corpo cerca di fondersi con questo quid, che solo l’anima può toccare, e lo fa smaniando in una maniera che, a ripensarci dopo (anzi, a intuirlo dopo, perché un ricordo di questo piccolo viaggio non si può avere, almeno a livello conscio), se analizzata dal di fuori da spettatori non coinvolti, per esempio una giuria all’uopo selezionata, o da un team di dottori, potrebbe anche apprire come ridicola, comica, o patologica: a volte resto stupito da quel che ritrovo quando riemergo da questo abisso elevatissimo, mi chiedo cosa è successo. Ma che forse è ridicola, non certo patologica. Tendiamo a questo, è inevitabile. E poi d’un tratto, quando sembra che stiamo per farcela, quando abbiamo quasi fatto nostra la preda, che stravolta e sconfitta, è ormai schiava dei nostri desideri e ci giura fedeltà eterna e totale, quasi moriamo, ma ci piace questo morire, fin quando vediamo che ci sfugge, e pian piano torniamo di qua, e ci sembra di non essercene mai allontanati, ma anche di essere stati via un tempo infinito, e ricomincia la ricerca...

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(Img by Irene, Pinterest) 

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martedì 15 novembre 2022

Un momento di forza contro questo dolore perenne





A volte avresti voglia di abbracciare una persona, o anche solo di avere con lei un breve contatto fisico, ma sai che non puoi farlo perché in questa società di esseri umani si devono esprimere solo emozioni controllate, annunciate, previste o certificate ufficialmente o ufficiosamente, o logiche, cioè che possano dirsi in qualche modo manifestazione attesa e logica di un rapporto esistente e riconosciuto. Quasi tutto viene interpretato male o visto come indebita ingerenza, da chi eventualmente è fatto oggetto di una simile e innocente attenzione o da parte di chi assiste o potrà venirlo a sapere. Dipende dal sesso della persona in questione rispetto al tuo, dal suo stato civile e dal tuo, dall’età, dalle convenzioni che regolano (seviziano) le nostre misere esistenze. 

E così anche un semplice abbraccio, che a volte, ma spesso no,  potrebbe anche contenere promesse maggiori, che magari si sanno irrealizzabili, certo, e che magari l’abbraccio non vuole necessariamente concretizzare, diventa un sogno proibito, un atto da non compiere pena il perdere quel poco che hai, magari un’amicizia accennata o un semplice rapporto di conoscenza, che come il tappeto di una domestica infedele nasconde di più di quel che fa vedere, o pena il creare danni irreparabili in più esistenze, come se carezzare con cura o ammirazione un vaso di cristallo, per un attimo, in una cristalleria fosse di per sé garanzia certa della distruzione di interi ripiani di oggetti preziosi.
E così un abbraccio, una pacca sulla spalla, una semplice stretta di mano o una carezza accennata sul braccio diventano pericoli enormi, veri e propri denotatori da non sfiorare, e siamo costretti a proseguire i nostri percorsi di vita intralciati da masse sempre più ingombrati di fastidiosi e lancinanti non detti e non fatti, e il tutto per salvare le apparenze, sacrificando quel che davvero conta.

Eppure, come sarebbe semplice, a volte, comunicarsi affetto, appoggio, solidarietà, vicinanza, aiuto anche con un semplice contatto fisico.
Un semplice gesto di affetto non dovrebbe necessariamente preludere a una relazione sessuale, può magari contenerne la speranza unilaterale, a volte, ma senza mai esplicitarla;  un abbraccio può anche solo voler dire io ci sono per te qualunque cosa ti accada, io ti stimo, tu mi piaci, non necessariamente voglio sconvolgerti la vita (appunto perché ti voglio bene), voglio solo... abbracciarti un attimo.

Un abbraccio è un momento di forza contro questo dolore perenne che è la vita, che cade veloce in un vortice fino a spegnersi. E’ un attimo sublime in una vita che spesso ci vede strisciare per terra. Un lampo di luce nel buio del quotidiano. Ma tutto questo ci è precluso.

Capita che anche chi riceve l’abbraccio ne sia sconvolto, non lo capisca: questo accade perché non prova le stesse cose dell’altra persona, e non ha la maturità sentimentale necessaria per gestire la situazione, o perché è vittima del sentire comune. Infiniti lacci legano la nostra anima, la limitano, la deprimono, tanto che a volte non sappiamo più nemmeno riconoscere un gesto così semplice e così sublime, così banale e così totalizzante. Le anime comunicano anche a distanza di chilometri, è vero, ma a volte hanno bisogno che la pelle sfiori la pelle, che due corpi si stringano con forza, che i respiri si mescolino, i capelli si tocchino, le ossa vengano strette da mani vogliose di dare. 

E invece passano gli anni e quel che non abbiamo fatto o detto ci schiaccia sempre più faccia a terra. Viviamo nelle gabbie che ci siano costruiti da soli, vittime di cliché che hanno generato coazioni a ripetere schemi autolesionisti, o nelle gabbie che gli altri ci hanno costruito attorno. Fino al giorno in cui la pelle, che abbiamo negato agli altri, o che altri ci hanno negato, diventerà niente e le ossa riposeranno per anni sotto tre metri di terra o in una fredda scatoletta.

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Img: investireoggi punto it 

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Bandiera bianca

I fascisti governano o rialzano la testa quasi ovunque, i farabutti hanno sempre la meglio, denaro e potere sono i nostri fari guida, le guerre continuano, la gente muore sotto le bombe o nel nostro mare, o in qualche angolo sperduto del pianeta morente, a volte di guerra o di persecuzione, molto spesso di sola banalissima fame o di malattie curabili, l’essere umano è cattivo, violento ed egoista,  i soliti problemi di questo Paese sopravvivono tutti e vieppiù peggiorano, il futuro non promette nulla di buono, le nostre vite sono insipide e vuote, dominate da valori irrilevanti, il cambiamento climatico ci distruggerà, sempre maggiore sarà il fanatismo politico e religioso, il disordine sociale, l’ingiustizia e la confusione sotto questo cielo di piombo, sempre più lancinanti le sofferenze e dolorose le tragedie. Non vi è via di uscita a una fine annunciata o una lenta deriva in agonia, è tutto scritto nel nostro codice genetico. Sperare serve solo a non prendere coscienza di questo e a non assumere le conseguenti decisioni. 

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sabato 12 novembre 2022

Un tipo particolare di ostilità

Percepisco ostilità anche a distanza, io. 
Ho un’antenna wifi che capta la sottile e persistente ostilità: quel tipo di ostilità che è generalmente immotivata e durissima da estirpare, e anche una delle peggiori, un po’ come la pioggia fine e fitta, che cade in silenzio e in due minuti ti inzuppa come un temporale.
Riesco a captare segnali diretti a me anche a diversi metri di distanza, i muri non ostacolano.
Una sottospecie di questa particolarissima forma di ostilità è poi quella che, oltre a possedere le specifiche che ho appena elencato, è spesso anche dissimulata. 

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Tramonti su mondi morenti


Il tramonto è sempre uno spettacolo meraviglioso, con le sue mille sfumature di rosso, giallo e arancio, in un blu che da bianco accecante si fa pian piano nero e saluta il giorno punteggiandosi di stelle brillanti come diamanti appuntati su un drappo di raso nero.
Il sole muore ma in un trionfo per nulla sobrio; è una morte maestosa che ne lascia presagire l’immediata resurrezione. 
L’ora del tramonto è meravigliosa come lo era a Babilonia nel VI secolo a.C. o sulle rive del Nilo nell’antico Egitto. E come lo sarà fra qualche secolo sulla costa atlantica dell’America, o nel cuore dell’Europa, fra le desolate rovine di una civiltà che fu, la nostra. 
Il sole non si cura del tempo terrestre, non si cura di nulla. Non si cura di quel che non ha alcuna importanza. 

Il sole tramonta però su un mondo che oggi è molto diverso. Brulica di miliardi di forme di vita “evolute” indifferenti e perdute, moleste e nocive. Esserini angosciati che sbattono fra di loro e penosamente girano a vuoto come palline in un flipper che non marca punti. Meschini destini individuali di nessuna importanza, granelli di polvere persi in uno spazio senza fine, freddo e buio.
E’ tramontata ogni possibile forma di senso compiuto sulle nostre vite insulse ed evanescenti: diamo importanza a un eterno irrilevante, ci sentiamo padroni dell’universo ma non abbiamo nepure il dominio di noi stessi. Sta tramontando il sole sulle nostre coscienze.

Quello che ci circonda e ci ospita, e quello che abbiamo dentro di noi, e’ un mondo morente come il sole, che però non muore, si nasconde solamente sotto l’orizzonte e sempre rinasce e sempre rinascerà, anche dopo di noi.

Ai tramonti che non vedrò.

(Img fom i0 punto wp punto com)


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venerdì 11 novembre 2022

Bastonateci adesso

Bastonateci adesso, che siamo in difficoltà.
Prendeteci in giro, truffateci, frustate chi porta la croce di una stagione sportiva derelitta, di un gruppo che non ha mai avuto santi in Paradiso e non ne vuole, vorrebbe solo quel che le è dovuto. Ridete sguaiatamente, avete la vostra occasione di deridere chi non avete mai davvero capito, in fondo, e quindi avete sempre temuto perché diverso.
Perché prima non potevate farlo, dato che senza potere, senza truffe, senza politici, senza giornali o tv di proprietà e con denaro non infinito abbiamo vinto un bel po’ di trofei e portato la simpatia e la sportività di Genova in Europa. La nostra filosofia sportiva, che è poi la nostra forza sempiterna e la nostra anima assoluta, ci consente di sopportare questi cagnacci che per un giorno si credono leoni e fanno festa come scimmie cerebrolese e questo sistema di corrotti che ci dà contro e poi banchetta coi nostri resti. 
Finirà, e noi torneremo quelli che siamo sempre stati. Ma saremo sempre stati noi, sempre, e mai lerci come voi: questa sarà la differenza. 

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Lettori

Certamente sapere che alcuni mi leggono mi fa piacere. 
Intendo alcuni oltre a quei pochi che mi leggono (presumo) e poi, se hanno gradito, mettono il like o, se non hanno gradito o hanno gradito troppo o sono bipolari, la faccina che ride sguaiata. 
Anche se magari non sempre condividono quel che penso o approvano quel che scrivo e come lo scrivo.
Anche se mi considerano fuori come un terrazzo e mi leggono solo perché sono divertente o solo perché con me ci si può sempre aspettare la cosa assurda o dissacrante.
Anche se, come detto, non mi mettono quasi mai un like: scrivo tanto, il dito si stanca, non solo il mio. Anch’io, in effetti, metto meno like di quel che sarebbe coerente con quel che provo.

Esser letti conta, è già un apprezzamento (e poi: chi disprezza, compra).
Il resto servirebbe, certo: ma anche no.

Io, da parte mia, faccio quel che è giusto. Dico sempre come la penso davvero, senza filtri, sui più svariati argomenti. Mi schiero, giudico. Parlo di tutto ma mai nei dettagli di temi che non padroneggio. Non scrivo balle. Faccio politica, non propaganda. Cito le fonti. Creo contenuti. Parlo a volte della mia vita, senza infingimenti. A volte uso parole che in società non si dovrebbero usare (esempio: minchione, leghista, idiota, merd@). A volte sono prolisso (immagino cosa pensate voi, io tale non mi considero quasi mai), ma spesso anche breve o brevissimo. Vado dal post di sessanta righe al tweet o all’aforisma. Evidenzio notizie. Critico e discuto. Dileggio quando devo, ma solo quando devo ed è accettabile farlo. Non perculo mai chi ha perso, nello sport: ho un codice ferreo, mantovaniano. Al massimo do lezioni di vita a chi lo fa. E rispetto gli avversari. In politica, però non chi straccia la Costituzione e i diritti naturali. Mi ribello alle ingiustizie, cerco di mantenere obiettività. Cerco di scrivere bene, ma anche originale e di evitare i refusi (non sempre ci riesco).
Insomma, per il Pulitzer o il Nobel chiamate ore pasti, grazie.


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martedì 8 novembre 2022

Ipocrisia: la regina dei rapporti umani



Pensate se potessimo leggere il pensiero degli altri. Ogni rapporto sarebbe compromesso, ogni amicizia o amore impossibile. Forse il sesso andrebbe avanti più o meno come prima, ma giusto perché nella sua forma basica non richiede grandi impalcature oltre alla base selvaggia e istintuale, ma diventerebbe sempre quello che oggi è spesso, cioè un mero sfogo ludico e fisico (non che ci sia nulla di male, eh, la mia è un’analisi, qui, non un giudizio: non ho mai pensato che l’unico o principale scopo del sesso fosse quello riproduttivo, non ho infezioni religiose di nessun tipo).

Pensate se, invece, non avessimo la capacità di capire quel che gli altri pensano ma potessimo ascoltare quello che gli altri dicono di noi quando noi non possiamo sentire. Quel che dicono alla sorella, al genitore, all’amico, al vicino. Sarebbe incredibile e, credetemi, otto volte su dieci devastante. Anche qui sarebbero impossibili rapporti solidi e duraturi. 
Confesso che questo potere mi interesserebbe di più del precedente, perché i pensieri a volte possono essere incontrollabili, ma parole e azioni molto meno.

Quindi tutta la nostra vita sociale, tutti i rapporti tra esseri umani si basano sull’ipocrisia, cioè sul fatto (benedetto, a questo punto?) di non sapere mai, salvo infortuni o casualità, quello che gli altri davvero pensano e dicono di noi?
Lo avete detto voi...

L’ipocrisia è del resto l’olio del motore dei rapporti sociali. 
Senza, si ingrippano.

Quando per caso, nella vita, ascoltiamo una persona (per esempio un amico) parlare di noi non sapendo che noi ascoltiamo, ci rendiamo conto di quanto siano falsi gli esseri umani. Persone che dicono di stimarti e poi invece ti disprezzano, invidiano, odiano (una delle mie due amicizie fasulle naufragò per questo, e fu anche l’unico caso in cui, sia pure ancora parzialmente -la pratica, ventennale, è ancora aperta- mi vendicai in maniera discretamente feroce). Persone che si fingono caste o oneste e poi appena possono rubano o seguono irrefrenabili spinte sessuali, magari anche banali e innocue, financo innocenti, ma così stridenti con l’austerità di facciata che ti colpevolizza ma nasconde lubricità in dosi da cavallo. Persone che si offrono di aiutarti ma in realtà cercano, appena possono, di affossarti. E persone che di te non hanno capito nulla, ma questo è normale.

Quindi, cosa dobbiamo fare? Vivere da eremiti?
No, siamo animali sociali. 
Forse, però, è meglio non disporre dei poteri che sopra ho immaginato e continuare a far finta che tutto vada bene e che quel che appare sia veramente così.

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Img: ridersadvisor punto com


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venerdì 4 novembre 2022

Avviso ai naviganti

Lo so, tu leggi i miei post degli ultimi tre o quattro mesi (e già meriteresti una targa, perché io ogni giorno scrivo molto e pubblico il 30-40%, che è sempre tanto) e poi stranito ti chiedi se sono normale. No, non lo sono. Te lo avrei detto subito, avresti risparmiato tempo (ma avresti perso grande letteratura!) Comunque dico sempre quel che penso, spesso appena un fatto accade, senza aspettare che il tempo permetta di saperne tutto e renda così troppo facile giudicarlo. E attacco chi non mi piace, e lodo chi mi piace, senza temere risentimenti o accuse di far sviolinate. Per il resto, sto invecchiando e sono meteoropatico. Il Tempo ci devasta. Il climate change farà il resto del lavoro. 

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giovedì 3 novembre 2022

La nostra natura

Le persone si ammazzano fra di loro facilmente come bevono un bicchier d’acqua. L’uomo è un animale assetato di sangue. In lui gli istinti sono solo in parte domati dalla civilizzazione e dalle convenzioni sociali: alla fine prendono sempre il controllo. Spesso è la paura delle conseguenze a frenarci, più che l’intima adesione a valori profondi quali il rispetto per ogni vita. Siamo bestie addomesticate male. Le pareti dei secoli sono verniciate di rosso. L’avidità, la fame sessuale, la brama di potere, la voglia di farsi giustizia da soli e la cattiveria fanno di ciascun uomo una potenziale bestia assassina. 

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sabato 29 ottobre 2022

La lenta agonia del calcio



Il calcio sta diventando sempre più uno sport inguardabile.
Del resto i giovani già da anni non seguono le partite, non sanno cosa vuol dire seguire e capire una partita di calcio: guardano solo gli highlight, che è un po’ come dire che di Guerra e Pace leggi il Bignami: anzi, datti all’ippica (o leggi Cioè).

E’ uno sport sempre più fisico e muscolare, con sempre più cartellini gialli (noi ne becchiamo uno ogni 3-4 falli, per dire, e siamo una squadra corretta), con arbitraggi clamorosamente iniqui, spesso latita pure lo spettacolo, al di là del colpo di classe, che però è un lampo in una notte grigia. I direttori di gara sono incapaci o parziali: due difetti non da poco, per un giudice che può tranquillamente decidere l’esito di un match: fino a quando non arriveremo a una gestione in stile football americano, questa perdità di credibilità non si arresterà. Il calcio ormai è il parco giochi di tre o quattro squali pieni di soldi che pur di vincere violentano le regole, il buon senso e il vero significato dello sport: bambini viziati e idioti, malefici inquinatori.  I telecronisti e i giornalisti sono inetti e di parte, molesti, fastidiosi, leccaculo: non insegnano nulla, una volta invece capivi il calcio grazie anche al cronista e al commento tecnico, oggi sono solo sproloqui e fiumi di ovvietà. Si privilegia la corsa e la fisicità alla tecnica. Non si insegna più a difendere. Non si insegnano i fondamentali. Non sappiamo insegnare calcio e del resto non serve: tanto i giovani dei vivavi non ci interessano, i club con più soldi acquistano direttamente all’estero i presunti top player, giocatori già formati, spesso sopravvalutati e che riescono a spuntare stipendi assurdi. Perché, secondo voi, la nostra Nazionale fatica da anni, se togliamo l’Europeo di Mancini, meritato ma episodico?

Società con budget di 2-300 milioni di euro, che trinciano milioni come se fossero noccioline, strapagando procuratori idioti e corrotti e giocatori spesso asini, allestiscono squadre piene di giocatori viziati e super pagati che molto spesso non riescono a battere squadre costruite con 10 milioni se non ricorrendo alla lamentela continua e se non fruendo di arbitraggi compiacenti. Non è più un gioco da anni e anni, adesso è davvero una roba sporca e inguardabile. Dominano i procuratori, gli affaristi, i fondi. Conta solo il denaro e conta solo vincere, “a qualunque costo”.
Il regolamento è applicato secondo i casi, le partite sono eterodirette, ogni fine settimana, se non sei uno di quegli squali, sei preso per il sedere e vedi irrisi da individui meschini i tuoi sforzi di una settimana.
Si sente puzza di marcio lontano chilometri.

Ecco spiegata la perdita di fascino di quello che era e sarebbe uno sport fantastico. Ecco spiegato il vertiginoso calo degli abbonati tv. Ecco perché molti di noi, pur amando i propri colori, schifano il calcio. Io un tempo guardavo un’infinità di partite, di campionato, di coppa, anche di campionati esteri. Adesso la mia squadra, e non sempre. Nient’altro.

Siete riusciti a rovinare anche lo svago della domenica, con le vostre pay-tv, le vostre partite a tutte le ore e in tutti i giorni, i vostri milioni.
Siete solo affaristi, quasi sempre biechi, spesso luridi.

Con lo sport non avete nulla a che fare. Siete maiali infetti che sporcano tutto quello che toccano.
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“Puerili e un po’ schifosi”

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*PUERILI E UN PO’ SCHIFOSI*

Al di là del giudizio sul match di stasera al Meazza (penso che la vittoria dell’Inter sia meritata -per batterli avremmo dovuto fare di più davanti, molto di più- anche se l’arbitraggio equo è un’altra cosa e anche se è abbastanza prevedibile che una squadra costruita con decine e decine di milioni possa dare due o tre gol a una costruita con saldo zero e attualmente sospesa nel nulla), e al di là del solito applauso alle migliaia di sostenitori a quattro colori (impagabili, generosi, corretti, innamorati, unici), una cosa mi urta (oltre al fatto di dover dare per scontato arbitri ostili ed esser già contento se non mi hanno negato rigori netti -pare di no- o compiuto torti clamorosi come moltissime volte quest’anno -leggi: quasi sempre) e cioè l’atteggiamento che in campo hanno i giocatori delle squadre cosiddette “big” (forse il big è riferito all’avidità dei proprietari, o alla quantità di denaro che buttano nel cesso, non so).

Giocatori per lo più affermati, con stipendi se va male da 2-3 milioni l’anno (se va bene anche 10-15 con gli sponsor), spesso anche se non sempre pure bravi nel gioco del calcio, con addosso i colori di una maglia che ti garantisce di default una indebita protezione mediatica e vergognose e inaccettabili coccole arbitrali, che per 95 minuti si lamentano come verginelle, come bambini capricciosi e con problemi, come insetti molesti  per ogni singolo fallo o falletto, per ogni singola decisione del direttore di gara, peraltro quasi sempre accomodante con loro e severo con gli avversari, per ogni singola avversità: strepitano, urlano, sbracciano, fanno smorfie, fanno capannello, alzano gli occhi al cielo, fanno sguardi da perseguitati che manco Assange, il tutto perché sono viziati e idioti e perché in questo modo cercano di strappare gialli a carico degli avversari e di condizionare direttori di gara generalmente inetti e senza personalità e come detto nove volte su dieci già ben disposti nei loro confronti in quanto tesserati per una delle quattro o cinque squadre intoccabili (traducendo: se il tuo arbitraggio le scontenta, la tua carrera di arbitro è davvero a rischio).

Mi riferisco ai giocatori delle 4-5 big italiane. Tutti uguali in questo. Forse anche 6.

Ragazzi, offrite uno spettacolo indecente e puerile. Siete anche un poco schifosi.

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