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lunedì 10 maggio 2021

Il senso e la durata della vita


(7030 caratteri, 1412 parole, 8 minuti per leggerlo: forse è troppo, data la brevità della vita, vi capirò senz’altro; sarei ipocrita a non giustificare chi diserterà da questo istante e passerà oltre.)
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Se conoscessimo la data esatta della nostra morte ci sarebbe impossibile vivere? Forse sì, specialmente se fosse ravvicinata e se la conoscessimo d’improvviso già da adulti. 

Un cinquantenne che apprendesse di dover morire a 61 anni come affronterebbe il decennio che gli resta? Si ucciderebbe? Non riuscirebbe più a fare alcunché, sapendo che tutto sarebbe vano? Forse sì. Eppure è la nostra attuale condizione: dobbiamo morire con certezza, e potrebbe capitare tra due minuti, eppure andiamo avanti senza pensarci. Ogni giorno compiamo scelte che irridono la certezza della morte. Sarebbe dunque la certezza della data a renderci impossibile una vita serena? Non penso che sia del tutto vero.

Se tutti conoscessero la data finale già alla nascita, si abituerebbero alla cosa. Stai per partorire un bambino e sai che questo morirà a 5 anni: certo è straziante. Vivresti la vita in modo totalmente diverso, ma non sono convinto che non la vivresti, se questa cosa fosse normale e se valesse per tutti. Si tratterebbe di provare, dette così son solo chiacchiere, ne convengo. Mia madre ha 86 anni, non so quando morirà: supponiamo a 99. Alla nascita lo avrebbe saputo: sarebbe cresciuta con questo dato. Le avrebbe impedito di vivere? No, perché se ragioniamo sappiamo bene che dobbiamo morire e che molto ma molto probabilmente questo avverrà ben prima del secolo di vita. Se invece avesse saputo di dover morire a 26? Le cose sarebbero state diverse...
Il punto allora non è tanto il saperlo, ma il conoscerlo se è ravvicinato, il termine. Però... hai un figlio, sai che morirà a 5 anni. Sarebbero 5 anni strazianti? Sì, insopportabili. Ma se non lo sai e ti muore di botto a 5 anni, avrai comunque una vita piena di strazio, insopportabile, e fino alla tua morte. Ok, dice l’interlocutore: ma almeno avresti vissuto bene 5 anni, felice. Sì, è vero: ma solo perchè vittima di un’illusione, di un inganno, di un macigno invisibile sospeso sulla tua testa e pronto a colpirti. L’argomento, come si vede, è spinoso e difficile da sbrogliare.

C’è chi preferirebbe sapere la data rinunciando in cambio a qualche anno; chi assolutamente non vorrebbe saperla (la maggior parte).
Certo è che quel che ci fa vivere è la presunzione di essere immortali: un piccolo meccanismo della nostra mente che ci fa andare avanti come se non dovessimo mai morire, che ci impedisce di pensare all’ineluttabilità della morte. E’ per questo che facciamo continuamente progetti, stipuliamo mutui, mettiamo al mondo un figlio. Ed è anche per questo che siamo avidi, arroganti, egoisti. Quando si incrina quel meccanismo entriamo in crisi: non riusciamo più a vivere. Improvvisamente ci vediamo vivere. Scorgiamo con una nettezza inaudita la meschinità e la vanità del tutto. E siamo bloccati. Cadiamo preda della disperazione, della depressione. E magari ci uccidiamo. Se non ci uccidiamo, non viviamo più; al più, vegetiamo. Un po’ come, forse, se già a 15 anni sapessimo di dover morire con certezza a 40?

Di tutte le forme di vita che popolano questa sfera oblunga che gira silenziosa in un buio infinito e freddosiamo gli unici, noi esseri umani, a sapere che moriremo: solo, non sappiamo l’ora. Le altre forme di vita non sanno di dover morire. E non si pongono interrogativi sulla loro origine, sul senso del loro percorso di vita e sulla possibilità che esso termini.
Ecco perché sono esposte solo alla sofferenza, mentre noi siamo preda anche dell’infelicità. Noi sappiamo che la vita ci porterà dolore, sofferenza e morte, quindi soffriamo già prima di soffrire: siamo infelici. Sappiamo troppe cose per vivere con spensieratezza. Abbiamo paura di quel che conosciamo. Grazie a quel meccanismo di sopravvivenza, che noi non controlliamo, riusciamo comunque ad andare avanti, cavalcando un’illusione che ci facciamo sembrare vera, ma sotto sotto sentiamo sempre quella vaga inquietudine che basta un niente e diventa orrida disperazione e che comunque vena sempre di incertezza e di paura ogni attimo apparentemente felice della nostra esistenza piena di progetti, successi e ricordi. Se poi, come detto, il meccanismo si ingrippa, è la fine: diventi spettatore della tua vita, ne vieni spossessato, non hai più la ragione per muovere un muscolo. Capisci che tutto è vano e nulla ha senso, non riesci più a fare alcunchè: sei morto pur essendo vivo, con l’aggravante che vivi ancora e ti vedi farlo dal di fuori: una tortura unica e insopportabile. E ti trovi in mezzo a persone che sono come tu eri e che adesso per te è impossibile capire.

Siamo padroni della nostra vita? Sì. Non è un dono e se lo è ormai è nostro, come qualunque cosa, positiva o negativa, che ci venga donata. Ne siamo padroni ma non la dominimao del tutto, perché, come detto, essa è soggetta a una fine e non sappiamo quindi quanto durerà, e in quali condizioni la vivremo. Siamo padroni della nostra vita perché quello che siamo e che facciamo dipende da noi, non da un destino già scritto o da un dio. Quindi se sei un fallito, è colpa tua. Se non sei riuscito ad emergere come cantante, o a costruirti una famiglia, anche. Ovviamente tenuto conto delle cirocostanze (salute, sfortuna, cattiveria degli uomini, etc), che però non sono determinate da un’entità superiore e che non possono valere come scusa: sono frutto del Caso, che regola tutto e tutti influenza. Quel caso che ti fa morire a 3 anni di aneurisma o campare in buona salute fino a 100, quel caso che ti salva dalle ruote di un tir impazzito solo perché il vicino ti ha trattenuto a chiacchierare sulle scale trenta secondi. Quel caso che però non è una giustificazione perché, all’interno della cornice che ti è data, il quadro lo dipingi tu, e comunque è ... causale, e comunque non dipinge il quadro un’entità terza a te superiore. Siamo liberi. Siamo condannati in quanto liberi, perché siamo condannati alla libertà, à la Sartre. Nasciamo senza ragione, viviamo per debolezza, crepiamo per combinazione. E’ una visione che sembra darci libertà, invece ci mette sulle spalle un fardello pesantissimo.

Siamo padroni della nostra vita anche perché possiamo decidere di porvi fine in qualunque momento, ha detto più di uno. Possiamo conoscere il momento in cui moriremo, semplicemente decidendolo. Ed è vero. Molti lo fanno. Perché sono deboli, malati? Alcuni sì. Ma in generale chi lo fa non come conseguenza diretta di una malattia della mente lo fa consapevolmente, quindi si tratta di una scelta che dobbiamo rispettare e che, al contrario di quel che si pensa, richiede un coraggio formidabile, proprio perché deve vincere l’insopprimibile istinto alla vita che, nonostante tutto, arde dentro di noi e che, facendo appello molto spesso alla pura meterialità dell’esistenza, costituisce un richiamo irresistibile anche per chi è sull’orlo dell’abisso.

Quando sento parlare di senso della vita sorrido e mi prende l’angoscia. La vita non ha un senso. Dobbiamo essere noi a darglielo. E, davvero, non è facile, perché siamo mortali, siamo carne e ossa e pensiero, e quest’ultimo spazia libero, ha voglia di cielo,  mentre le prime due ci tengono ancorati quaggiù al nostro triste e finito cammino. Cercare un senso in questa esistenza vuol dire soffrire in maniera atroce: è come sta chi proprio un senso non riesce a darlo e quindi, come detto, lo cerca senza trovarlo, dato che non c’è. Non si tratta dell’esistenza o della non esistenza di un dio a scelta tra quelli a cui gli uomini hanno creduto o tuttora credono nelle varie civiltà e nella varie parti del mondo, la questione è più complessa. Credere in un dio creatore è certamente lecito ed è uno dei modi di dare un senso al tutto, ma è bene aver chiaro i termini della questione: questo dio esiste come esiste Superman, esiste certamente, ma perché lo abbiamo creato noi. Non penso che esista un sistema di valori superiore a cui dobbiamo riferirci o uniformarci. Questo vuol dire relativizzare la morale? Non so, può essere, e capisco che sia rischioso, ma l’alternativa è pura finzione: può essere utile per vivere, addirittura essenziale, ma resta una finzione.

Alla fine, ho più false certezze disvelate che nuove certezze, è vero. Ma è bene sgombrare il campo da quel che non serve, sperando di trovare un modo per guadare questo grande fiume, avendo ben chiaro in testa che siamo soli e che solo da noi, oltre che dal Caso a cui abbiamo dato nei secoli vari e vani nomi, dipende quel che faremo durante questa esperienza dalla durata non prevedibile. 


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domenica 2 maggio 2021

Fedez non è un eroe


Fedez non è un eroe.
Siete abituati a usare questa parola per un centravanti che fa tripletta o per un passante che soccorre un suo simile che si sente male, per un medico che fa il suo dovere, per un tizio che sventa una molestia sul bus, per un figlio che assiste il genitore malato: avete perso il significato delle parole. 
E nemmeno ha mostrato un particolare coraggio, in assoluto: ha reti resistenti, non ha fatto un salto nel vuoto.
La sua esibizione appare come fantastica solo perché viviamo in un mondo rivoltante; in terra di ciechi chi ha un occhio solo è già degno di rilievo. 
Ha fatto una bella cosa, ma non ha salvato il pianeta da una collisione mortale.

Fedez è un artista che fa cose che a molti neppure piacciono.
Fedez gode di una popolarità non meritata, o comunque difficilmente giustificabile in quelle dimensioni, come quella della moglie, addirittura metafisica.
Non sono un suo fan, non lo seguo.
E se quello che dice ha impatto, se la Rai osa censurarlo ma poi rinuncia e lo manda sul palco, se la Lega si indigna ma non troppo, è solo perché Fedez ha un seguito enorme e può muovere con un clic una fetta enorme di opinione pubblica, non perchè ieri sera (e in altre due o tre occasioni) ha espresso idee sublimi: cercate di capirlo, su, non è difficile.

Adesso è già cominciata la caccia allo scheletro nell’armadio di Fedez. Vi diranno che Fedez fa musica da schifo, che è straricco e spreca il denaro, che all’asilo si scaccolava, che al liceo attaccava le gomme da masticare sotto il banco, che sua moglie compra borsette da tremila euro, che in salotto ha un divano in pelle umana, che di notte diventa un vampiro e gira per Milano a caccia di colli da cui attingere sangue fresco, che lo ha fatto solo per acquisire ancora più popolarità, che sotto sotto progetta di buttarsi in politica prima o poi, vi ricorderanno la figuraccia del supermercato, e quella dell’elemosina fatta dalla limousine, e l’estrema inconsistenza del numero di follower, etc. Tutto vero, o verosimile, o falso ma credibile. Quelli che adesso cercheranno di screditare l’autore di una frase o di un’azione lo faranno per il solito fine: screditare l’atto o la frase, assieme a chi l’ha compiuto o pronunciata. Sono troppo limitati, culturalmente e come cervello, per capire che i due piani sono distinti, che se, per esempio, Salvini dicesse che oggi è domenica, la frase sarebbe vera anche se Salvini è un politicante pessimo.

Fedez può essere un uomo perfetto, o uno zozzone: ma quello che ha detto ieri resta sublime. E’ un concetto difficile da capire per quei decerebrati che discriminano le persone in base a religione, orientamento sessuale, colore della pelle.  Inoltre Fedez non campa di soldi pubblici e non ha colpe nello sfacelo di questo Paese: due differenze importanti rispetto al 70% dei politici che da oggi lo criticheranno o faranno finta di condividerne le posizioni. E non è razzista né omofobo: un indubbio pregio rispetto a coloro che critica.

Fedez ha detto quello che io, e per fortuna non solo io, penso dalla nascita. E anche io non avrei avuto problemi a dirlo su un palco, sebbene non sia avezzo ad esibirmi: al massimo ci avrei messo un minuto per sciogliermi. Anzi, essendo un perfetto sconosciuto, avrei calcato ancora di più la mano. A me non lo avrebbero fatto dire, però, perché le mie proteste dopo la censura si sarebbero perse nel vento. Fedez è una potenza, metterselo contro può essere rischioso. Grazie a questa sua potenza mediatica e “politica” ha potuto esprimere idee giuste che di solito non trovano visibilità: non lo trovo del tutto giusto, anche se di certo non è colpa sua, ma del sistema a cui la vice direttrice di RaiTre (quando si dimette?) avrebbe voluto ricondurlo prima del concertone del primo maggio.

Tutto questo per dire che in Italia il sistema dell’informazione è marcio al 90% e non ci voleva Fedez per capirlo; moltissimi (politici e cittadini semplici) sono razzisti e omofobi; moltissimi sono servi e ipocriti. Mancano un sacco di leggi che in altri Paesi sono cosa fatta da anni, mancano severe punizioni per chi sbaglia, c’è disuguaglianza e ingiustizia a piene mani e le istituzioni sono infestate da delinquenti; l’indebita influenza della Chiesa cattolica contribuisce in maniera notevole a frenarci.

E per ribadire che Fedez non è un eroe. E’ solo una persona che gode di popolarità notevole e che  a volte usa questa popolarità per affermare idee giuste: un atto nobile ma non eroico. Degno di nota, perché molti sono famosi ma non si espongono, o perché hanno anch’essi idee corrotte o perché hanno paura di rimetterci sul piano personale. Spero lo faccia ancora. E’ dunque meritevole e il suo discorso di ieri è ottimo, ma avrei preferito un Paese in cui anche a me fosse data questa chance, o ancora meglio: un Paese in cui non si dovesse più parlare nel 2021, di gay e etero, di donne e uomini, di neri e bianchi, di “gender” (qualsiasi cosa voglia dire) e di “famiglia tradizionale” (qualsiasi cosa voglia dire).

Restiamo molto lontani da un orizzonte di convivenza accettabile, Fedez o non Fedez. Dobbiamo far pulizia, cacciare a pedate dalle istituzioni pubbliche tutti quelli che rubano e veicolano idee sbagliate, seminando violenza (le parole sono i semi della violenza fisica), e dobbiamo emarginare, anche dalla nostra vita, tutti quelli che nelle parole e negli atti dimostrano di essere infettati da idee sbagliate, inumane: il macellaio all’angolo, il dentista, il collega, il cugino. Gli omofobi, i violenti, i razzisti devono essere emarginati, disattivati: un adulto razzista o cattomofobo non lo recuperi più, puoi solo renderlo il più possibile innocuo per gli altri. Dobbiamo istituire un lockdown personale attorno agli omofobi e ai razzisti che conosciamo. Solo se li emarginiamo possiamo salvarci e renderli inoffensivi, perchè gli omofobi e i seminatori d’odio portano le persone a fare del male o a farsi del male. Non chiedo una caccia alle streghe tipo MeToo: quella è barbarie che si usa per replicare a barbarie. Chiedo leggi eque e severe, punizioni esemplari. Non voglio rovinare la vita a una persona sulla base di una denuncia magari campata per aria, voglio impedire a persone grette, ignoranti e pericolose di decidere della mia vita e della vita dei miei figli e dei miei simili, sulla base di pregiudizi schifosi e di idee da vomito magari veicolate da religioni farlocche costruite sul nulla da uomini viziosi che predicano virtù: è ben diverso.

La strada da fare è lunghissima. Ma gli zozzoni lo sanno, che non molleremo mai.

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Serie A

Parecchie cose servirebbero alla serie A per diventare un torneo appetibile, divertente, equilibrato, senza ombre (favoritismi, condizionamenti, difformità di giudizi, sospetti, opacità).
A cominciare da un bel tetto salariare (base fissa modesta, a fasce, e poi premio a punti), e poi un fair play finanziario rigoroso, il fallimento per chi fa troppi debiti, la galera senza sconti (e il daspo a vita) per chi trucca o cerca di truccare le partite, il daspo a vita per chi crea plusvalenze fittizie, un filtro all’ingresso per evitare l’arrivo di squali e profittatori, il rispetto delle regole anche formali (es: penalità a chi si assegna i trofei da solo), eliminazione di tutti i conflitti di interesse (male italico gravissimo in tutti settori), un sistema arbitrale indipendente in cui la carriera di un arbitro non dipenda dal gradimento che di lui hanno i grandi club, un var riformato e anche a richiesta, una distribuzione dei diritti tv all’inglese (la somma maggiore all’ultima in classifica), un limite numerico più stretto alle rose e un limite al numero di compravendite effettuabili nell’anno, una politica diversa sul settore giovanile, e poi (ma qui possiamo discutere) abolizione del mercato di gennaio, maggior semplicità nell’acquisto dei biglietti, maggior accorpamento dei match settimanali. E (obbligatoria) una nuova formula per la Coppa Italia, all’inglese: eliminazione diretta fin dal primo turno, coinvolte tutte le squadre di A, B e parecchie di C, turno unico in casa della più debole, si rigioca se finisce pari e questa volta sul campo dell’avversaria; non la pagliacciata degli ultimi anni, costruita apposta per far vincere la Coppa alle solite 3-4 squadre, giocando 3-4 partite appena.
La bellezza del campionato dipende soprattutto dall’equilibrio: un filotto di 9 scudetti Juve o di  5 Inter (prendendo in esame gli ultimi due filotti di rilievo) sono poco interessanti e certamente meno interessanti degli scudetti del 70 al Cagliari, 69 alla Fiore, 91 alla Samp, 85 al Verona.
La migliore réclame del calcio è uno scudetto a Genova, a Verona, a Leicester, non un dominio Juve o Bayern.
Il campionato è bello soprattutto perché c’è Pisa-Milan o Juve-Crotone, non perché c’e’ Inter-Milan o Juve-MIlan. E Sampdoria-Genoa, Bologna-Parma, Palermo-Udinese. Un torneo con le sole 6-7 più forti stuferebbe dopo sei mesi. Occorre fare in modo che tutti o quasi tutti possano ambire al titolo e che chi lo vince ci riesca soprattutto per meriti, non solo e semplicemente perché può spendere (buttar via9 in estate 250 milioni (a debito, quindi non suoi) anzichè 25.
Il tentativo della Superlega, illegale e vomitevole, è da rigettare anche perchè incentiva un sistema in cui si gioca non per divertirsi ma per far soldi. Quello che conta è allora vendere un prodotto e non godersi una partita; si guardano gli highlights e ci si annoia durante i match. Purtroppo i giovani sono così, sanno sempre meno di calcio, non sanno leggere un match, non lo guardano nemmeno: bastano le azioni di rilievo e i gol. E magari scommetterci su qualche euro. Sanno ben poco di tattica e non conoscono le dinamiche psicologiche di questo sport popolare e affascinante. Sono fruitori grezzi e ignoranti anche perché vengono educati male: se il livello si abbassa, la gente si adegua: E’ come con la programmazione televisiva, se non dai teatro ma i reality il pubblico si abbassa di livello e chiederà cose sempre più sconce.
Sarà dura fermare questa deriva che rovinerà questo sport.
Al di là di questo, la vittoria dell’Inter mi fa piacere, tralasciando alcune facce che non sopporto, perché interrompe un filotto che si era fatto noioso, per non dire altro. Voglio dire, io avrei preferito un titolo al Napoli, o all’Atalanta (sebbene non sopporti umanamente il suo tecnico) o al Sassuolo, ma mi accontento. E avrei preferito che all’inizio dell’anno ci fossero stati almeno 7-8 team in grado di arrivare fino in fondo in testa alla classifica. 
Resta invece sempre vero che in Italia, all’inizio di ogni anno, sono solo 3 o 4 al massimo le squadre che possono davvero vincere lo scudetto, a volte un paio. E’ troppo poco. Non è possibile che alcuni club possano investire centinaia di milioni (che spesso non hanno) e altri 15 o 30, o possano remunerare un singolo calciatore quanto un’altra squadra remunera l’intera rosa.
Il denaro è un mezzo, se diventa il mezzo, e mette in secondo piano tutto il resto, compresi gli irrinunciabili valori sportivi, e anche il fine, addio. 

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Una squadra che si vuole bene e che cerca sempre di sorridere



Io voglio una squadra che si comporta bene, che rispetta le regole, gli avversari e gli arbitri, che ama (riamatissima) i suoi sostenitori, la città, la regione, che si sostiene nelle difficoltà con generosità e altruismo, che gioca per divertirsi e per divertire e che prova con tutte le sue forze a vincere, senza però farsene una malattia: voglio giocatori che si vogliono bene. Voglio persone degne, prima ancora che bravi calciatori, persone che vestano la nostra casacca con onore e che ci facciano sentire orgogliosi di quei quattro magici colori. Uomini che ci diano qualcosa e a cui noi si riesca a dare qualcosa, e che quando ci lasciano portino un imperituro e dolce ricordo di noi e della nostra meravigliosa città.

Voglio comportamenti sobri e, anche se di protesta, pur sempre nei limiti, anche quando i giudici di gara prendono decisioni sbagliate (errare è umano), anche quando prendono decisioni sbagliate che è impossibile sbagliare e che ti fanno ribolllire il sangue per la rabbia di chi viene preso in giro e vede vanificati i suoi sforzi da fattori extracalcistici e che con lo sport non hanno nulla a che fare.
A volte il nervosismo ti prende, ma a noi capita di rado: anzi, protestiamo troppo poco, e alla fine il telecronista che si crede astuto e invece è solo ingenuo o prezzolato afferma: si vede che non era fallo, se il giocatore colpito non ha scatenato l’inferno. O si vede che è sampdoriano...

Certo, a volte sbrocchiamo anche noi. A volte in campo, a volte a livello dirigenziale sotto forma di lecita e corretta protesta ufficiale. Ma quando capita (di rado, e quando il vaso è ben colmo), è una notizia, e poi davvero noi non abbiamo il potere (politico o mediatico) di influenzare chicchessia con le sceneggiate e le proteste (e non vorremmo averlo), quindi casomai sarebbero sempre reazioni isteriche e proteste a caldo, mai tentativi truffaldini di far pressione sull’arbitro o di condizionare alcunché.

E, soprattutto, quando ci capita di sbagliare (ripeto: di rado), sappiamo di aver sbagliato, a differenza di altri che invece fanno dell’arroganza e dell’antisportività le cifre più luccicanti della loro ragione sociale, e sbraitano da una indubbia (e ingiusta) posizione di forza politica e mediatica (il che è pure un’aggravante).


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E voi?



Vi sta sfuggendo una cosa.
Fedez non deve vergognarsi, è evidente.
I funzionari Rai sì, e parecchio, ma anche loro sono vasi di coccio: di più devono vergognarsi i politici da cui dipendono e da cui sono stati messi lì per fare ogni giorno il teatrino pro questo e contro quello, al fine di prendervi per il culo dopo avervi pure munto il canone.

E poi, che dire, si dovranno un poco vergognare gli autori di quelle ignobili frasi citate da Fedez sul palco? Quegli zozzoni che hanno osato dire quelle fetide cose? E quelli che in questi anni le hanno dette e non sono stati ricordati da Fedez?
Quelli che vanno al Family Day, invocano il rogo per i non etero e poi hanno avuto tre mogli, due amanti e passano il venerdì sera sul viale a caccia di amori diversi? Quelli che sono per la famiglia e poi mantengono un intero palazzo di sgualdrine da utilizzare nelle cene eleganti? Quelli che fanno sesso con donne e uomini come capita ma si indignano alla sola idea di eliminare assurde discriminazioni? E quelli che siedono in Parlamento ma sostengono ancora oggi, e senza vergognarsi, e senza che venga mai applicata la legge che pure esiste, le idee di chi gli omosessuali, i neri e gli ebrei li mandava a morire nelle camere a gas?

Abbiamo (avete) chiuso per troppo tempo gli occhi su un “partito” intriso di odio. E su altri che propugnano il più bieco fascismo. Presi come eravate a farvi fottere il cervello da giornali venduti e a far le pulci ai nuovi eletti, onesti e non compromessi, o ai giornalisti e ai giudici integerrimi. Lesti a cadere nella bieca trappola di questi tristi figuri dell’informazione e della politica, pronti a pensare che i vostri problemi fossero causati da quattro migranti disperati.

Hanno colpa questi zozzoni, certo, e chi dovrebbe denunciarli e invece censura le voci che lo fanno, ma non sapete quanta ne avete voi, di colpa, che disprezzate ogni giorno, al bar, in ufficio, a casa, sui social chi ha la pelle nera, chi ha fame, chi ama persone del suo sesso, chi migra per disperazione, e che da anni e anni e tuttora votate e sostenete queste vere e proprie macchine dell’odio, fra l’altro infarcite da incapaci e corrotti, da ignoranti e pregiudicati.

Fatevi pure schifo. 

——

Non mi sta simpatico, non sono un suo fan, pure sua moglie non mi ha tra i suoi estimatori/follower.
Ma, porca miseria, se ripenso a quello che ha fatto e detto negli ultimi mesi, in tre o quattro occasioni chiave, direi che Fedez è il candidato numero uno per fare il segretario di un ipotetico partito di sinistra, moderno e utile, dalla parte della povera gente, per i diritti, contro i privilegi e gli abusi.
Potremmo dire: ti rendi quindi conto di come siamo messi?
Diciamolo pure, ma non deve suonare come offesa a Fedez, che anche stasera sostengo al 100% (discorso al Concerto e pubblicazione della telefonata), semmai più come indubbia e amara constatazione dello stato comatoso della politica italiana, a parte qualche importante e recente eccezione.

——

Adesso però, venuto alla luce il marcio del sistema dell’informazione, con le tv che censurano e “normalizzano”  e i giornali che leccano avidamente i culi amici e infangano gli avversari, non mi direte che ci voleva Fedez per ricordarvi quali vergognose posizioni omofobe, razziste, xenofobe e violente (la violenza della parole è seme della violenza fisica) abbiano assunto i leghisti dalla nascita a oggi, e i fascisti da sempre, vero?
E non ci voleva mica il caso meschino della tentata censura di stasera per farvi capire come nove giornali e tv su dieci siano propalatori di falsità, servi sciocchi o pagliacci a libro paga?
Perché altrimenti dubiterò della vostra intelligenza.

——

La Rai, Radio Televisione Italiana, a cui tutti paghiamo il canone (in bolletta luce) per riceverne in cambio un mare di pubblicità insulsa e programmi che nel 90 per cento dei caso fanno schifo ai cani, ha fatto una figura di cacca epocale.
Negare di aver cercato di modificare il testo di Fedez per il discorso del Concerto del Primo Maggio è stato un autogol incredibile: forse qualcuno non sospettava che Fedez avrebbe imbracciato il cannone e deciso di pubblicare la telefonata negata.
“Si adegui al sistema”: che invito vergognoso.
La telefonata che Fedez ha ferocemente reso pubblica copre di vergogna la Rai agli occhi del mondo, mostrando cose che già si sapevano ma che erano sempre occulte.
Onore a Fedez, di cui non sono fan ma che ha mostrato, e non è la prima volta, idee nobili, coerenza e coraggio.
Una figura cosi’ meschina da ricordarmi quella che pochi giorni fa ha coperto di ignominia il gran capo capo del calcio italiano, il presidente pieno di debiti che tradisce la fiducia di colleghi e amici per farsi una leghetta privata dopo essersi autoletto tra i migliori del reame.
#Concertone #Superlega



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giovedì 29 aprile 2021

Un’altra vita



In un’altra vita sarò un giocatore di calcio, più precisamente ala destra (o come si dice oggi: esterno d’attacco): un giocatore bandiera, generoso affidabile, una furia sulla fascia.
In un’altra giovane padre di cinque figli, quattro femmine e poi un maschio.
E in un’altra scrittore affermato. E professore di liceo. E poi archivista.
In un’altra avrò la pelle scura scura, centrafrica puro, e i capelli rasta.
E in un’altra sarò straricco e mecenate.: una vita a far cose, per me e per gli altri.
In una brutto (per cambiare un po’...).
In una non perderò tempo a frequentare persone vane, le saprò riconoscere subito.
In una abiterò in un paese della campagna inglese, o in Scozia.
In una avrò un amico con cui poter parlare di un libro, con cui potermi vedere almeno una volta a settimana, perchè ogni tanto vedersi è importante: una bevutina, una chiacchierata. Una volta insieme allo stadio, o al cinema, o ad acquistare libri usati.
Si spera, in tutte, la salute.
Che l’amore sarà pure importante, e anche i soldi, ma senza la salute...
Spero di portarmi dietro solo le mie idee, molte delle quali sono top, e la mia visione del mondo, ma non tutti i tratti del mio carattere.
Ma naturalmente sono solo sogni, la vita è una, una brevissima parentesi tra due notti infinite: quella da cui vieni e quella in cui finisci.
Non resterà nulla di noi, tranne il ricordo in qualcuno, ma anche quello presto svanirà (o quel qualcuno o ancor prima il ricordo, inutile farsi illusioni).
La breve parentesi, e bizzarra, che stiamo vivendo, e che chiamiamo vita, ha un senso solo se noi glielo diamo: e darglielo è la cosa più difficile. E se ci dimentichiamo di essere fragilissimi e mortali: ma a questo, in genere, pensa già la nostra natura, che ci fa credere immortali.
Certe cose che vorrei in altre vite mi mancano parecchio, in questa, ahimè. E la cosa peggiore è che molte di esse so già che non potrò averle e quindi mai le avrò. Per fortuna una volta morto non ci penserò più.
A volte ci sembra di aver già visto un luogo, di aver già letto un libro, conosciuto una persona: i famosi déjà vu. Penso siano solo suggestioni, non abbiamo vissuto vite prima di questa, non ne vivremo dopo: sono solo desideri, sogni che abbiamo fatto, paure che abbiamo nascosto: materiale che l’inconscio la notte rimescola con gusto mentre dormiamo.
Alla fine, è inutile avere rimpianti: se vivi, è impossibile evitarli, quindi è sciocco (ma umano) tormentarsi. E’ una prima, la vita, e non abbiamo potuto provare, nè abbiamo potuto fare la generale: direttamente sul palco. 
Appena ci prenderemo gusto, cadremo: e sarà sempre troppo presto.
E se non ce lo prenderemo mai, o lo perderemo, ci sembrerà lentissima la fine. 

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Due pesi e due misure

(Avvertenza: questo post è formato da alcuni paragrafi ricchi di subordinate di diverso tipo e grado, variamente affastellate: se ne sconsiglia la lettura ai deboli di sintassi e alle animucce di parte).

Ricapitolando, il figlio di un noto politico che non ha incarichi pubblici remunerati è colpevole marcio, del reato per il quale è indagato, ancor prima della chiusura delle indagini, di un possibile o probabile rinvio a giudizio e di un processo e, sebbene il presunto reato sia assolutamente, oltre che ancora da provare al di là di ogni ragionevole dubbio, non politico e del tutto slegato dall’attività del genitore, peraltro pure estraneo ai fatti contestati (e per soprammercato garante di un movimento la cui visione politica ha appena partorito misure straordinarie a difesa di certi tipi particolarmente odiosi di violenza, vedi codice rosso) e (forse) compiuto da una persona che non è in politica e mai vi è stata, la questione è usata a fini politici per vergognose campagne di strumentalizzazione o per paragoni idioti al fine di vellicare gli istinti più bestiali dell’elettore italiota medio che ragiona coi piedi e vota con la pancia.

Viceversa, ogni qual volta un papà o una mamma (non un figlio, quindi) che fa politica e ha incarichi pubblici lautamente remunerati coi nostri quattrini, viene indagato, rinviato a giudizio, processato, condannato in primo e secondo grado, magari col corredo di prove abbastanza inoppugnabili quali intercettazioni, e magari è pure recidivo, si tratta invariabilmente di un innocente fino a prova contraria e, qualora la Cassazione (approdo obbligatorio, una delle tante storture italiche) ne confermasse la colpevolezza, di un persguitato politico, di una vittima della stampa giustizialista (termine di cui ignoro il significato) e dei magistrati toghe rosse, antropologicamente diversi dalla razza umana e adusi a indossare calzini sospetti.

Quotidiani di carta (straccia) ed emittenti televisive padronali, che si fanno paladini del più spinto garantismo ogni volta che un politico amico e corrotto viene condannato, al punto da sostenerne la ricandidatura o il ripristino di orribili vitalizi, o da affermare che il consenso politico val più della decisione dei giudici, nel caso di presunti reati politici di avversari solo indagati o ancora da giudicare, e addirittura nel caso dei presunti reati non politici di parenti di politici per hobby, gridano al mostro ed emettono sentenze anticipate, schiumando rabbia e aizzando la folla troglodita dei loro lettori abituali.

Questo è il garantismo prêt-à-porter dei servi sciocchi e degli imbrattacarte a libro paga, che di mestiere o leccano il culo per contratto al padrone editore o volontariamente si fanno servili nei confronti del politico influente al fine di ottenerne o mantenerne la benevolenza.

E’ del tutto probabile che questa mia riflessione irriti chi odia a morte una persona onesta e perbene che grazie al suo sacrificio personale ed economico e al suo intuito ha permesso di incanalare la sacrosanta rabbia sociale di cittadini umiliati da decenni di mala politica in un alveo ribelle ma istituzionale, scongiurando derive violente e fasciste e rendendo possibili per giunta alcuni risultati politici, sociale ed economici importanti e alcune leggi attese da decenni. Tuttavia la cosa mi lascia piuttosto indifferente, perché so di aver espresso un’opinione inattaccabile perché basata su fatti oggettivi e so anche che non tutti fra quelli che criticheranno avranno avuto il dono di aver capito quel che hanno letto e si apprestano a criticare.

Del resto la mia riflessione parte da un caso concreto ma esprime concetti generali che da quello si allontanano, e quindi non è influenzata, né potrebbe, dalla mia personale simpatia umana e stima ultradecennali per il citato padre né dalla mia vaga, forse immotivata, ma presente, antipatia a pelle per il citato figlio.

Preciso infine, sempre allo scopo di evitare noiose rimostranze fuori luogo, che il mio discorso non riguarda un certo video o certe recenti dichiarazioni, su cui ho espresso un chiaro giudizio in altra sede e che comunque, benché girato o espresse da un politico (sebbene per hobby), verte su un tema, come detto, assolutamente estraneo alla politica e, al di là di certe storture e di certe sgangheratezze criticabilissime, rientra nel diritto di espressione di un padre, esattamente come le dichiarazioni genitoriali della parte giudizialmente avversa.

Resta da dire che tutt’altra cosa, di cui non parlo in questa sede appunto perché estranea al tema trattato, è la necessità, spesso disattesa, che un politico, anche solo indagato per reati ancora presunti, di cui però già si subodora la fondatezza grazie a prove inoppugnabili quali intercettazioni o simili, senta il dovere etico di dimettersi, ancora prima di un rinvio a giudizio oppure, condannato per reati particolarmente gravi, senta la necessità di fare questo passo già dopo la condanna in primo grado. In attesa della Cassazione, chi manderebbe il proprio figlio a lezione presso un maestro condannato in primo grado per pedofilia o, solo indagato ma protagonista di intercettazioni illuminanti e incontrovertibili?  Ma qui parliamo di politici sospettati di reati connessi alla politica (es: intascare tangenti) o di parenti sospettati di reati connessi all’attività politica del politico in oggetto o da questa favoriti, non di reati “comuni” forse commessi da parenti dello stesso politico. Una differenza che non tutti sono in grado di capire: del resto, molti neppure capiscono la differenza tra etica e politica e quindi si vedono cadere il mento a terra quando io affermo che in certi casi un politico potrebbe restare in carica anche dopo un rinvio a giudizio (es: presunto reato -politico- non grave, denuncia da parte di avversario politico, mancanza di prove già definibili certe senza un dibattimento) oppure, paradossalmente, essere costretto da ragioni etiche (campa cavallo) a lasciare anche in presenza di una sola indagine (reato politico grave ancora presunto ma col corredo di prove chiare o confessioni o, per dire, atto non illegale o illegale ma prescritto ma eticamente inaccettabile). Sono differenze abissali, ma non avvertibili da tutti.

Il mio post è solo un’istantanea di una dialettica politica vile e meschina e di un sistema dell’informazione ormai quasi del tutto screditato. 

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mercoledì 28 aprile 2021

La Fra compie gli anni


Oggi compie gli anni la Fra, parte di quella mitologica creatura che pascola nei social, metà coppa e metà sorella, nota ai più come “Frarbara”;
e il poeta straccione
le dedica sornione
un breve stornello
à la façon d’Ottonello

—-

FraCoppa e cono
fra fulmine e tuono
qui passano gli anni
e senza far danni
ché il Tempo indulge
ed Ella rifulge.

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Luridi servi



I media, come fetidi avvoltoi col ghigno famelico e la bava alla bocca, girano in tondo da mesi intorno a un’indagine, al fine esclusivo di gettar fango su persone del tutto estranee ai fatti ma che sono scomode assai alla casta meschina e puzzolente che imprigiona il Paese da decenni e che sulla nostra pelle fa i suoi affari puzzolenti e volgari. 
Imbrattacarte senza dignità, trombe del potere senza alcuna credibilità, servi sciocchi e corrotti, scribacchini senza talento e senz’anima al soldo di sporchi maiali, immondi cani coprofagi, facce come il sedere aduse a scodinzolare ai piedi delle tavole dei signori per vivere delle luride briciole dei loro pasti verminosi, traditori del popolo, abietti bugiardi, ignobili cortigiani.
#QuelloParlante 


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Il popolo chiede pane



(poesia dedicata alla vice Mattarella)

Tiene banco la notizia secondo la quale la presidente del Senato, Casellati, seconda carica dello Stato, avrebbe usato l’aereo blu 124 volte in 11 mesi (il suo “collega” Fico solo 3 volte e tutte in uno stesso giorno in cui aveva tre impegni in siti distanti fra loro) per una spesa complessiva a carico nostro di circa 800.000 euro in un anno. Non si tratta di voli illegali (una pessima legge le consente di non giustificare i suoi viaggi), ma di questione etica, quindi ancora più rilevante per un politico.
Fonti di Palazzo Madama hanno spiegato che Casellati ha utilizzato l’aereo blu (secondo il registro di volo anche per andare in vacanza) per evitare il rischio Covid, visto che per ragioni di salute non può fare lunghi viaggi in auto. Il Falcon, il mezzo utilizzato, ha un costo fra i 5000 e i 7000 euro per ora di volo.
E niente, il poeta cittadino, spesso ostaggio di lockdown e zone colorate, ha buttato giù due versi (a costo zero).

Sì, l’ho usato
L’aereo di Stato
Undici volte al mese
Non ti dico le spese
Del resto è tuo il denaro
Cittadino non fare l’avaro
Ogni tre giorni un volo
E Fico tre volte solo
Un milione di soldi buttato
Ma almeno il Covid ho evitato
vengo dal mare son Serbelloni
Date brioches a quei quattro coglioni. 


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martedì 27 aprile 2021

La Lega dell’arroganza


Chi tradisce amici e colleghi, insegue il denaro, calpesta i valori fondanti dello #sport, si attribuisce vittorie rubate, non riconosce le sentenze, mente,  intrallazza, ricatta, attribuisce ad altri le conseguenze della propria incapacità, tratta gli altri con arroganza, si autoelegge fra i migliori del pianeta, sputa sulla tradizione e sulla passione, non rispetta le leggi non ha nulla a che fare con lo sport, esattamente come chi ha venduto partite e ancora gioca in serie A, chi ha truccato campionati e ancora parla in tv. Lo sport deve fare in modo di espellere questi corpi estranei, pericolosi veicoli di infezione, e deve dotarsi di meccanismi tali da impedirne l’ingresso. Ci vogliono inoltre regole precise e vincolanti per tutti, anche per quanto riguarda la gestione finanziaria dei club. Devono essere premiati il merito sportivo, la passione, il rispetto, la correttezza, la sportività. Questo è sport. Il resto è volgare business, spesso illegale e immorale, e comunque fetido.——
Img:
Early Sunday Morning, Edward Hopper, 1930, Whitney Museum New York 

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mercoledì 14 aprile 2021

Il mondo di Aldo



“Il mondo è grigio il mondo è blu”

e Aldo guarda con un lieve sorriso

chi dice che non ce la fa più:

sa come avanzare netto e deciso.


Egli ci osserva da privilegiata posizione

bonario ha sempre per noi un'assoluzione

come prete di una imbattibile religione

che spazza via qualsivoglia disperazione.


E una regina che senza por mano al timone

guida ispirata la nave su rotte buone 

e due piccoli sudditi che vivono a corte

preziose ciliegine su deliziose torte.


Avverto da lontano l'eco di una pace

che è non assenza di passione o di visione

ma è lingua di vivo fuoco sotto la brace;

non incendia: è il segno di una missione.


14 aprile 2021

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domenica 4 aprile 2021

Restaurazione


Il "governo dei migliori" è solo un governo peggiore del precedente, e non di poco. Alcune nomine sono un brutto passato che ritorna, altre semplicemente vergognose. E' un governo di pura restaurazione.
Non deciderà nulla di essenziale, al di fuori dell'assegnazione dei quattrini. Inoltre è un esecutivo freddo, poco empatico, lontano dalla gente. Quanto a pandemia e vaccinazioni, e non solo, non fa altro che copiare le giuste misure dell'esecutivo di Conte, occasionalmente spacciandole per nuove grazie alla complicità di una stampa serva; la campagna vaccinale era partita benissimo con Arcuri, poi aveva rallentato per mancanza di dosi, esattamente la stessa ragione che la frena adesso, nonostante le roboanti e irreali affermazioni del generale. Salvini fa sempre la stessa parte, con la differenza che adesso protesta contro decisioni che vota; il PD guarda ancora a Renzi dimostrandosi incapace di spiccare il balzo; il Movimento pare avere imboccato una strada nuova e produttiva. Ben che vada, saranno due anni persi lungo il cammino del cambiamento; alla peggio, verrà demolita qualche conquista recente. Da politici compromessi, che sbagliano tutto da decenni, non dobbiamo e non possiamo aspettarci nulla di buono; la serietà e il credito internazione di Draghi, e la presenza dei 5S, non sono sufficienti a garantire alcunché, data la natura del resto della compagine.

 

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giovedì 1 aprile 2021

Non è bastato



A più di tre mesi dall’inizio della campagna vaccinale, in un Paese fra i più sviluppati e ricchi, culla della civiltà, fondatore dell’Unione Europea, io, cittadino 53enne, incensurato (mi vergogno di ammetterlo), mai una denuncia, un sospetto, un’indagine, un processo, una segnalazione, un fermo, un arresto, una multa stradale; una sola lieve insufficienza (in parte scusabile) in circa venti anni di studio utili a me ma non al mio Paese, nessun richiamo e nessuna nota disciplinare in nessun ambito, zero giorni di malattia in ambito lavorativo, un mese di malattia (con ricovero) durante il servizio civile poi recuperato volontariamente al termine dell’anno previsto, nessuno scheletro nell’armadio, tasse sempre pagate, nessun divorzio o peggio divorzio con figli alle spalle, nessun tradimento ad eccezione di quelli subiti, mai una mora o un sollecito, un anno di volontariato al posto dell’inutile servizio militare, buon senso civico, buon spirito critico, empatico e solidale, mai alzato le mani contro un mio simile, utilizzatore modesto del SSN (per fortuna), democratico e antifascista, laico e pacifista, arcobaleno e ambientalista, sportivo e sincero, fornito di etica ancorché non di religione, rispettoso da tredici mesi delle norme antiCovid, ebbene io pensavo di poter avere diritto, come tantissimi anche se forse non tutti, a essere vaccinato e con un vaccino di grande efficacia e non chiacchierato, per esempio con Pfizer, e adesso, non (forse) a settembre o a Natale.
Non dico passando avanti a malati gravi, soggetti fragili, anziani, operatori sanitari, etc. No, esserlo proprio perché tocca a me.
Invece vedo che non è così.
Non pochi farabutti sono responsabili di questa situazione che mi penalizza non poco (per l’assenza di una vaccinazione nel breve-medio periodo e per altre ragioni); e questi non pagheranno mai per le loro colpe. Probabilmente hanno già il vaccino in corpo, in ragione della loro età o della loro professione.
Purtroppo la mia vita non è stata abbastanza meritevole da poter ambire a una cosa così banale come una protezione efficace in tempi ragionevoli contro un virus che ha preso in ostaggio le nostre vite tredici mesi fa e che potrebbe riuscire a darmi una morte del tipo che sempre ho più temuto avendo provato la fame di ossigeno.
Avrei dovuto essere ancora più meritevole, ma non ce l’ho fatta e non so nemmeno se potrei farcela rifacendo il percorso una seconda volta.
Ho talenti inespressi, oppure anche espressi, ma non la capacità di farli fruttare, con tutta evidenza. Lo ammetto, non sono particolarmente adatto a questa realtà in cui vivo, l’ho sempre avvertito. Morirò , quando sarà l’ora, senza lasciar traccia, come tanti, portando con me il mio mondo, noto ai meno. La mortemi spaventerà, mi deluderà, mi angoscerà, ma, devo dire, non riuscirà a sorprendermi del tutto: siamo in rapporti.
Non ho salvato vite, non ho realizzato scoperte scientifiche, costruito opere destinate a rimanere nella storia; non ho tirato su imperi mediatici, industriali o finanziari, non ho creato opere artistiche di qualunque tipo riconosciute come immortali, ho sempre creduto nella pace, nella giustizia, nel rispetto dovuto agli uomini e nella loro totale e indiscutibile uguaglianza, sono stato di parola, ho sempre rispettato la natura ma ho dato al mondo solo una creatura e in tarda età, non ho accresciuto la gloria della mia patria o della mia città all’estero, non ho vinto trofei o medaglie di rilievo, non ho cambiato in peggio o in meglio la vita di nessuno, se non per trascurabili dettagli, ho capito, col tempo, molto della vita e di me stesso ma non tutto e probabilmente non quello che più mi sarebbe servito da vivo, non ho cambiato la storia, non ho dato esempi di particolare grandezza, solo una lunga, coerente, insignificante e noiosa catenella di piccole e giuste azioni quotidiane, economicamente irrilevanti e umanamente trascurabili, quasi invisibili nella loro ripetitiva banalità e accecante pochezza.
Aspetterò. Del resto nessuna vita vale più di una vita, anche se qualcuno ha onorato molto poco la sua e rispettato ancora meno quella degli altri.
Alla fine, non è la peggiore ingiustizia che ho conosciuto o che conoscerò.
Sono comunque contento di avere ancora oggi, dopo più di cinque decenni di vite diverse ed estranee che si sono misteriosamente sommate fra loro senza mescolarsi mai del tutto, la lucidità mentale sufficiente per capire cosa sono, cosa ho fatto e cosa non farò.

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mercoledì 31 marzo 2021

Il Far West non conviene a nessuno

Massima solidarietà, sento e leggo, a chi il 6 aprile riaprirà il suo locale violando un DL.
Non mi dilungo sul fatto che i ristoratori e i baristi hanno torto ma anche qualche ragione (piccola) e sul fatto che le misure restrittive degli ultimi mesi (diciamo terza ondata, quindi Conte II ai saluti e Draghi nascente) sono mal pensate.
Osservo questo. Se io rubo un’auto perché la mia è sotto sequestro da troppo tempo (che sia troppo lo valuto io, ovvio), faccio bene? Merito solidarietà? Se affermo la mia libertà di individuo e giro fra la folla a muso nudo, faccio bene? Se scavallo di regione a Pasqua, mi faranno una statua? Se per ripicca incollo la serratura della multinazionale che mi ha licenziato tre mesi fa sono un eroe? Se non trovo lavoro e non ho di che sfamare i miei figli e rapino le vecchiette fuori dalle Poste (senza usare violenza e solo quelle vestite meglio e ingioiellate, quindi non alla canna del gas come me) sono un disperato che va capito? Se tolgo qualche milione al commercialista del quarto piano per sfamare le centinaia di persone in fila per ore ai centri Caritas, sono Robin Hood o un volgare ladro?
Basta mettersi d’accordo.
Anch’io violerei qualche legge (es: razziali). 
Però se cominciamo a dire che se una legge per me non va bene posso ignorarla, qui tutto diventa far west.
 
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Credo ai credibili



La credibilià si costruisce giorno dopo giorno.
Non puoi riportarmi una notizia dicendo che l’hai letta su determinati giornali o l’hai sentita su determinati tg che raccontano palle a manetta e che moltissime volte hanno dato prova di nascondere o taroccare le notizie, oltre in molti casi a dipendere in maniera evidente da personaggi indegni o da centri di potere nemmeno tanto occulti.
Sarebbe come dire: “hai sentito che la Pinuccia se la fa col garzone del latte e anche col pastore della montagna? Me lo ha detto Gigi.” E poi Gigi è il ballista del paese.
Se invece Marta, la postina, mia amica, nota per la sua correttezza e riservatezza, mi dicesse: “pare che la Pinuccia si sia innamorata di Carletto, quello del latte, ma non dirlo in giro, non è poi così certo e non sta bene, e poi la Pinuccia è una che si infiamma facile”, io le crederei, perché è persona sincera e misurata.
Non è una questione politica o di una fazione contro l’altra.
E’ diverso.
Se Piero Angela mi dice una cosa sui vaccini, io gli credo ciecamente. Poi verifico, ma per abitudine mia.
Se me la dice Ganassa, parto dal presupposto che sia una emerita e sesquipedale cazzata, poi verifico per scrupolo perché una chance la si dà a tutti, anche ai recidivi. 
Non è fare discriminazioni. E’ fare distinzioni. Fra un ballista e un serio uomo di scienza. Fra un cazzaro e una persona seria. Fra uno che apre la bocca per arieggiare il locale e uno che quando parla ha prima collegato la bocca al cervello. E’ distinguere: un martello non è un pomodoro.
Quindi se una notizia me la riporta il Fatto, o il Manifesto, o Gabanelli, o Ranucci, o Lerner, o Biagi (pace all’anima sua), o Barbacetto, o Ranieri, o Iovene, o Iacona, o Woodward, o Chomski io tendenzialmente ci credo, pur verificando: perché si tratta di fonti credibili, che di rado sbagliano e mai ho beccato a mentire apposta. Se leggo certe cose su noti giornali buoni per il cesso (in caso di blocco del canale di Suez e conseguente carenza di carta igienica) o le sento da tg servi, per prima cosa dubito fortemente, pur verificando per scrupolo (a volte anche un bugiardo o un venduto può dirla giusta, per distrazione o perché in quel caso gli conviene).
Se Il Microbo o il Ganassa o un fascista affermano una cosa, io dubito a palla. Se la afferma Sanders, Bersani o Conte ci credo. Perchè i primi hanno mentito o sparato assurdità decine di volte, i secondi mai (e se a volte hanno sbagliato, si sono subito scusati).
Alla fine, non è difficile da capire.
Anche voi date retta all’edicolante affidabile che vi avvisa su un giro poco chiaro al terzo piano del palazzo di fronte (dove sta quella biondina...) e catalogate subito come boiata l’affermazione del noto cazzaro del paese su un presunto complotto galattico su covid e vaccini.
Perché stupirsi? E soprattutto perché, pur non dimenticando mai di verificare per conto mio (anche con Travaglio, per dire), perché dovrei credere a bugiardi e traditori e dubitare di seri e sinceri?
Img: FQ 

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lunedì 29 marzo 2021

Adesso che per la morte è tutto pronto


Io scrivo. Morirò di fame d’ossigeno e mentre morirò ti chiederò un foglio per scriverti una cosa.
Il mio necrologio è già pronto: per una volta che finirò sul giornale e sui muri della città, vorrei che si dicessero di me cose all’altezza (per esempio, che ero modesto).
Anche il mio epitaffio è pronto da anni: affidarlo a una penna terza sarebbe stato un affronto.
Adesso che per la morte è tutto pronto, posso continuare a far finta di ignorarla. 

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Ma dai! Che bello!!!


Se vai a un cocktail e ti presenti come scrittore, ti dicono subito: “Ma dai!... Che bello!!! (Chissà perché, cosa ci sarà mai di bello nell’inchiostrare fogli che nessuno apprezza e mangiare toast pranzo e patate a cena senza potersi permettere nemmeno un ristorante al mese? Boh). E cosa hai pubblicatollo, eh?” [Quella fava di tuo padre]

Se ti chiedono cosa fai nella vita e tu dici sono umorista (o comico), subito partono dei gridolini ormonali stile adolescente femmina infoiata al concerto dei Duran e ti chiedono: “allora raccontaci qualcosa, dai, prendi il micorofono” [facce ride]. Stessa cosa, amplificata per cento, se dici che fai il cantante. Ma scusa, perché? Se avessi detto che facevo il ferramenta,mi avresti chiesto di duplicare una chiave? Se fossi un pulitore di fosse bioogiche, mi imploreresti di farti vedere un po’ di merda? E se avessi detto che faccio il pornoattore, ti saresti calata la gonna e appoggiata sul tavolo a 90?

Se rispondi “vedo gente, faccio cose” fai una bella figura, tipo l’intellettuale morettiano che non considera produttivo tediare una platea per lo più ignorante spiegando in cosa consiste la sua importante attività cerebrale.

Se rispondi “in questo momento niente, sto cercando, sai che...” dopo due secondi ti rimangono solo.

L’importante è dunque vantare professioni misteriose dal nome preferibilmente straniero (sales manager è meglio di responsabile del reparto vendite, riorganizzatore delle risorse umane è meglio di figlio di puttana che licenzia gli esuberi), e fare sempre il vago e superiore: puoi rischiare di passare per quello che non sa cosa dire, ma il più delle volte passi per quello che ne avrebbe anche troppe da raccontare.

E ricorda: l’impoirtanza del tuo lavoro è direttamente proporzionale al numero di riunioni (ops: briefing) che fai ogni mese. 

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martedì 23 marzo 2021

Bestia e pure maleducato



Mentre dormivo un tale in Colorado ha deciso di uccidere dieci persone in un supermercato. Continuate pure a vendere armi come fossero noccioline, su...

"Non ha detto una parola: è entrato e ha sparato" questo non è carino e dimostra che il
Killer di merda è anche un gran maleducato e non sa stare in società.

"Ho rischiato di morire per una soda e un pacchetto di patatine" ha detto singhiozzando (la soda lo fa) un ragazzo. Così la prossima volta impari e quando vai al supermercato ci vai per un motivo serio, cioè almeno una bottiglia di whisky.

"La comunità stia tranquilla: abbiamo arrestato il colpevole, non c'è più pericolo"
Che vuoi che sia, tutto ok.
10 bare. Ottimo lavoro, capo. 

Del resto gli Stati Uniti sono abituatissimi a questo genere di cose; pochi giorni fa ad Atlanta un ventunenne aveva deciso che era giunto il momento di far fuori otto persone e di queste sette erano donne, e di queste sette donne sei erano asiatiche, e per farlo aveva girato ben tre centri benessere: evidentemente i centri benessere in questo periodo sono poco frequentati.

Se pensate anche ai casi di Columbine e del cinema in cui stavano proiettando il film di Joker capirete che il Colorado sembra esercitare una particolare attrattiva su queste teste di cazzo armate, radoneuroniche e spesso di destra (scusate le ripetizioni).

Se trovate la mia ironia fuori luogo, pensate piuttosto a quanto è fuori luogo continuare a vendere armi a tutti coloro che si presentano al banco e possono permettersi il prezzo di acquisto in un Paese in cui in ogni momento un merdone sbrocca e ammazza una decina di persone, senza nemmeno salutare.


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sabato 20 marzo 2021

Altri cieli

Io capisco che chi vive e Genova (io da un po’ di anni sono in esilio) soffre gli sfottò a scuola, in ufficio, nei bar (o soffrirebbe se non potesse farne).
Ma a me, da tifoso doriano scuola Mantovani, non mi frega una beata mazza se i rivali cittadini, una volta ogni quindici anni, arrivano davanti in classifica. Non può essere questo il mio obiettivo e non lo è, sorry. Sarà perché abbiamo respirato per più di un decennio un’aria diversa, sarà perché comunque con Mantovani la porta dei sogni non era chiusa a chiave, ma è così.
In un solo caso voglio arrivare davanti al Genoa: se anche il Genoa è in finale, o se il Genoa è secondo in serie A.
Il nostro obiettivo, oltre che divertirci, divertire, rispettare regole, avversari e arbitri, è giocare, onorando i nostri colori e la nostra terra, e poi cercare di vincere. Il nostro cielo è quello di Genova, ma Genova è la rampa di lancio, non l’acquario che ci imprigiona.
Spero di essere stato chiaro. 

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