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mercoledì 30 novembre 2022

Il tempo

I giorni passano veloci, i mesi, gli anni. Le ricorrenze sono diaboliche: eccola che arriva e ti colpisce sulla nuca, e subito capisci con certezza che è già trascorso un anno da quando hai fatto quella determinata cosa, e davvero ti sembravano pochi mesi. Questa certezza ti sgomenta: ti dà subito la distanza tra due punti fermi, un anno: passato con una così incredibile velocità da sembrare un inganno. Invece è tutto vero, l’inganno...

Il tempo è una nostra invenzione, siamo noi ad avergli dato il potere di misurare e regolare la nostra esistenza. Ma, al di là di tutto, la nostra presenza terrena è più rapida di un lampo, nella notte infinita dell’Universo. 

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giovedì 26 agosto 2021

Me Contro Te




Il Me Contro Te di quest’anno (Il mistero della scuola incantata) l’ho visto io, il precedente era toccato alla moglie (La vendetta del signor S). La moglie aveva chiarito di non aver voglia di ripetere l’esperienza.
Che dire?

Partiamo dalle cose positive: dura solo un’ora, ha una vena musical che aiuta a passare qualche minuto più facilmente, ai bambini piace molto, non contiene messaggi negativi anzi uno molto positivo (il valore dell’amicizia), Luì e Sofì hanno incassato 10 milioni dal film precedente (e pure questo pare viaggiar bene) e hanno 6 mln di iscritti al canale Youtube e 1,5 mln di followers su Instagram e ieri non pioveva.

Ed ecco le cose negative: non è un film ma, a esser cortesi, “un episodio di web serie gonfiato (a fatica) a una striminzita ora”; in effetti il ritmo non è vibrante e alcune scene sono dilatate apposta per raggiungere i 60 minuti. Durasse due ore causerebbe suicidi di massa fra gli adulti. La trama è traballante e lacunosa, alcune trovate carine e altre meno, le tre canzoni accettabili (anche se paiono cantate in playback)... La recitazione è latente. A mio parere l’unica che possiamo definire attrice è Antonella Carone (Perfidia), che ci sa fare. Gli altri si arrangiano, chi meglio (Pongo) chi peggio (Luì, secondo me negato per la recitazione).

E’ scritto da Luigi Calagna (Luì), Sofia Scala (Sofì), Canonico e Boin. Regia di Gianluca Leuzzi, che è a tutti gli effetti un complice.

Non voglio infierire anche perché qualcosa è piaciuto anche a me e perché i bambini gradiscono molto. E poi cerca di veicolare un messaggio come detto positivo. Tuttavia si spera che pochi fenomeni del web decidano di trasferire su pellicola le loro intuizioni. 

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sabato 4 gennaio 2020

“Sorry We Missed You”, di Ken Loach

Non ve lo consiglio.
Chi è di destra, non lo capirà. O, se per un attimo avesse un risveglio neuronale, non gli piacerebbe.
Chi è di sinistra (meglio: comunista; meglio: marxista) ci sta male. E’ un film eccezionale, niente da dire. E Loach è molto più di un regista, da sempre. Ma è un film fastidioso, disturbante, angosciante.
Io non me ne vado mai prima della fine, ma dopo 20’ ho valutato l’uscita anticipata. Poi sono rimasto. Questo film ti colpisce, ti ferisce, ti fa male.
E’ un film che ti dà un pugno allo stomaco che ti lascia il segno per ore. E’ davvero opprimente.
Ma, è ovvio, così realistico, così ben pensato e così ben diretto che faccio i complimenti a Ken ma vi sconsiglio di rovinarvi la giornata.
Davvero, dopo tre ore ancora sto male.
—-

Una delle prima immagini che mi è venuta in mente dopo meno di mezz’ora di film è stata quella di una mucca condotta al macello. Una mucca che ancora non sa dove la stanno portando e si illude che tutto vada bene, e pensa di poterne uscire, che sia solo questione di impegno e di tempo.
Questa è la famiglia la cui storia Loach così bene ci racconta.
E’ la storia di moltissime famiglie.
Questo capitalismo è un sistema economico che distrugge l’uomo. E’ un cancro sociale, che fa vivere nel lusso poche decine di persone e uccide lentamente gli altri miliardi di abitanti di questo pianeta.
Ogni opzione deve essere contemplata per porre fine a questo scempio.
Ribellarsi a questa schiavitù moderna, mostrare i denti a questi vampiri che ti succhiano il sangue fino a lasciarti come un sacco vuoto in una discarica è un dovere, non solo una necessità.
Questo sistema è sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Tu vivi bene e hai i soldi anche in bocca perché centinaia di persone come te devono lavorare 12 ore al giorno per riuscire a malapena a mangiare.
Questo sistema finirà. E finirà male.
Un suggerimento, se posso interpretare Loach, è restare compatti. Se la famiglia non si disgrega c’e’ speranza.
Ma è davvero difficile che, date le circostanze, ciò non accada.
#SorryWeMissedYou

—-
Sorry We Missed You, by Ken Loach.
I don't recommend it.
Who has a right-wing view of worldly things, will not understand it. Or, if for a moment he had a neuronal awakening, he wouldn't like it.
Who has a left-wing view of worldly things (better: Who is communist; better: marxist) feel bad about it. It is an exceptional film, nothing to say. And Loach has always been much more than a director. But it's an annoying, disturbing, distressing film.
I never leave before the end, but after 20 minutes I have assessed the early exit. Then I stayed. This movie hits you, it hurts you, it really hurts you.
It is a film that punches you in the stomach and leaves your mark for hours. It is truly overwhelming.
But, of course, so realistic, so well thought out and so well directed that I congratulate Ken but I don't advise you to ruin your day.
Really, after three hours I'm still sick.

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venerdì 1 novembre 2019

Eliminare i 5 Stelle e fare il Governo dei Sogni

Savoini agli Esteri
Berlusconi alla Giustizia
Arata agli Interni
Siri alle Finanze
Salvini Premier
Palazzo Chigi al Papeete.

Questo dice Travaglio.
Quanto al Dream Government, aggiungo io:
Meloni alla Difesa
Formigoni alla Sanità
Emilio Fede alle Comunicazioni
Benetton ai Trasporti

:-)

Ovviamente mossa preliminare: spedire tutti i 5 stelle su Marte, che è poi il posto da cui vengono, e rieducare tutti quelli che li hanno votati con modalità tipo quelle cui fu sottoposto Alexander "Alex" DeLarge in Clockwork Orange.

DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà DISonestà

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martedì 19 marzo 2019

Under the tree (L'albero del vicino), di Hafsteinn Gunnar Sigurðsson

UNDER THE TREE, L'albero del vicino, 2017, Islanda, regia di Hafsteinn Gunnar Sigurðsson.
Potrei dire che è la storia di una famiglia in cui le cose non sono più come prima da quando un figlio è scomparso e non ha più dato notizie di sé e si presume che si sia suicidato; potrei dire che è la storia di una moglie che scopre il tradimento virtuale del marito e ha una reazione irrazionale e sproporzionata, comincia a fargli terra bruciata intorno, gli impedisce di vedere la figlia e così facendo pone le basi di quella che può facilmente svilupparsi in una classica tragedia; infine potrei dire che è anche la farsesca e tragica storia di una lite tra vicini che parte da niente e degenera fino alle estreme conseguenze.... ma in realtà è tutto questo e di più, è un film notevolissimo, veramente ben girato, un pugno in faccia che rappresenta al meglio certi tratti peculiari veramente nefasti dell'essere umano, una tragedia greca in salsa nordica. Desolazione dell'animo e desolazione del luogo, spoglio, preciso, solitario e freddo. Cieca escalation e tragico fato distruggono tutto, e poi per niente. Una commedia nera velata di humour nero che gira come un motore ben oliato. Alla fine viene voglia di applaudire, anche per riprendersi un po'.


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martedì 5 marzo 2019

Un affare di famiglia, di Hirokazu Kore'eda

Voi pensate di sapere cosa è una #famiglia.
Ma ne sapete solo una parte.
Molti di voi, di fatto, nulla.
Per esempio quelli che manifestano in piazza per essa.
Vi serve "Un affare di famiglia" di Hirokazu Kore'eda, 2018, Japan ("Shoplifters")

Un vero film vi costringe a pensare quel che non avreste immaginato di poter pensare.
Niente è come sembra.
Il legame di sangue è un falso mito, liberatevene.
La parentela è una questione legale. Formale.
Non conta niente. Anzi, spesso è un ostacolo.

E la vita non ha una spiegazione plausibile che sia una.

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venerdì 22 febbraio 2019

The Reunion - Atertraffen (di Anna Odell)

The Reunion (Atertraffen), di Anna Odell, film svedese del 2018.
Un'artista che vive e fa arte in modi bizzarri e inquietanti, e spesso senza distinguere i due piani, anzi. Un film insolito nella costruzione ma avvincente, un film intelligente sulle dinamiche di potere, sul bullismo, sui rapporti all'interno del gruppo. Uno sguardo senza preconcetti che a volte proprio per questo spiazza (Anna è malata?), un bisturi che affonda facilmente nel tessuto superficiale e vuoto delle finzioni, degli automatismi e delle convenzioni delle relazioni sociali. Un'opera composta di due parti diverse, un progetto sperimentale.
I due occhioni di Anna ancora li ho qui davanti.
Un film anche triste.
L'ho visto. È da vedere.
In lingua originale sottotitolata!

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"Anna Odell nel suo primo lungometraggio The Reunion, vincitore del Premio Fipresci alla 70esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, non finge: interpreta se stessa in un’opera che mescola finzione e documentazione, senza rinunciare all’auto-fiction. Il confine tra ciò che è reale e ciò che è trasfigurato filmicamente resta apertamente confuso, ma non è, in fondo, il virtuosismo concettuale, vagamente provocatorio, ciò che importa o stupisce." (Cinematographe)

"Il punto della rivendicazione puntuale e lucidissima dell’Anna Odell-regista, l’Anna Odell della seconda parte, è invece quello di dimostrare che quei bambini non sono mai veramente cambiati e che l’età adulta soffoca dietro la bandiera della rispettabilità sociale e della responsabilizzazione matura lo stesso istinto giudicante ed escludente che nell’infanzia e nell’adolescenza si è culturalmente legittimati a scatenare." ((Cinematographe)


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mercoledì 23 maggio 2018

Dogman, di Matteo Garrone


Un film che fa star male. Non per la violenza, che c'e'. Ma perchè è dolorosamente e irrimediabilmente cupo, claustrofobico, senza speranza, senza una luce (forse la piccola figlia, ma una luce triste). Luoghi e anime desolati e desolanti, gli uni lo specchio delle altre. Periferia degradata, cemento, enormi pozzanghere e fango, pioggia e ancora pioggia, un cielo livido che illumina le cose del mondo di riflessi color piombo. Vite trascinate, sfigurate, buttate. Anime perse. Un malinteso senso dell'amicizia, un destino scritto, una cieca volontà di rovinarsi. Nella penombra si brancola. Non so se consigliarvelo, fa venir voglia di ammazzarsi, lì per lì.
Ma è grande cinema.
Da Oscar sparato, secondo me.


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mercoledì 28 marzo 2018

Anime giapponesi

Ché poi, tornando al post (su FB) in cui questa mattina parlavo del film di anime giapponesi "La forma della voce" (buono) che ho visto ieri sera a Carrara, c'è da dire che ti sembra di essere in un manga non tanto quando sei seduto sulla poltroncina del cinema a vedere il manga ma, piuttosto, quando esci dal cinema e ti butti fra la gente perché qui, come sapete, ci sono veramente tanti ragazzi e ragazze giapponesi... anche se mi pare di notare come vi sia poca interazione tra i connazionali e i nipponici, e questo mi dispiace: d'altra parte non è che io, anche se da sempre stimo il modo di vivere e di vedere le cose tipici del giapponese, posso trasformarmi in uno stalker... nonostante si favoleggi a proposito dell'esistenza di una bizzarra clausola nel mio matrimonio che tenderebbe ad escludere l'ipotesi di tradimento qualora questo fosse consumato con Alizée Jacotey,, con Michelle Branch o con una donna giapponese. Giusto per informarvi.

(Foto: Naoka Ueno)

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sabato 10 marzo 2018

Situazioni lynchiane

Racconto questo episodio come piccolo e innocente esempio di una DERIVA più ampia.
Casa dei miei non è l'attico di Bertone, doverosa premessa. Se alzo la voce anche di poco mi si sente in tutta la casa, non necessitiamo di piccioni viaggiatori.
Questa mattina mamma mi chiede se voglio un caffè, dico di sì. Lo fa da dietro la porta chiusa (sono nel pensatoio).
Quando è pronto, per non alzare la voce dal piano di sotto (sono tre piccoli piani sfalzati), cosa che si fa abitualmente da decenni, decide di... telefonarmi. Dal fisso di casa al mio mobile.

Io guardo lo smartphone e per un secondo mi sembra di stare in un film di David Lynch (mi viene in mente Strade Perdute), o tipo io che mi chiamo al telefono, e il terrore mi paralizza. In quel decimo di secondo non mi è passata tutta la vita davanti (odio le pellicole in cui il protagonista ha sempre ragione) ma ho comunque cercato di far mente locale su dove mi trovassi in quell'istante, come quanto ti svegli dal sonno e pensi di essere a casa e invece sei in hotel. Poi ho realizzato e risposto.
Penso di non dover aggiungere altro.

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martedì 2 maggio 2017

Gamma

Ed ecco il fatto sconcertante che uno sceneggiato visto all'età di otto anni, e il cui molto vago ma incancellabile ricordo è rimasto da allora nella mia mente, tratta lo stesso tema di un fumetto piuttosto noto di un autore giapponese (Keigo Higashino, disegno e sceneggiatura di Motoro Mase) -e precisamente Heads- che di recente ho avuto modo di leggere ed apprezzare.
Lo sceneggiato mi rimase impresso di sicuro per il tema trattato, sorprendente per l'epoca ed in grado di impressionare un bimbo, e anche per la colonna sonora che in questi 42 anni ha sempre occupato, perlopiù silente, un piccolissimo e recondito angolo della mia mente.
A Heads mi sono interessato nell'ultimo anno sicuramente per caso, ma altrettanto sicuramente anche perché spinto da questa vaga impronta rimasta impressa sul mio cervello, non può che essere così; e parlare di cervello non è dopotutto fuori tema visto che proprio il trapianto di cervello è il il cuore della storia dello sceneggiato e del fumetto che peraltro, a parte me, non hanno nessun altro collegamento fra di loro.
Se vogliamo, questo fatto conferma una volta di più, ammesso che ce ne sia bisogno, quanto sia misterioso, affascinante e in buona parte ancora insondato questo organo.
Lo sceneggiato è Gamma, da un soggetto di Fabrizio Trecca, musiche di Enrico Simonetti e regia di Salvatore Nocita; anno 1975, 4 episodi, definito sceneggiato di fantascienza.
Si parla di anni molto lontani che a tratti dubito anche di avere vissuto; fanno parte di una delle due o tre vite di cui sento composta la mia esistenza, per certi versi così diverse, così lontane e differenti da quella attuale anche se paradossalmente ad essa misteriosamente e indissolubilmente, oltre che ovviamente, legate. Del fumetto ho già detto; di Higashino fra l'altro sto leggendo in questo periodo Ikigami, un'altra sua creazione davvero sorprendente.
Se è difficile dire quanto mi abbia portato, dopo più di quattro decenni, improvvisamente e inaspettatamente verso Heads il ricordo inconscio di Gamma (io che non sono particolarmente amante e lettore di fumetti e che in verità avevo acquistato quest'opera attratto da una recensione apparsa sul Fatto con l'intenzione di regalarla a Luca Cheli e solo in un secondo tempo per caso (?) ho cominciato a leggerla e mi sono appassionato al punto poi da regalare a Luca un'altra copia), è ancora più difficile stabilire quanto mi abbia spinto nel corso degli ultimi mesi, dopo aver letto Heads, molto blandamente a cercare di recuperare da qualche parte e, grazie all'aiuto di Giada TheGodfather Egrotelli, rivedere Gamma, perché effettivamente di Gamma ricordavo veramente poco: qualche atmosfera, qualche sensazione, la musica ma non per esempio il tema centrale, per lo meno consciamente.
Un mistero, che forse non è del tutto misterioso, ma che resta intrigante.
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https://it.m.wikipedia.org/wiki/Heads_(manga)#/search
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https://it.m.wikipedia.org/wiki/Gamma_(sceneggiato_televisivo)
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giovedì 26 aprile 2012

To Rome with love (di Woody Allen)

Avevo letto recensioni bruttine: un Allen minore, uno spot turistico della capitale, un tentativo banalotto di mettere in scena i

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martedì 7 giugno 2011

Holy Water (di Tom Reeve) -- West and Soda (di Bruno Bozzetto)


Dopocena con doppio film, come a volte mi capita: Holy Water e West and Soda.

Il primo, film comico irlandese diTom Reeve, presentato come film divertente, surreale, irriverente, a me non è piaciuto. Forse perchè adoro lo humor inglese non capisco quello irlandese, non so, ammesso che ci siano forti differenze tra i due. Intendiamoci, il gioco di parole del titolo è lodevole e l'idea che sta alla base della storia è carina, ma è tutto qui. La vicenda si prestava a mille giochi, che non sono stati sfruttati. Il ritmo non mi ha convinto, la recitazione insomma, il doppiaggio per niente. Un film fiacco, con momenti divertenti (pochi) ma nessun picco. Ho un po' faticato a vederlo e per un film che si vuole divertente non è un complimento. Ho letto che non avrebbe avuto un grande successo perchè uscito in contemporanea ad Avatar, ma non credo sia stato questo il problema. A volte l'idea è bella, l'ambientazione azzeccata, tutto sembra essere al posto giusto ma la ricetta non funziona e non sai dire bene perchè: è il caso di Holy Water.

West and Soda, tanto per dire, mi ha fatto ridere e mi ha entusiasmato dieci volte di più (benchè non fosse certo la prima volta che lo vedevo). Ma i paragoni con Holy Water si fermano qui: siamo di fronte al noto capolavoro di animazione di quel geniaccio italico di Bruno Bozzetto. Per nulla datato, mantiene intatte dopo quarant'anni la sua freschezza e la sua originalità. Un tratto originale, unito a soluzioni tecniche azzeccatissime e a una gustosa ricerca della parodia e della rispettosa rilettura di un genere amato, a un senso del ritmo formidabile, a divertenti trovate e a una colonna sonora notevolissima. Una cosa così non si era mai vista prima e non si è più vista dopo. Un capolavoro dell'animazione italica e mondiale, che consiglio a tutti.

Holy Water
Regno Unito, 2009, 95'
Regia: Tom Reeve
Cast: John Lynch, Lochlann O'Mearain, Susan Lynch, Adam Astill, Angeline Ball, Deirdre Mullins, Cian Barry, Ray Callaghan, Lisa Catara, Cornelius Clarke, Dara Clear, Chrissie Cotterill
Trama (filmup): Per quattro scapoli del villaggio di Killcoulin's Leap la vita trascorre lentamente, troppo lentamente. Il remoto paesino irlandese non da prospettiva alcuna: niente lavoro, pochissime donne in età da marito e (con l'eccezione di un nutrito gruppetto geriatrico per il quale suonano ogni sabato sera) la vita notturna è praticamente inesistente. Sembrano impantanati a vivere il resto dei loro giorni all'insegna di una noia infinita. Quando uno degli amici decide di partire alla ricerca di miglior fortuna, gli altri ritengono sia giunto il momento di agire. Se solo potessero raggranellare del denaro, la via di fuga sarebbe aperta. In breve ordiscono un piano: rapinare un carico di Viagra per poi rivenderlo sulla piazza di Amsterdam...

West and Soda
Italia, 1965, 86'
Regia: Bruno Bozzetto
Soggetto: Bruno Bozzetto, Attilio Giovannini
Sceneggiatura: Bruno Bozzetto, Attilio Giovannini, Sergio Crivellaro (dialoghi)
Produttore: Bruno Bozzetto
Art director: Guido Manuli
Animatori: Giuseppe Laganà, Franco Martelli
Fotografia: Luciano Marzetti, Roberto Scarpa
Effetti speciali: Luciano Marzetti, Roberto Scarpa
Musiche:Giampiero Boneschi
Scenografia: Giovanni Mulazzani
Trama (wikipedia): In uno sperduto villaggio del selvaggio West, un ricco proprietario terriero senza scrupoli, il "Cattivissimo", che si serve di due violenti scagnozzi, Ursus e lo Smilzo (Slim), per mantenere il potere con la paura, vuole impadronirsi con le buone o le cattive dell'ultimo terreno fertile, di proprietà della giovane Clementina, che vive nel suo piccolo ranch con la sola compagnia dei suoi animali, tre mucche, una gallina e un cane amante dell'alcol, Socrate. Quando la sua ennesima proposta di matrimonio viene respinta dalla ragazza, il Cattivissimo decide di scatenare i suoi uomini, ma la situazione cambia per l'arrivo del misterioso Johnny. Clementina si prende cura del cowboy, spossato da un lungo viaggio, ma non riesce a farlo uscire da uno stato di completa apatia. Quando questi si reca al saloon, disarmato, viene malmenato da Ursus e dallo Smilzo, senza reagire e, durante la rissa, perde una pepita d'oro, che attira l'interesse del Cattivissimo. Falliti i tentativi di scoprire la provenienza della pepita direttamente da Johnny, attraverso la seduzione di Esmeralda, la cantante del saloon, e la tortura delle formiche del deserto, il Cattivissimo fa infine rapire Clementina. Solo a questo punto il cowboy complessato si rianima e...

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giovedì 28 aprile 2011

Habemus Papam (di Nanni Moretti)

La CEI (Conferenza Episcopale Italiana, i vescovi insomma) lo ha definito un film "superficiale": probabilmente prima ancora di vederlo. Su "Libero" si è scritto di un Moretti "finito": strana idea, specie se espressa da chi non lo ha mai accreditato di un inizio. Vittorio Messori ha detto laconico che non c'e' stata una conversione (?) di Moretti: resta da capire chi se l'aspettasse e perchè. I Papaboys lo hanno coperto di insulti affermando che in ogni caso da Moretti non è mai lecito aspettarsi un'opera d'arte: il secondo giudizio, irreale, toglie ancora più forza al primo. Avvenire ha invitato a boicottarlo: viva la libertà di espressione.

Nanni Moretti non ha risposto per fortuna a questi fini recensori se non con un'innocua battuta e ha fatto bene: sono giudizi un po' sospetti la cui assurdità e scarsa fondatezza non hanno bisogno di essere evidenziate oltre, spesso sono addirittura pre-giudizi. La realtà è che Habemus Papam è davvero un buon film, per certi versi addirittura sorprendente, e di certo non offensivo o superficiale. Il talento di Moretti fa bella mostra di sè e fa a gara con la superba interpretazione di Michel Piccoli: è grande cinema. Ma quel che fa di Habemus Papam un film da ricordare e che vincerà diversi premi è, oltre al finale inaspettato, l'abilità non comune con cui il tragico e il comico sono intrecciati e concorrono, senza mai darsi noia, a tratteggiare una storia che fa sorridere senza perdere la sua forte carica drammatìca. Sembra una miscela alla portata di tutti ma così non è: padroneggiarla senza sbavature riesce solo ai più grandi. La CEI, come sempre arrongantemente arroccata sulle sue indiscutibili posizioni, commette un grande errore: confonde la superficilità con la leggerezza. Capita, a chi è abituato a difendere posizioni più che a giudicare a mente aperta.

Il tono del film è quello di una commedia ma il tema è tragico: un cardinale, appena eletto Papa, non si sente in grado di affrontare questo immane compito e, fra lo stupore degli altri cardinali, ben felici di non essere stati prescelti al suo posto, rinuncia a un incarico che avverte superiore alle sue forze di uomo più adatto ad essere guidato che a guidare. Moretti ci fa vedere un Papa che è soprattutto un uomo, con i suoi limiti, le sua paure, la sua inadeguatezza. Altro che infallibile vicario di Cristo, altro che rappresentante di Dio in terra: Melville sarà stato anche scelto da Dio ma davvero non si sente all'altezza. E così si tira indietro, prende tempo, fugge e si perde per le vie di Roma, mentre la Chiesa e il mondo intero trepidanti aspettano, senza capire cosa sta succedendo e con la curiosità che cresce ad ogni ora.

E' un film che tratta un tema di grande attualità: il peso della responsabilità. In un mondo in cui tutti pensano di poter fare tutto, specialmente quello che non sanno fare, e in cui nessuno si sente mai inadeguato al compito a cui è chiamato, il Papa di Moretti rappresenta una salutare eccezione: avverte il peso del compito assegnatogli e lo sente superiore alle sue forze; quindi, dopo aver riflettuto, umilmente rinuncia.

Una recensione, fra quelle che ho letto dopo aver visto il film, suggerisce l'ipotesi che sia tutto un sogno, da quando Piccoli si apparta per riflettere fino al momento in cui è chiamato ad affacciarsi e comunica la sua scelta al mondo: se così fosse sarebbe per certi versi ancora più sorprendente, poichè si attribuirebbe una valenza decisiva a un percorso onirico.

Un vero artista riesce sempre ad aprirci una prospettiva nuova e Moretti con Habemus Papam lo fa. Ci porta dentro la Chiesa e percorre i sentieri meno battuti, che poi sono spesso i soli in grado di farci scoprire cose nuove. Osserva un mondo chiuso in se stesso e lo raffigura con un tocco lieve, a tratti ingenuamente poetico, mai offensivo. Il film scorre lieve senza intaccare la drammaticità dell'evento, che porterà poi al sorprendente epilogo.

Il film può essere criticato sotto diversi aspetti ma, francamente, il novanta per cento dei giudizi negativi che ho letto sono figli di preoccupanti chiusure mentali più che di fondate analisi tecniche.

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domenica 12 dicembre 2010

You Will Meet a Tall Dark Stranger (di Woody Allen)

A me Woody Allen piace parecchio, è noto. Come scrittore, come regista, come umorista, come uomo. Lo seguo dagli esordi o quasi. Ha una visione della vita e delle cose che combacia in molti aspetti con la mia e che trovo comunque sempre conforme al reale e ha un gran talento: come scrittore, quello di far ridere e riflettere, come regista quello di fare cinema ogni volta che gira un film e, credetemi, non basta fare un film per dire di aver fatto cinema...

Ieri sera ho visto "You will meet a tall dark stranger", il suo ultimo film, e non vi cito il titolo in italiano (se non a fondo post) perchè la traduzione è idiota e smarrisce il senso di ciò che traduce. E' un altro film londinese di Allen e un altro sguardo disulluso, disincantato, quasi inerte e rassegnato sulla vita, sulla pretesa di felicità che gli uomini hanno e su quella grande illusione chiamata amore che, al pari di altre illusioni, è la molla che ci fa andare avanti senza fermarci troppo a riflettere su grandi e piccole insensatezze del quotidiano.

Alcune affermazioni pronunciate a Venezia dallo stesso Allen chiarisicono alla perfezione il senso ultimo della pellicola:
"Per me la vita è un viaggio da incubo, un’esperienza molto dolorosa e non sono il primo a dirlo. Penso anche a Nietzsche, Freud o Eugene O’Neill che sostenevano la stessa cosa. Il trucco è sapere affrontare la vita mentendo spudoratamente a se stessi. Perché se si finisce col guardarla con occhi obiettivi vi rendereste conto che è intollerabile."

Non c'è felicità nella vita, dunque e sotto sotto lo sapevamo, dai! Ma fingiamo sempre che non sia così, e davvero benedico questa finzione, questo incanto che ci fa muovere, perchè se si rompesse saremmo inerti e disperati: se riuscissimo a vedere le cose come davvero sono, non ci rimarrebbero molte altre alternative a un suicidio disperato.

Di certo l'oretta e quaranta di un film del grande Allen è un modo per essere felici anche mentre ti dicono, dallo schermo, che non potrai mai esserlo per davvero.

Ho letto alcuen recensioni, la maggior parte positive: non che la cosa mi importi granchè, anzi mi infastidisce che piaccia a troppi. In una negativa ho trovato alcune osservazioni che mi hanno fatto sobbalzare e che mi hanno fatto pensare: se un giudizio negativo dice questo, vuol dire che parlare male di Allen non è possibile, al massimo puoi criticarlo lievemente come fa un amante deluso che però ancora ama chi lo ha deluso:
"Woody Allen potrebbe anche raccontarci per novanta minuti una fila al supermercato e comunque troveremmo la sua narrazione gradevole. Il suo modo di approcciarsi alla vita, la sua descrizione sempre leggera anche quando va in profondità, il suo modo spesso distante, forse cinico, con cui vede quelle che in molti considerano le grandi scelte che uno si trova a dover affrontare, matrimonio, tradimento, licenziamento, figli (forse si salva solo l'omicidio, ma dipende dai casi), è sinonimo di scorrevolezza. Tutto accade velocemente, non si rimarca, si lascia sempre e solo l'essenziale. E il tempo scorre, l'orologio non si guarda. Parliamo di un uomo che ha il tocco magico, anche il suo peggiore film è meglio di buona parte della concorrenza". "Insomma, Woody non entusiasma come al solito, nonostante tutti i suoi attori siano a loro modo amabili e alcune scene valgano da sole la visione del film."
Poi cominciano le critiche a un film che l'autore del pezzo, Andrea D'Addio (Filmup) definisce sbagliato.
Ma davvero non avrei saputo scrivere di meglio, volendo lodare il 76enne regista newyorkese!

You will meet a tall dark stranger è un film amaro ma gradevole e girato con la consueta padronanza, oltre che sorretto dalla solita scrittura fatata di Woody e da un cast di gran rilievo: scorre alla perfezione sulle nostre vite, demolisce certezze, insinua dubbi, ci fa vedere allo specchio e non chiude nessuna delle storie che apre. E' uno sguardo su alcune vite, con l'occhio di chi ha capito più cose della media delle persone su tutto questo gran movimento che definiamo "vita". Come diceva Shakespaere, opportunamente citato a inizio film: "La vita è una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, e che non significa nulla".


You Will Meet a Tall Dark Stranger
Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni
U.S.A., Spagna, Anno: 2010
Durata:98'
Regia: Woody Allen
Cast: Naomi Watts, Josh Brolin, Anthony Hopkins, Antonio Banderas, Anna Friel, Freida Pinto, Ewen Bremner, Gemma Jones, Lucy Punch
Trama (Filmup): Passioni, ambizioni e ansie causano un crescendo di guai e follie nella vita di due coppie sposate: quella formata da Alfie e Helena, e quella della figlia Sally e di suo marito Roy. Dopo essere stata lasciata da Alfie – che se n'è andato per inseguire la perduta giovinezza e una ragazza di nome Charmaine - Helena mette da parte la razionalità e si affida ciecamente ai bislacchi consigli di una cartomante ciarlatana. Dal canto suo Sally, intrappolata in un matrimonio infelice, si prende una cotta per l'affascinate proprietario della galleria d'arte - nonché suo capo - Greg, mentre suo marito Roy, uno scrittore che attende con ansia una risposta dalla sua casa editrice, resta folgorato da Dia, una donna misteriosa che cattura il suo sguardo da una finestra vicina...

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venerdì 10 settembre 2010

Somewhere (di Sofia Coppola)

Somewhere è un film che può lasciare con l'amaro in bocca. Se ti aspetti un film tradizionale (una storia con un inizio e una fine, un amore contrastato che poi fiorisce, una tragedia da cui ripartire, un delitto con un colpevole da scoprire, uno sviluppo lineare e tipico, insomma) resti deluso e, con i titoli di coda ad illuminare la tua rapida fuga dalla poltroncina, può sembrarti di aver visto una pellicola senza capo nè coda e senza una fine sensata. E' il tipico effetto che produce un'opera in chi la guarda senza essere preparato e quindi aperto a tutto ma avendo già un'idea di quel che potrà essere. Ebbene, Somewhere quest'idea la spiazza e ti lascia quindi un po' perduto.
Ma è un attimo e capita solo a chi è entrato in sala pensando di poter guardare il film della Coppola col pilota automatico: un errore che si paga con quello straniamento che ti prende un po' alla fine.
E' un film che non ti aspetti, che vuole farti provare una certa sensazione e che ci riesce così bene da lasciartela addosso per un pò.

Sofia Coppola ci descrive la non-vita di una non-persona. Johnny Marco è una celebrata star del cinema e non esiste. Vive in un hotel (il famosissimo Chateau Marmont di Los Angeles) e si sposta in altri hotel quando deve presentare un film, fare una sessione di foto o rilasciare un'intervista. Non ha rapporti con le altre persone, semplicemente le incontra, ci parla, le usa o ne viene usato. Ha un matrimonio fallito alle spalle e una splendida figlia che non lo vede quasi mai e per questo soffre. Viaggia con la sua Ferrari il cui rombo ci accompagna sordo e monotono per tutto il film o viene prelevato e portato a destinazione dalla macchina della produzione. La sua giornata è scandita dai pochi impegni mondani, da un paio d'ore in sala trucco e per il resto dal nulla. Beve, fuma, va a feste, fa sesso con donne sempre pronte, dorme, sta seduto sul divano, fa la doccia, si impasticca, si affaccia sul terrazzo con la sigaretta fra le dita, mangia, e poi ancora sesso, divano, sms, un giro in Ferrari, lo sguardo perso nel vuoto, due parole col portiere o con il cameriere, un approcio con la vicina di stanza, le telefonate di Marge che gli pianifica vita e lavoro, qualche squallido spettacolo di lap dancers goduto direttamente in camera. Anche il sesso è grigio e scorre via senza dar luce a una vita senza brio. Un fantasma di vita che ti fa sentire inutile, vuoto, perso. Una successione di gesti senza emozione, di vuoti rituali, di insulsi momenti, luccicanti ma stupidi, lussuosi ma finti. La copertina della vita, senza niente dentro. Una bella copertina, magnifica, ma niente oltre quella. E così si sente Johnny, nel suo intimo: perso, vuoto. Lo capisci dai suoi occhi, dall'espressione che ha quando si guarda allo specchio, dalla faccia che fa quando sta stravacato da solo sul divano ad aspettare niente dopo aver fatto niente, dal vuoto delle sue risposte e dei suoi silenzi quando i giornalisti gli rivolgono qualche insulsa domanda da classica conferenza stampa di presentazione, da come si muove, da come ti guarda. Sembra una tortura, non una vita. Una tortura di lusso, s'intende: sempre bella gente, suite spettacolari, feste e donne di classe sempre disponibili e vogliose. Ti svegli nel cuore della notte e se ti va ti fai portare in camera un intero assortimento di gelati, non ti manca niente e comunque puoi avere tutto quel che vuoi subito, nessun desiderio è impossibile ed è proprio questo che rende la vita indegna di essere vissuta, priva di un senso, di quel senso che motiva il nostro agire e non ci fa sentire come banderuole che si agitano al vento giorno e notte senza posa e senza scopo. Solo la presenza della figlia illuminerà la vita di Johnny squarciando definitivamente il velo di quella finzione: a piedi verso una nuova vita, o meglio: verso una vita, per provare a vivere, o per provare a convivere con quella sottospecie di vita che la fama gli ha dato.

Coppola vuole rendere proprio questa sensazione, con la macchina da presa, e ci riesce, tessendo sapientemente una tela che avvolge pian piano lo spettatore, lo ipnotizza, lo strania, lo anestetizza fin quasi ad annoiarlo, lo catapulta in quel non senso e in quel vuoto che è la vita di Johnny, in apparenza dorata e da sogno in realtà vacua e angosciosa: l'angoscia di chi vaga e non sa per dove e perchè e fino a quando. Non sa perchè c'e' e cosa deve fare, il tempo passa, i bicchieri si svuotano, le sigarette si consumano, le feste iniziano e finiscono, il sole sorge e poi risorge e tutto è sempre uguale a se stesso, fisso in un'immobilità che pare serenità ed invece è orrore che urla, orrore del nulla fatto vita. A volte la regia può apparire snervante, con quelle lunghe sequenze che paiono non finire mai, con quel soffermarsi su una scena troppo a lungo, a volte quasi il tempo che Johnny mette a fumarsi una sigaretta. Si tratta di un originale espediente tecnico che serve a farci sentire pure a noi quell'apatia insopportabile che avvolge Johnny. Sembra noia, invece è immersione nell'apatia della sua vita, che finiamo per toccare con mano, per sentire come nostra, ed è questo che vuole fare la Coppola: farcela sentire sulla pelle, farci annoiare, farci sentire inutili e senza scopo, vuoti come Johnny.

In questo senso è un film originale e che comunque centra il suo scopo, quello di fornirci il ritratto di un certo modo di non vivere e di farcelo percepire davvero come se in quell'ora e mezza fosse la nostra vita ad essere descritta. Proviamo fastidio, un po' di noia, siamo apatici, tristi, proprio come Johhny. E alla fine magari ci chiediamo che senso abbia quella fine, con Johnny che si incammina a piedi verso chissà cosa: una nuova vita, o almeno un nuovo equilibrio che gli renda sopportabile quella che ha e dia un senso ad alcune delle cose che fa. Ma la fine un senso ce l'ha, è quello che Jonnhy decide di andare a cercare e che non sappiamo se troverà. Di certo se lo troverà sarà con sua figlia, la brava e bella Cloe (Elle Fanning).

Un film poetico? Troppo complesso? Noioso? Originale? Banale? Estremamente profondo nella sua apparente semplicità? Un pretenzioso esercizio di stile? Un'intuizione riuscita? Forse un po' di tutto questo. Comunque un film che colpisce il bersaglio.


Somewhere
U.S.A., 2010
98'
Regia: Sofia Coppola
Cast: Benicio Del Toro, Michelle Monaghan, Elle Fanning, Stephen Dorff, Laura Ramsey, Alden Ehrenreich, Robert Schwartzman, Paul Vasquez, Chris Pontius, Laura Chiatti, Becky O'Donohue, Simona Ventura, Susanna Musotto, Nino Frassica
Tram (filmup): Somewhere è uno sguardo penetrante e commosso nell'universo dell'attore Johnny Marco (Stephen Dorff), che vive a Hollywood, nel leggendario hotel Chateau Marmont. Johnny se ne va in giro sulla sua Ferrari e casa sua è un flusso continuo di ragazze e pasticche. Totalmente a proprio agio in questa situazione di torpore, vive senza preoccupazioni, fino a quando giunge inaspettatamente allo Chateau la figlia undicenne, Cleo (Elle Fanning), nata dal suo matrimonio fallito. Il loro incontro spinge Johnny a riflessioni esistenziali, sulla sua posizione nel mondo. Quale strada intraprendere adesso?

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giovedì 27 maggio 2010

La nostra vita (di Daniele Luchetti)

Il film racconta una storia personale, una storia tragica, e la cala nell'Italia di oggi: lavoro nero, evasione, immigrazione, Stato assente, presente difficile e futuro carico di incertezze, legge del più forte, ecc. Non giudica il protagonista, non vuole giudicarlo, ma lo racconta: sta a noi giudicare. E' un film molto triste, sia per la sciagura che lo apre sia per il clima che si respira e che è poi quello del paese in cui oggi viviamo. Ma nello stesso tempo è bellissimo il rapporto che c'è tra il babbo e i figli, un rapporto d'amore, ma anche un rapporto cameratesco, teso sempre a coinvolgerli, a prepararli alla vita ma anche a farli sentire parte della squadra fin da piccolissimi. Ed è bellissimo il clima di allegria che anima queste famiglie, povere, senza prospettive, con mille problemi e mille guai eppure sempre pronte a sorridere e ad aiutarsi nel momento del bisogno, sempre solidali, unite, sempre pronte ad incontrarsi e a condividere piccole gioie, felici di vivere nonostante tutto. Certo, il protagonista viola diverse leggi... vi è costretto dalle circostanze? Oppure è disonesto per vocazione? Ognuno formulerà il suo giudizio, Luchetti questo vuole. E' sempre difficile distinguere il bene dal male in maniera netta, in questo film lo è ancora di più: siamo bene e siamo male nello stesso tempo, siamo fatti così. E comunque alla fine fra le due possibilità che gli si aprono davanti Claudio sceglie quella che non frega gli operai. Spiace notare che molti non sono riusciti a cogliere la mano del regista di mestiere in questo ottimo film che colpisce allo stomaco e lascia lo spettatore triste ma non deluso, abbattuto ma più ricco. Quanto a Germano, poi, la sua interpretazione è ottima, davvero inaspettata. Luchetti firma un ritratto desolante dell'Italia di oggi ma amche un inno alla vita che va sempre e in ogni caso vissuta pienamente. Con Soldini è una delle più belle conferme di questi mesi.

La nostra vita
Italia, 2010, Drammatico, 95'
Regia: Daniele Luchetti
Cast: Elio Germano, Raoul Bova, Isabella Ragonese, Luca Zingaretti, Stefania Montorsi, Giorgio Colangeli, Alina Berzunteanu, Marius Ignat
Trama (filmup): Claudio (Elio Germano) è un operaio edile di trent’anni che lavora in uno dei tanti cantieri della periferia romana. E’ sposato, ha due figli, ed è in attesa del terzo. Il rapporto con sua moglie Elena (Isabella Ragonese) è fatto di grande complicità, vitalità, sensualità. All’improvviso, però, questa esistenza felice viene sconvolta...

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domenica 2 maggio 2010

Cosa voglio di più (di Silvio Soldini)

Silvio Soldini ormai è una garanzia, quindi è scontato uscire dal cinema soddisfatti: il talento non si improvvisa, al massimo lo si affina con serietà e impegno. Io lo seguo da "Un'anima divisa in due", che mi fece capire subito la sua grandezza. "Cosa voglio di più" conferma la solidità e il rigore della sua regia, la capacità di raccontare con verità e leggerezza temi forti e sentimenti profondi, la lucida poesia con cui ci svela la realtà. Come accade nei film fatti bene (che poi i film si possono dividere in due sole categorie, cinema fatto bene e cinema fatto male) la storia, gli attori, l'interpretazione, la fotografia, le luci, il montaggio sono parti di un tutto che amalgamato alla perfezione non ha scollature o crepe nemmeno a cercarle con occhio feroce. E' un film che scorre via da solo e ti porta via senza che te ne accorgi. Quanto siamo lontani dalle forzature, dalle banalità, dagli eccessi di quei registucoli da fiction che aggiungono sempre senza mai sottrarre e che cercano di compensare con insipidi artifizi la sicurezza e la leggerezza di un tocco che non c'è...

La storia è semplice e comune, ecco perchè raccontarla bene è ancora più difficile e meritevole. E' una voragine che si apre d'improvviso davanti a noi e mette in pericolo il futuro di una vita fino a quel punto solida e rassicurante, ma evidentemente non del tutto appagante: la passione più rovinosa ti travolge e per contrasto ti fa accorgere di quanto simili forze vitali siano in realtà assenti o sopite nell'esistenza che per abitudine stai portando avanti anno dopo anno e in cui fino a ieri credevi senza esitazioni. E' un fiume in piena che ti mette in bilico sul ciglio di un burrone, che mette a rischio i tuoi affetti, i tuoi figli, te stesso. Sei in balia di forze più grandi di te, sai che il rimorso o il rimpianto ti accompagneranno a lungo, a seconda della scelta che farai. Non vuoi far del male a chi vuoi bene, non vuoi distruggere quello che fino ad oggi hai faticosamente costruito, non sai nemmeno se è davvero quel che vuoi, ma non vuoi nemmeno tacitare questa sete imperiosa che senti crescere in te e che forse per la prima volta dopo anni ti fa sentire vivo facendo apparire come un simulacro di vita la tua esistenza fino a ieri placida come un lago di montagna.
Vite comuni, problemi comuni (i soldi che finiscono sempre prima della fine del mese, il lavoro che non c'è e che quando c'è ti rende uno schiavo, l'incertezza di una vita precaria come il lavoro), sentimenti universali. Tutto fila liscio finchè, un giorno, per caso, sfiori una fiamma e ti bruci. Ti perdi, forse per ritrovarti.
Favino è ai suoi livelli, la Rohrwacher ormai lanciata verso orizzonti di inevitabile gloria, Battiston stupefacente. Soldini il gran maestro che merita l'ennesimo inchino.

Cosa voglio di più
2009, 121'
Regia: Silvio Soldini
Cast: Pierfrancesco Favino, Alba Rohrwacher, Giuseppe Battiston, Teresa Saponangelo, Fabio Troiano, Bindu De Stoppani, Monica Nappo, Tatiana Lepore
Trama (filmup): Anna è diventata tutto quello che ci si aspettava da lei: ha un impiego modesto ma sicuro, è vitale, affettuosa con la famiglia, gli amici e con il suo compagno Alessio, col quale ha deciso di avere un bambino. Quello che le manca forse è proprio il coraggio di prendersi una responsabilità definitiva verso il suo futuro. Futuro che ha i contorni di un ufficio, di una città che si allarga sempre di più, i toni tenui di un treno che dalla periferia la porta in centro, quelli più accesi di una relazione che le sembra serena. Quando Domenico irrompe nella sua vita però tutti quei contorni svaniscono e per la prima volta mette a fuoco l'amore, quello fatto di desiderio e passione. Ma l'amore spesso ha a che fare con linee nette, confini. Quelli del corpo, innanzitutto, che Domenico le insegna a scoprire e ad amare. Poi quelli del matrimonio di lui: è sposato con Miriam e hanno due bambini. La storia fra Domenico e Anna è una ribellione sottovoce che si regge su un equilibrio precario come la loro vita...


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martedì 6 aprile 2010

I love you Phillip Morris (di Glenn Ficarra, John Requa)

"I love you Phillip Morris" è il titolo originale, la scelta di trasformarlo in italiano in "Colpo di fulmine. Il mago della truffa" è una scelta idiota. Detto questo, diciamo che il film è buono ma non ottimo. Divertente e commovente, a volte ha cali di ritmo e più in generale gli manca qualcosa: è da 7, non di più. Da non perdere è l'interpretazione di Jim Carrey, quella sì ottima. Basato su una storia vera, potremmo definirlo come una storia d'amore, tormentata e anche tragica, con i suoi momenti spassosi, come tutte le storie d'amore. Ma è anche l'incredibile (ma vera) storia di un inguaribile truffatore e delle sue molteplici disavventure con la giustizia.

Non è un film sull'omosessualità, ecco il punto. Direi anzi che questo film può servire da test. Se alcuni si alzano dopo mezz'oretta e se vanno, sorpresi dal "taglio" della storia o magari dal carattere esplicito di un paio di scene (è accaduto, anche se sembra impossibile), ebbene avete appena individuato uno o più razzisti, eccezioni escluse (pausa pipì, telefonata urgente, ecc): nel film infatti l'omosessualità dei protagonisti è integrata così bene col resto da sembrare quello che è, cioè un fatto normale, e questo, si sa, in genere scandalizza i deficienti. Ma il film dà il meglio di sé come test alla fine della proiezione: se usciti dalla sala, o parlandone successivamente con amici e conoscenti, uno vi dice che è un film a tematica omosessuale, ebbene avete di fronte una persona lievemente o pesantemente omofoba; se vi dice che è un film brutto, o bello, o così così, avete di fronte una persona degna. Un test un pò grossolano, lo ammetto, ma può fornirvi uno spunto da usare per analisi più approfondite.

Merita di essere visto per la performance di Carrey e, come ho detto, per il modo in cui viene trattata la questione dell'omosessualità: come se non fosse una questione, che è poi proprio il modo giusto, oh yes.

Colpo di fulmine. Il mago della truffa.
Titolo originale: I Love You Phillip Morris
U.S.A., Francia, 2009
Commedia, Drammatico
102'
Regia: Glenn Ficarra, John Requa
Cast: Jim Carrey, Ewan McGregor, Leslie Mann, Rodrigo Santoro, Nicholas Alexander, Michael Beasley, Tony Bentley, Allen Boudreaux, Jessica Heap, Dameon Clarke, Antoni Corone

Trama (filmup):
Ispirato dalla vera storia di Steven Jay Russell, un poliziotto texano, sposato e praticante che ad un certo punto si rende conto di essere gay. Separatosi dalla moglie, si trasferisce a Miami, ma, per mantenere un certo tenore di vita, inizia ad organizzare truffe. Questo gli aprirà le porte del carcere, ma anche quelle dell'amore, infatti, conoscerà Phillip Morris, il suo compagno di cella, del quale si innamorerà perdutamente, a tal punto da...


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giovedì 18 marzo 2010

Mine vaganti (di Ferzan Ozpetek)

"Mine vaganti" è l'ultimo film di Ozpetek e, probabilmente, il migliore, sebbene nella sua filmografia vi sia almeno un'altra perla. Avevo letto parecchio di questo film, prima di vederlo, e avevo notato che spesso a un giudizio generalmente positivo quando non addirittura entusiasta si accompagnavano piccole critiche per qualche luogo comune di troppo in grado, a detta dei recensori, di sporcare un film nel complesso molto buono. Queste notazioni e la presenza di Scamarcio, per di più nella pericolosa parte di un gay, erano gli unici due fattori che mi rendevano un tantino incerto sull'opportunità di favorire questa pellicola, ma alla fine ha prevalso la fiducia che le precedenti opere mi facevano nutrire in Ozpetek e ho avuto ragione.

Il film è un piccolo capolavoro di equilibrio. Tratta un tema scottante, una vera e propria spina nel fianco di questa Italia di inizio terzo millennio: un argomento su cui ci si divide con ferocia e che davvero può bastare per definire arretrata la società in cui viviamo; capite bene, dunque, quanto possa essere spinoso girarci una storia, quanto possa essere facile inciampare in triti luoghi comuni, perdersi in squallide banalità, perdere la misura che invece il regista mai smarrisce.

Ozpetek confeziona un film che riesce a farci sorridere più di una volta senza mai indulgere a facili volgarità e che sempre, anche quando ci diverte, ci fa riflettere. Fantastichini e Ilaria Occhini sono davvero bravi, Scamarcio sorprende, Nicole Grimaudo è addirittura più brava che bella: il cast funziona. Il film non è mai banale, mai superficiale, non inciampa in fastidiosi luoghi comuni. Mantiene con sicurezza un equilibrio che è davvero l'arma vincente del film e che ci regala una storia spassosa ma non superficiale, profonda ma non cerebrale. E' davvero un film girato in stato di grazia: non saprei altrimenti spiegare il risultato finale.

E' sempre difficile trattare temi così complessi e delicati mantenendo una profonda leggerezza. Ozpetek ci è riuscito. Il suo sguardo è una brezza leggera che ci accarezza il volto e ci scompiglia i capelli, è un ampio respiro che ci proietta verso il cielo facendoci sentire armoniosa parte del tutto, al di sopra delle meschinità e delle umane lacune, al di sopra di tutto quello che non conta niente.

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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