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lunedì 16 gennaio 2023

Figlia mia studia, altrimenti diventi come i censori di FacciaLibro

Scrivo una battuta su FacciaLibro.

Si capisce chiaramente che è una battuta, innocua.
I censori di FacciaLibro, astuti come volpi, intelligenti come Einstein e con la stessa elasticità mentale di un sasso, mi censurano e sanzionano.
Hanno un algoritmo, dice. Che funziona come un cesso con la catena rotta, ma che continuano a usare (costa poco, vuoi mettere fare controllo dei contenuti per bene?)
Mi danno la possibilità di non accettare la loro decisione, io non accetto, ma la sanzione resta (prendono per il sedere?).
Mi danno la possibilità di contestare, il ricorso sarà esaminato da un Board esterno e indipendente, ma solo se sarà selezionato (traduco: manco ti leggono).
Ho tempo 14 giorni per fare ricorso avverso una sanzione che mi punisce per 7 giorni: ma hanno problemi seri o semplicemente prendono per il sedere?

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Faccialibro, un team di geni assoluti

Ho scritto, rispondendo a Lazzerini, che “farei tagliare un braccio... a mia madre pur di fare una battuta”, nel senso che è troppo forte per me la voglia di farla, e spiegavo il perchè facendo un’altra battuta, quella del braccio. Ovviamente non ho messo le @ o altro (es: t@gli@r3), trucchetto per minorati che di solito basta per salvarsi il kulo (tanto sono astuti i controllori). Faccialibro, che ha censori che hanno studiato e sono molto intelligenti, oserei dire geni assoluti e in grado di cogliere tutte le sfumature dei discorsi, e che mai punirebbero qualcuno per un commento innocuo (e chiarissimo) come il mio, lasciando per esempio impuniti decine di utenti che inneggiano davvero a violenza, razzismi o fascism|, mi punirà per questo. 
Io sorrido, come si fa sempre quando uno è idiota al cubo ma non ti preme troppo farglielo notare perché sai che tanto è inutile. Anche fare ricorso (te lo propongono) è inutile: manco ti leggono. Il sasso del mio giardino ha maggiore elasticità mentale. 

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Le prime lezioni di sesso


Nello spiegare il s3sso ai figli (ehi, prima o poi è meglio dirle due cosette, onde evitare conseguenze pesantucce... lo spermatozozzo, si sa, corre e corre e non guarda in faccia a nessuno, ha il chiodo fisso di bucare l’ovetto e depositare il regalino, altro non sente) sarebbe bene scegliere la giusta misura e il giusto tono, a seconda dell’età del soggetto, della sua presumibile conoscenza dell’argomento (che si spera minimale), etc.
Lo scopo di fornire una corretta educazione sessuale è duplice: informare su cose che si devono sapere e farlo prima che il soggetto venga a conoscenza di certe cosucce da persone sbagliate o nel modo sbagliato.

Lo so che spesso deve spiegare il s3sso al figlio gente che ancora non ci ha capito nulla o gente che come me ci ha capito moltissimo (no applausi, grazie) ma essendo sposato ormai non pratica più, come un calvo che discettasse di shampoo e acconciature: in questo caso, suggerisce la rinomata Scuola di Francoforte, oltre a non disprezzabili capacità didattiche occorre avere una buona memoria.

Quando ero piccolo io (so che adorate quando parlo di me, siete schifosamente avidi, del resto i reality qualcuno li guarda in questo Paese, no?), mia madre acquistò allo scopo due libriccini delle tipiche edizioni religiose, in brossura di pregio, quelle che vanno per la maggiore (non faccio nomi perché sono permalosi come scimmie, i religiosi in fatto di cose lubriche e peccaminose, e non desidero cause). Erano brevi ma insignificanti. Partivano da molto lontano, i fiorellini nei campi, le api, per non arrivare da nessuna parte, tanto che un bimbo piuttosto sveglio (all’epoca cosa rara) avrebbe potuto chiedersi come cacchio saltasse fuori un bebé dalla pancia di una donna solo perché due o tre api facevano la rumba intorno a un fiore in un non meglio precisato campo. Sconsiglierei dunque questi volumetti che odorano un po’ di fobia per il sesso. Ma eviterei anche quelli che descrivono nei dettagli le 54 posizioni del kamasutr@ e regalano nel paginone centrale il poster di una patata o di un cetriolo a grandezza naturale: siamo sempre fuori dalla giusta misura!

La cosa migliore, dicono alcuni specialisti, è rispondere via via alle domande che vengono fatte, in modo chiaro, senza mai iniziare per primi il discorso; insomma, soddisfare la domanda quando c’è, con un’offerta all’altezza. E’ un buon sistema, ma occorre tener presente che il maschietto, spesso tontolone fino a tarda età, nel giro di 48 ore può cambiare e diventare un adolescente ricolmo di ormoni ingrifati, e che, del resto, una bimba oggi può avere il menarca anche molto ma molto prima dei 12 anni...
E quindi arriva il momento in cui qualche lezioncina non può davvero più essere rimandata.
Come superare l’imbarazzo? Non so, io non ho questo problema, ma capisco che non sia facile. Naturalmente io ancora non ho spiegato una beata mazza, quindi mi sto lodando in teoria, ma so quel che dico (a volte). Se un genitore non ricorda nulla o ricorda tutto ma non se la sente, può passare la patata (quella bollente, in questo caso) all’altro... se non se la sente pure l’altro, siamo nei casini.

Eviterei approcci drastici tipo la visione di un film porno, messo in pausa di tanto in tanto per spiegare, con tanto di puntatore da conferenza, dinamiche e movimenti (ecco, qui, vedi, lui sta infilando...), anche perché occorre procedere per gradi e anche perché occorrerebbe educare prima ai sentimenti e poi al s3sso, mai solo al s3sso. Ma anche parlare solo di sentimenti e non scendere in qualche dettaglio è sbagliato, perché l’educazione sentimentale è fondamentale (però quella avremmo dovuto iniziarla dal primo giorno di vita del bimbo...), ma l’educazione sessuale a una certa età è basilare.

Sconsiglio di occuparsi della questione sia chi ha timore e quindi comincerebbe a parlare di babbo che dà un bacino a mamma e così nasce un seme nel pancino e boiatelle simili, sia chi conosce solo metodi grossolani e potrebbe uscirsene con un sempre curioso: l’ape si posa sul fiore e se lo tromb@.

Come in tutte le cose, ci vuole pazienza, saggezza, equilibrio, misura, amore, competenza.
Insomma, è un’impresa quasi impossibile.
(Non fate figli)

Ci vorrà tanta fortuna, per questi disgraziati genitori e per questi figli che molto presto si troveranno ad imbracciare una pistola senza avere mai avuto nessun rudimento sul suo funzionamento, se non da siti internet di dubbio valore didattico o da amici sgamati che pensano di aver capito tutto solo perché hanno già provato o visto qualcosina.

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domenica 15 gennaio 2023

Caino si fotta

Mi sapreste citare il nome di qualcuno che, per avere ucciso persone in un incidente stradale, magari sbronzo o drogato, ha fatto più di due anni di galera (ma quando?) e non ha più avuto la patente?
E mi sapreste citare il nome di alcuni casi di cronaca nera in cui la sentenza sia arrivata sulla base di prove certe e inoppugnabili e non sulla scorta di confessioni poi ritrattate, testimonianze o indizi per quanto non banali, al punto che tutto può sempre essere rimesso in discussione perché nulla è veramente certo?
E il nome e cognome di qualcuno che abbia evaso milioni o gettato sul lastrico migliaia di innocenti e si sia fatto almeno qualche mese di galera?
E di qualcuno che abbia ucciso senza motivo (ammesso che ne esistano) e sia stato condannato al massimo della pena, senza sconti, benefici etc?

Fino a quando le pene saranno mal proporzonate e incerte, la giustizia lenta, la prescrizione operante, il garantismo (una vera malattia) dominante e le carceri inferni sulla terra (invece di, semplicemente, luoghi di privazione della libertà) la situazione peggiorerà costantemente, semplicemente perché delinquere non porta, spesso, a grandi conseguenze negative e e anzi, spesso, conviene, quindi basta avere un’etica scadente per praticare il crimine.

Attenzione: le leggi le scrivono i politici. Quanto destinare in termini di risorse alla Magistratura e alle Forze dell’ordine lo decidono i politici. E’ chiaro che se fra i politici pullulano corrotti e delinquenti non possiamo aspettarci nulla di buono quantoa giustizia e legalità.

Io la vedo un po’ diversamente dalla maggioranza, su questo. Ci sono casi in cui il processo è meglio farlo per salvare le forme, ma è abbastanza inutile. E vi sono casi in cui l’ergastolo è poco. Non sono molti, ma non sono pochi. Io sto dalla parte di Abele, scusate. 

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sabato 14 gennaio 2023

Segreti

Quando una persona (generalmente un amico, più di rado un conoscente) mi dice: ti confido un segreto ma tale deve restare, o quando io lo vengo a sapere senza volere, io so cosa è un segreto. 

Un segreto (intendo i veri segreti, non le bischerate da asilo mariuccia) non vanno condivisi con nessuno, NEMMENO con fratelli o sorelle, madri, padri, mogli o figli o amici del cuore. 
Non si tratta di violare un’intesa matrimoniale o un rapporto di amicizia, né di non fidarsi: sono tutte scuse puerili con le quali giustifichiamo la nostra poca riservatezza, la nostra propensione al chiacchiericcio e al pettegolezzo, la nostra inaffidabilità.
E non ha alcun senso la frase: io e mia moglie (o io e mio fratello) non ci nascondiamo nulla: perché è falsa (tutti nascondono qualcosa) e perché non  è rilevante, quello che conta in questo caso è l’obbligo sacro di riservatezza e il rispetto di chi ti ha confidato un suo segreto.
Fra l’altro, se una persona non sa una cosa, non potrà lasciarsela scappare neppure per errore, quindi non diffondere il segreto non è l’unica scelta eticamente appropriata, ma anche quella più sicura da un punto di vista pratico.

Se un amico ti confida un segreto lo fa per essere capito, o per avere un consiglio, o perché si sente solo. E’ una cosa seria.

La sapete la storia del segreto che poi tutti vengono a sapere, vero? A lo confida a B, ma mi raccomando: non dirlo a nessuno. E’ la stessa raccomandazione che B fa a C quando glielo racconta. E così C dice a D. Etc. Tutti corretti e cauti, ma alla fine il segreto lo sanno tutti.

Non capisco quindi come una persona cui confido un segreto possa poi trovare il modo di condividerlo con fratelli o sorelle, genitori etc. Davvero NON CAPISCO. Eppure succede, anche a me: davvero è una cosa inaccettabile. 

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lunedì 9 gennaio 2023

Ciao Luca

Veramente straniante ieri l’atmosfera a Marassi.
Nessun discorso (lo avevo detto o no?): noi non commemoriamo. Si commemora un ex calciatore, non un fratello.
Atmosfera composta, zuppa di lacrime ma composta. Cielo plumbeo, cuori plumbei. Tanti ricordi. La nostra vita, la nostra gioventù, l’epopea di chi, piccolo, ha detto: voglio dimostrare che si può arrivare alla vetta anche portando avanti certi valori sempre più dimenticati dai cosiddetti grandi.
Cori lancinanti.
Che effetto risentire quel coro, a lungo, durante il match, alla fine... come se Luca fosse in campo in quell’istante, come è stato così tante volte...
E Luca dopo tutto c’era. Un amore così forte lo ha raggiunto, prima dell’ultimo viaggio verso il nulla, dopo il tutto che è stato come uomo e come sportivo.
“Luca Vialli Luca Vialli Luca Vialli alè alè
Noi ti amiamo e ti adoriamo
Tu sei meglio di Pelè”
Quante volte lo abbiamo ascoltato e cantato... 

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Finzione e solitudine

La vita non ha un suo senso, questo direi che è assodato, per me. Se qualcuno di voi non è ancora d’accordo con me, non importa: so aspettare.
Il senso occorre darglielo.
La religione è un modo, uno dei tanti, che come sapete non approvo.
Poi, ce ne sono altri.
Darglielo ti aiuta a vivere, e vivere con un senso è meglio che vivere insensatamente, questo è lapalissiano.
Ma devi crederci, appunto.
La vita, alla fine, è una finzione: il senso è una finzione che costruiamo per noi stessi. 

Quasi mai diciamo alle persone che conosciamo cosa ci passa per la testa e il cuore.
Fingiamo? Sì. Ma volte fingere non è disdicevole; lo sarebbe dir tutto.
Se io dicessi a tutti quel che penso di loro la vita sarebbe impossibile, o per lo meno le relazioni sociali. Lo stesso se dessi sempre seguito a quel che sento per una persona, in negativo o in positivo.
Occorre frenarsi, sopire, dissimulare.
Ci sono le convenzioni, le piccole ipocrisie, la paura di avere una delusione, la paura di dare un dispiacere, il timore di far danni, i legami già esistenti...
E così ci muoviamo su questo palcoscenico recitando una parte.
Non sto parlando di chi imbroglia o mente, non equivocate: sto dicendo cose molto diverse.
Spesso la persona che non rendiamo partecipe di tutto quello che sentiamo avverte che c’è molto altro, oltre al detto e al fatto; ma è tutto. A volte non ha interesse a conoscere la verità, perché non prova interesse per noi; a volte ha anch’ella paura delle conseguenze e preferisce dissimulare al pari nostro. Qualche volta, infine, scappa.

E’ anche qui che si annida la radice della irrimediabile solitudine in cui è racchiuso ciascuno di noi. Adesso qualcuno fra di voi protesterà, sostenendo di non essere e di non sentirsi affatto solo e di avere parenti e amici stupendi. Vi capisco. Non voglio togliervi un sollievo, ma siamo tutti soli, nasciamo soli e moriamo soli. Alla fine, siamo soli, quando il momento è critico. Ciascuno pensa per sé. 
Anche questo continuo trattenersi, se da un lato è salvifico perché rende possibile avere rapporti sociali all’apparenza gestibili, dall’altro ci amareggia, ci azzoppa, ci angustia.

Il percorso è accidentato e incerto, la meta ignota. Ma sappiamo di essere appesi a un filo e che sotto di noi c’è l’abisso eterno. E non possiamo nemmeno contare su un cuore che non sia il nostro, su un solo cuore che non sia il nostro! 

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domenica 8 gennaio 2023

Oggi non commemoreremo nessuno


Oggi la squadra non sarà totalmente scioccata come in quel Samp-Roma successivo alla morte di Paolo (match che colpevolmente non fu rinviato).
Vi sarà un forte dispiacere in campo, dolore in qualcuno dello staff, ma non è una situazione paragonabile: quel giorno di ottobre scesero in campo undici zombie, vi era una cappa di dolore infinito e paralizzante che avvolgeva tutta la squadra, oltre che la città. Certamente la squadra risentirà dell’atmosfera che ci sarà, ma non facciamo paragoni: non sono stati compagni e amici di Vialli per anni, e non è morto il loro amato Presidente (meglio aggiungere amato e usare la maiuscola, per differenziarci dal meschino presente di un ex presidente ed ex tutto per noi).

Sugli spalti invece oggi ci sarà solo dolore, perché è morto uno di noi, non un nostro ex calciatore; non uno che ha giocato per noi, ma uno di noi, non uno che ha vinto per noi, ma uno che ha vinto con noi e per noi e per lui, che era uno di noi. Uno che non ha mai tradito le attese, uno che ha deciso da giovane di stare dalla parte di chi non poteva vincere per provare invece a vincere, uno che non ha mai mentito, che ha sempre dato tutto, che si fidava di noi e che sentiva la nostra fiducia, che è cresciuto come uomo e come atleta con noi, anno dopo anno, uno che è stato e ed è Samp, uno che ha fatto Samp ogni giorno della sua vita a Genova e oltre, uno che ci ha sempre amato senza condizioni ed è sempre stato amato senza condizioni, dal primo giorno di allenamento, quando ancora non era che un giovane promettente e basta, fino all’ultimo giorno di vita di chi lo ricorderà per averlo vissuto.

Non sarà “ricordato” o “commemorato”, oggi, il nostro Gianluca, anche se all’apparenza potrebbe accadere qualcosa che a qualcuno potrebbe superficialmente apparire come una commemorazione. Non lo sarà perché non è semplicemente un giocatore, per quanto forte e importante, che ha indossato la nostra maglia per qualche anno e ha vinto qualche cosa, lasciando certamente un bel segno, come è accaduto però, anche se in misura minore, anche in altri club. E’ un amico, è uno di noi, è uno dei nostri fratelli, uno dei nostri figli (per chi ha qualche anno in più), è uno che tifava Sampdoria (oltre che Cremonese, la squadra della sua città), non uno che militava nella Sampdoria; è uno che indossava la sua seconda pelle, non una maglia societaria, è un blucerchiato che giocava nella sua squadra del cuore, non un giocatore che prestava il suo talento a una squadra di calcio dietro compenso, è un blucerchiato che non si accomodava in gradinata come noi ma scendeva sul prato verde, noi e lui a combattere per la stessa causa, lui con le gambe e il cuore e coi suoi amici, noi con la voce e i tamburi: è una differenza abissale. E’ uno che ha poi giocato, negli ultimi anni della sua splendida carriera, anche con altri colori, vincendo e facendo vincere ancora molti trofei ai torinesi e ai londinesi e agli Italiani tutti con l’Europeo, dopo quella cessione di tanti anni fa che noi dolorosamente subimmo e che, dopo averne rifiutate tante altre negli anni, gli fu imposta da Paolo, già conscio della sua imminente fine, per la sopravvivenza della Samp, non più in grado di reggere, a maggior ragione senza la sua guida, l’urto di un calcio che stava già cambiando in peggio.

Non si commemora un amico, un compagno di gioventù, un compagno di avventure, un fratello, un figlio, un pezzo del nostro cuore. Si commemora un ex giocatore. Noi oggi non commemoreremo, noi oggi piangeremo e basta, come e più del cielo plumbeo che già avvolge lo stadio che tante volte ci ha visto soffrire e tante volte gioire. E’ diverso.
Piangeremo perché il destino ci ha dato Paolo, che mai nessuno ha avuto e mai avrà, e Luca, e il destino ce li ha tolti troppo presto. 
Saranno solo lacrime, non roboanti discorsi o lustrini e medaglie. Se ci saranno discorsi, si sentiranno dietro le lacrime, davvero.

Noi rispettiamo il dolore di tutti, è evidente. Chiunque ha conosciuto Luca sa chi era e non può che piangerne amaramente la perdita. Ma a noi non è morto un giocatore, un grande giocatore, un campione, un uomo di valore. A noi è morto un pezzo di cuore, se ne è andato un pezzo della nostra vita. Noi non giocavamo per vincere ma per divertirci e provare a vincere, c’è differenza; noi non inseguivamo un trofeo per aggiungerlo agli altri o per farci belli coi rivali, noi lo inseguivamo per dimostrare che si può vincere qualcosa anche avendo tutti e tutto contro, che si può vincere qualcosa anche col nostro stile e col nostro sistema, anche non abdicando ai valori in cui crediamo, solo ci si mette un po’ di più...  noi inseguivamo un trofeo per regalarlo a Paolo, oltre che per regalarcelo. E’ diverso. Non ho detto migliore, non mi interessa dare giudizi di questo tipo, anche se si sa come la penso. Ma è diverso, profondamente diverso. Cercate di capire.

Stiamo vivendo anni piuttosto meschini, e non per i risultati sportivi, carenti ma tutto sommato finora accettabili, date le premesse, ma per gli squali che si aggirano nelle nostre acque e per gli avvoltoi che volano sulle nostre teste, per la indecenza e l’indegnità di persone che si fregiano dei nostri colori e così facendo li insozzano, per i maneggi di squallidi individui che anni fa, con l’avallo colposo (non posso credere doloso) di chi ci voleva bene, ci hanno azzannato al collo per succhiarci il sangue e che non mollano la presa, resistono tenacemente, avidi e ignobili, ben consci della fortuna che hanno avuto a poter sfruttare una così bella e pulita realtà, rendendola via via meno bella e meno pulita all’apparenza.

Tuttavia non ci lasciamo andare, perché nel nostro cuore vive sempre quel sogno, cominciato il 12 agosto del 1946 e che ha preso una forma ben definita e strutturata a partire dal luglio 1979, grazie agli insegnamenti di chi, romano, si è innamorato dei nostri colori e della nostra città al punto da volerla educare con profondo amore e inestinguibile passione, oltre che con cristallina correttezza, e così facendo ha formato generazioni di giovani tifosi ai valori sportivi più fulgidi, ha costruito una squadra in grado di dire la sua per anni in Italia e in Europa e di portare ovunque il marchio di una città unica e di una sportività e di una simpatia rare, ha regalato a tutti noi un sogno che ancora e sempre ci anima e ci spinge avanti, verso un futuro di nuovo in linea coi nostri valori, coi valori di Paolo e di quel gruppo indissolubile di amici. 

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Questo enigma racchiuso fra due date




(Testo fortemente sconsigliato ai materialisti, a chi va di fretta, a chi pensa che amare sia una perdita di tempo, a chi se sente dire sublimazione pensa solo alle noiose lezioni di chimica delle superiori)
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Di matrimonio, amore e morte.
Di te che mi fai morire, di me che muoio e poi rinasco ma solo perchè voglio morire ancora per te.
Dei patti che sunt servanda.
Del cuore che è ingestibile.
Della vita che è un mistero.
Delle cose vere ma che pochi capiscono, eppure restano vere.

Il matrimonio è abominio quando pretende che tu non possa essere affascinato più da altre persone nella tua vita, da quel giorno fino alla morte.
E’ una pretesa non assurda, ma ridicola. Come cercare di toccare la luna con un dito. Il matrimonio è un’invenzione umana, piuttosto scadente fra l’altro. Lo scopo è combattere il disordine sociale che inevitabilmente si produrrebbe, questo è vero. Ma potrebbero esserci soluzioni migliori, ci avete mai pensato?

Col matrimonio (o anche senza, meglio) tu fai un patto con un’altra persona, del tuo sesso o di sesso diverso, e magari ci fa un figlio (che è un progetto immenso). Ma cosa vuol dire che “deve” durare per sempre? Se mutano le cose, può venire meno il patto, o cambiar natura. Quel che non va bene è violarlo di nascosto, come non va bene violare qualunque patto. E quel che non va bene è non mettere al primo posto il figlio.
E soprattutto altre persone possono stregarti, è normale. Siamo otto miliardi su questa sfera deforme che rotola in silenzio nello spazio freddo e buio. E la vita è un lampo in una lunga notte, e i tuoi occhi feriscono come lame affilate da un arrotino diavolo in una notte senza luna.

Il fatto che un’altra persona o più persone ti piacciano, o che le stimi, o che le desideri, non ti rende un essere umano schifoso, conferma solo che sei un essere umano. Quando ti sposi, non cessi di vivere. Se lo fai, il tuo matrimonio è generalmente segnato.
Se lasci gli amici, gli interessi, se ti chiudi in una torre con la moglie o col marito prima o poi la torre franerà.
Sposarsi è ben altro. Fare un figlio è ben altro.
Anche a tuo figlio devi insegnare che altre persone possono piacerti, non c’è nulla di male. La gelosia è guano, il tradimento è guano, ma anche la pretesa di smettere di vivere dopo quel sì.
E l’essere umano è mutevole, cambia idea, opinioni, anche sulle persone. Pretendere l’impossibile da un essere umano è sciocco.
Le religioni sono una sciagura. Anche se aiutano molti a sopportare l’indicibile tragicità di questa vita che aspetta la morte, di questo fulmineo e insipido passaggio terreno.

Scendendo a un livello più pratico, a me piacciono alcune persone, donne e uomini e incerti, e molte no. Anzi, sono molte di più quelle che non mi piacciono! Ma cosa c’entra col matrimonio? Dovrei mentire e far finta che non mi piace nessuna persona al mondo tranne mia moglie (o mio marito)? Sarebbe stupido e inutile.

Io sento il tuo cuore e mi piace, vedo il tuo corpo e mi piace, ascolto la tua voce e mi piace, ascolto il tuo silenzio e mi piace, vedo come ti muovi e mi piace, vedo come stai ferma e mi piace, ci sei e mi piaci, non ci sei e mi piaci ancor di più, vedo i tuoi occhi e muoio ogni volta per poi rinascere, ma rinasco solo per poter di nuovo morire guardandoti.
E allora?
Non tradisco un patto, al massimo lo chiudo. 
E’ questione di stile. Di essere uomini, nel senso di esseri umani, non di maschi.
E non cerco di rovinare la tua vita o il tuo patto, sarebbe scorretto.
Non metto me stesso davanti a tutto, davanti a te.
Ma non posso dire che non mi piace nessuna donna o nessun uomo da quando mi sono sposato, sarebbe stupido assai e sarebbe stupido chi ci credesse. L’ipocrisia è bella e fa fine in società, ma vale zero.

La vita è questa, pochi desideri riesci a soddisfare, e in genere quando li soddisfi uccidi la magia, quasi sempre. Non se ne esce.
Ma io non posso non vibrare quanto ti vedo o ti penso.
Questo vuol dire che sono un pessimo marito? Proprio per niente, scordatelo.
Sposarsi non vuol dire morire. Vuol dire vivere con un’altra persona, condividere un progetto. Ma sei sempre tu, anche dopo quel sì, non diventi altro, non ti annulli. Il matrimonio è l’unione di due persone, non la fusione o l’annullamento di due identità.
E poi il tempo passa, tutto cambia (anche l’altra persona...).

Insomma, io non sono ipocrita. 
Se mi chiedi se mi piaci, ti dico eccome.
Forse mi piaci perché ti conosco poco? Chissà, può essere...
Ma guarda che a me tu non dici nulla, potresti dire e so che diresti.
Lo supponevo, sai?
Ma questo non cambia le cose... Mi piaci non perché ti piaccio, ma perché mi piaci! Certo, il fatto che non ti piaccio non è bello, ma del resto io sono sposato, quindi è indifferente, è tutta sofferenza virtuale, sebbene reale. Sarebbe sofferenza in ogni caso. Anzi, non è solo il fatto di esser sposato, è il fatto che io rispetto la vita degli altri. Ti vedo e muoio, ma in un angolo buio, senza infastidirti con la mia morte. Sublimo la mia sofferenza, esalto la mia passione, innalzo il mio desiderio e poi ricado giù e mi sfracello in mille pezzi, ma tu non avrai noie, io faccio tutto nel mio angolo. Non sarai colpita da schizzi. nemmeno ti accorgerai di questo mondo che inizia e finisce e poi ricomincia.
E non pensare che io sia gentile perché mi piaci. Sbaglieresti. Io sono gentile e disponibile (quasi) con chiunque, e di certo con chiunque io valuti come persona di valore. Insomma, non devo desiderare una persona per essere disponibile, la mia vita parla per me. Sarebbe do ut des, io invece do e basta, non posso fare a meno di dare, forse è un obbligo più che un merito, ma è così. Però di certo non do per conquistare... non è il mio modo di fare. Certo, do anche a chi adoro, e questo può generare il fraintendimento. Certo, do tanto a chi trovo eccezionale come persona e, lo so, questo può rovinare quel che pensi di me: potresti finire a pensare che faccio cose solo per un fine, e come darti torto? Molti lo fanno... Ma nel mio caso sbaglieresti un poco.

Voglio soffrire ogni volta che ti penso, che ti vedo, che ti sento. Lo voglio fortissimamente. Voglio morire e voglio che sia tu a trafiggermi.
Questo mi rende un cattivo marito, mi fa trascurare figli, moglie, casa? Scordatelo. Ragioni male. Io fin quando remo, remo con tutto me stesso, strappandomi i muscoli. Non troverai appunti da farmi. Io cado in piedi e lascio la nave per ultimo, sempre. 
Ma se ti vedo muoio e poi rinasco, le due cose non sono incompatibili.
Ma io sono quel perfetto marito e padre e sono anche quello che quando ti vede pensa di essere fortunato solo per poterti vedere anche due soli secondi in una vita.
E’ difficile da capire, pochi ci riescono.
Ma non per questo è meno vero.
Perché dovrei forzare? Rompere tutto? Portare le nuvole in un cielo sereno? So bene poi che non sono ricambiato, non importa, forse non riesco a far capire tutto di me, ci sta, ma io non provo qualcosa per qualcuno per poi necessariamente riaverla indietro da quel qualcuno. Certo, tutti vogliono essere amati, anche io, ma non è questo desiderio che origina il mio.

Alla fine tu hai la parte migliore in commedia, o meglio: la più comoda. Non avrai sconquassi e senti come ti guardo e come ti penso, non può che farti piacere. Cosa si può volere di più, soprattutto quando non si vuole nulla di più?
Ma io non mi lamento della mia parte.
Conoscerti è già un privilegio.
Il resto è nel grembo del Caso, come le nostre misere vite, così piene di cose, coì infinite e indescrivibili, eppure così infime e fragili.

Alla fine siamo persone e ognuno di noi ha un mondo infinito dentro di sé, anche il peggior uomo al mondo.
E’ normale stimare una persona stimabile, provare simpatia per una persona simpatica, affetto per una persona cara, morire e poi rinascere ogni volta per una persona che ti fa morire per il solo fatto di esistere e che posa gli occhi sia pure distrattamente su di te.
Nessun dramma, è normale.
E se sarà dramma, sarà un dramma personale, insondabile, di cui nemmeno avrai il sospetto. Misterioso come è misteriosa ogni esistenza, ognuno di noi, ogni singolo istante di questo enorme enigma racchiuso fra due date che chiamiamo vita.

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(Img: Enigma on Pinterest) 

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sabato 7 gennaio 2023

Noi siamo Samp, ignorateci!

0dio il motto “vincere è l’unica cosa che conta”.
E’ sporcizia, è guano, è schifo. Mi fa vomitare. Mi fa stare male. Bleah.
Io ho avuto un padre (Angelo), che non c’è più. E un padre sportivo (Paolo Mantovani), che non c’è più. Mi hanno insegnato cosa è la vita e cosa è lo sport, con le coppe mi ci sciacquo sapete cosa.
Vincere piace a tutti, pure a me, ma non mi piace vincere “in qualsiasi modo”. O si vince come dico io (vedi Mantovani) o va bene perdere. La sconfitta insegna più della vittoria. La sconfitta è grande, se per vincere devi barare o diventare disumano.
Noi rispettiamo le regole, gli avversari, gli arbitri. Noi guardiamo all’uomo, non al calciatore. Noi subiamo le ingiustizie e andiamo avanti,  a volte lamentandoci, a volte no. Non abbiamo il potere di farci preferire dai corrotti che hanno le leve in mano e non lo vogliamo. 
Noi siamo Sampdoria. Orgoglio e onestà.
Tutti oggi parlano di Sampdoria. Anche i giornalisti (rai e mediaset) che per anni ci hanno offeso, vilipeso, ignorato, ricoperto di merd@. 
Anche le squadre che per anni ci hanno derubato.
Questo sistema di cacc@ che ci ha ostacolato in ogni modo, sempre. Ha provato a fermarci, sempre.
Finitela, siete indegni. 
Non è QUEL che abbiamo vinto (7 trofei, e almeno altri 4-5 SCIPPATI dai corrotti). E’ COME ABBIAMO VINTO. E’ COME abbiamo giocato. E’ COME ERAVAMO E COME SIAMO.
Quel gruppo era un gruppo di UOMINI VERI. Che hanno vinto contro tutto e tutti.
Erano uomini, non merdacc3.
Mantovani era un uomo onesto, di grandi valori. Sceglieva uomini, non calciatori. Ha provato a vincere come voleva lui, da persone vere. Gli hanno messo i bastoni fra le ruote, tutti, anche Genova! E ci è riuscito, anche se ci ha messo tanto. Per un decennio abbiamo imperversato, senza mai abdicare ai nostri valori. 
Il punto è questo.
Avere coppe in bacheca fa piacere, e adesso ce le abbiamo (nel 1984 erano ZERO, a parte i Viareggio).
Ma non fa la differenza. 
Sono importanti perché vinte contro tutti e tutto e coi nostri valori, nel nostro modo. Solo per questo.
Ma essere Samp è ben altro. 
Me ne frego dei vostri soldi, dei vostri affari, dei vostri scudetti e coppe. 
Noi giochiamo per divertirci e divertire, col cuore. 
Per far felice un bambino. 
Per tenere alto il nome di Genova.
Adesso abbiamo persone indegne che ci stanno uccidendo, e non tutti i calciatori sono uomini. Non importa.
Non ucciderete mai un sogno.
Quei quattro colori sono tutto.
Non sporcherete mai una cosa pulita.
Andate all’infern0! 

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venerdì 6 gennaio 2023

Sempre noi stessi

Per dieci anni abbiamo fatto finali su finali, In Italia e in Europa, e vinto sette trofei, sfiorandone parecchi altri (a volte sfumati per ragioni che col campo hanno poco a che fare). Abbiamo avuto un Presidente che mai nessuno ha avuto e avrà, un uomo che ha insegnato cosa è sport a migliaia di tifosi. Abbiamo vinto molto in Italia, e giocato anni e anni e alla grande in Europa, arrivando a pochi minuti dalla coppa più ambita.
Eppure nessuno ci odia nel mondo, perché sapevamo vincere.
E sapevamo vincere perché abbiamo sempre saputo perdere.
Arroganza e antisportività non ci hanno mai conosciuto.
Giocavamo col cuore, senza voler umiliare nessuno, anche quando avremmo potuto (abbiamo vinto un torneo pieno zeppo di squadroni e contro campioni incredibili, forse non ve lo ricordate... e abbiamo dominato una Coppa Campioni vecchia formula, quella veramente difficile, non la Coppa annacquata di oggi).
Perché noi non abbiamo vinto nulla per quarant’anni, pur giocando quasi sempre nella massima serie. E dopo aver imperversato per un decennio, siamo tornati a vincere meno o nulla. Ma mai nulla “è cambiato nell’intimo nostro”. Ecco perché siamo sempre quelli, uguali nella buona e nella cattiva sorte, sempre quelli, i magnifici sognatori blucerchiati. Viviamo di passioni e di sogni. Ci piace vincere, ma davvero non è mai stata per noi “l’unica cosa che conta”, secondo una nota e tristissima frase. Conta ben altro per noi, contava prima dei trofei, quando la bacheca era vuota, e conta adesso che qualche coppetta la possiamo mostrare.
#Samp 

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lunedì 2 gennaio 2023

Sulla lealtà

 

 
Penso che abbia ragione il mio amico social Alessandro Sottili. La lealtà è alla base di tutto, senza non vi può essere un rapporto umano decente.
Lealtà non vuol dire prendere sempre la decisione oggettivamente migliore per un altro da noi: a volte la vita pone davanti a scelte (a volte? sempre) e noi dobbiamo cercare di fare i nostri interessi, ma lealmente: è questo il discrimine. Se a volte capita che la vita ci porta a danneggiare senza volere qualcuno, non è mancanza di lealtà, e comunque possiamo provare sempre a compensare in qualche modo la situazione che si è venuta a creare nostro magrado. Abbiamo la possibilità di agire nel modo giusto, sempre.
L'uomo leale è trasparente, coerente, lucido, giusto ed equilibrato. Ha sani valori e ad essi uniforma la sua vita. Non si volta dall'altra parte, non abdica ai suoi valori se in certe occasioni conviene farlo, ma non è neppure maniacale.
Lealtà non è nemmeno onestà intesa in senso integralista: se un bar di Padova mi dà 10 cent in più di resto e io me ne accorgo quando ho già fatto 50 km verso casa, non torno per restituirli. Lo farò se passo da Padova di tanto in tanto, altrimenti non importa. Occorre saper interpretare le parole dando loro il giusto significato. La forma è importantissima, ma la sostanza non deve mai mancare, perché la sostanza senza forma squalifica lo stile con cui fai le cose e a volte avvelena i cuori ("lo stile è l'impronta di ciò che si è su ciò che si fa"), ma la forma senza sostanza non è nulla, è un inutile guscio vuoto.
Lealtà vuol dire non voler mai fregare nessuno. Trattare gli altri da esseri umani, anche quando non lo meritano. Aiutare chi ha bisogno di aiuto, e non perché gli dobbiamo qualcosa o perché un giorno potremmo essere nei guai noi: (do ut des) le ragioni che ci ispirano devono essere ben più elevate, per dare luminosità e spontaneità alla nostra condotta, per far brillare di eterno quel che facciamo ogni giorno.
Non ci si deve far corrompere da questo mondo lurido. Uscirne sempre puliti e, come dicevano i nostri nonni, a posto con la coscienza. Non è religione: noi sappiamo perfettamente, dentro di noi, cosa è bene e cosa è male, senza dover piegare le nostre esistenze a dogmi stupidi, a volte inumani e inventati di sana pianta da mistificatori.
Sono valori che non dipendono da un dio o da un'origine geografica, sono valori che discendono dal fatto di appartenere a una stessa specie. Il bene non è un'esclusiva religiosa, il bene è universale. Il buonismo non esiste, è la definizione di bene data da chi è cattivo ed egoista.
La persona leale agisce con chiarezza e franchezza. Si comporta con onore (non certo inteso patriottico fascista), non si abbassa mai alla menzogna o al tradimento, al raggiro, alla truffa emotiva; non finge. Anche qui occorre misura: a volte essere leali può comportare il dover dire una bugia bianca, ma queste bugie sono ben altra cosa dalle menzogne di cui sopra.
La persona leale si mette nei panni degli altri, è empatica e si ispira a correttezza.
Da una persona leale non ti aspetti vantaggi, benefici o autolesionismi, ma correttezza e pulizia.
La lealtà oggi è un valore non più in auge. Poco considerata, poco praticata, spesso scambiata per ingenuità o incapacità di muoversi nel mondo moderno.
Siate leali, sarete esseri umani degni di definirsi tali.
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