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mercoledì 1 febbraio 2023

Se i suoi occhi brillano ancora

D’inverno alle cinque è buio, se il cielo è coperto alle quattro cominciano già ad allungarsi inesorabili le prime ombre della sera, come vernice nera che incautamente rovesciata si spande sul pavimento. Le luci della città sono ancora quasi tutte spente. Il buio è tristezza, è paura, è metafora della fine che ci attende. Il buio è la fine della giornata, che credevamo più lunga, delle cose belle e luminose, dei colori; è pensare già ai compiti e alle noie del giorno dopo, al quale ci condurrà una notte molto lunga, con le sue insidie.
A quest’ora, se ti affacci o se, al buio, appoggi la fronte sul vetro della tua, vedi le finestre degli altri, ancora con le persiane aperte per via delle temperature non molto rigide, da spente e senza vita illuminarsi d’improvviso una ad una, ora qui ora là, grazie alla luce elettrica e poi vedi una figura umana, molto spesso di donna, affacciarsi per un attimo, veloce per non prendere il fresco della sera ma con quell’indugio che basta a dare una veloce occhiata al mondo che si copre col mantello della notte, e poi ritirarsi dentro chiudendo le persiane, da cui adesso filtra, ma solo a strisce, la luce gialla della casa. E pensi a quella ragazza che hai visto proprio un minuto fa, corpo esile, pullover a collo alto, capelli lunghi scuri e occhi brillanti, che per un attimo si è affacciata al mondo ed è comparsa nel tuo cielo, come un astro luminoso mai notato prima, e subito dopo la notte se l’è portata via. E pensi che sei solo, e lo rimarrai.
Poi, chiudi anche tu e ti siedi in salotto, accanto alla lampada a stelo che fa una luce forte per chi vuol leggere ma che illumina solo fiocamente la stanza, per tre quarti avvolta da queste ombre galoppanti che si stanno mangiando il mondo e anche la tua casa. Tutto intorno è il silenzio, in sottofondo il rumore delle auto giù in strada, qualche clacson di tanto in tanto, soffuso come una sveglia coperta da un cuscino. Si prevede pioggia. Il libro, iniziato un mese fa, ti guarda dal tavolino. Gli occhiali sono poggiati proprio lì sopra, e questo lo rende speranzoso: ma tu non hai la forza di leggere, adesso. Hai ancora davanti a te quel volto misterioso, che adesso starà preparando la cena per qualcuno, o starà studiando, o come te sarà seduta in poltrona a sentirsi respirare nel silenzio della sera. Pensi che non la conoscerai mai e che forse è meglio così, dopotutto: a quest’ora magari stareste litigando per una di quelle classiche questioni banali che avvelenano le convivenze, oppure sareste due solitudini non scalfite dall’unione di quel giorno di sole coi fiori d’arancio e le urla festanti degli ospiti in tiro. Non sai cosa sperare, però speri: dopotutto, vorresti esser là, nella sua vita, vedere cosa sta facendo, se i suoi occhi brillano ancora o se era solo il riflesso di una luce nel grigio del tramonto, oppure lacrime. Sedere al tavolo della sua cucina e guardarla senza parlare.
Le campane suonano le cinque e mezza, lunga sarà la strada sino all’alba.
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autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it) Per tornare alla home page clicca qui. Se questo blog ti interessa e vuoi essere aggiornato sui suoi contenuti iscriviti al mio feed oppure seguimi via mail. Se vuoi segnalare questo articolo clicca sul titolo del post e vai a fondo post.

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Vari spunti intimi

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*NON LO FATE APPOSTA, LO SO. SIETE COSI’*
(E’ un’attenuante? Non per me, mi dispiace.)

Ho scritto due post fa che, alla fine, tolta forse la mamma (coadiuvata da un formidabile istinto, però), a nessuno frega davvero di me.
Non era mia intenzione fare la vittima, è una cosa che accade a moltissimi, quasi a tutti, ma non per questo è meno grave.
E a te, potrebbe chiedere il solone di turno, frega qualcosa di qualcuno?
In verità: sì.
Non sono perfetto, ma in verità, da questo punto di vista (e qualche altro), non sono come la stragrande maggioranza di chi mi sta attorno. Non intendo definirmi migliore (in base a cosa? Ai miei criteri, che però potreste contestare...), ma diverso sì, eccome!
-
Per precisare meglio, non esiste nessun essere umano che abbia a 0 l’egoismo, perché in noi vi è l’istinto di sopravvivenza: in mare, se stiamo per morire, prima salviamo noi stessi, poi gli altri (unica possibile eccezione il genitore per il figlio -non sempre però). Quindi possiamo dire che un uomo con egoismo al 5-10% è una persona rara e di valore. Il problema è che qui la gente generalmente sta sopra il 70 alla grande.
-
Io questa cosa la sento con chiarezza. Magari molti di voi no, quindi si illudono: nulla di male, illudersi è un aiuto formidabile per chi vuole vivere.
La sento e so che è una delle cause principali del mio disagio di straniero in terra straniera, oltre a quella di appartenere a questa specie solo per tratti genetici, non certo morali. Alla fine sei solo perché nessuno, davvero, tiene a te al punto di mettere in gioco se stesso.
A volte penso di chiedere qualcosa a una persona. Perché ho bisogno, o anche solo per fare un “esperimento sociale”. Ma poi rinuncio subito, perché so che sarebbe tempo perso, otterrei solo dei no, o dei sì forzati che valgono come no e che deturperebbero pure quel barlume di finto rapporto che fino al giorno prima c’era fra noi.
Non mi parlate adesso degli innamorati o di malati paragonabili. L’innamoramento è una patologia formidabile, per fortuna passeggera. L’amore un’illusione, meno devastante e più duratura, in media, ma per fortuna non eterna. E’ normale che io tenga a una persona di cui sono innamorato, in quella fase sono sotto scacco, non sono padrone delle mie facoltà, io non parlo di questo. Anche perché poi, come ho detto, l’innamoramento svanisce, basta aspettare il regolare decorso, senza bisogno di terapie. Io parlo di ben altro.
-
Se in 55 anni e rotti non ho trovato nessuno davvero disposto a mettere in gioco se stesso per me, e se non c’è nessuno (tranne le piccole eccezioni che ho elencato nell’altro post) che non mi abbia deluso, almeno una volta, anche in piccole cose (non di rado in grandi), credetemi: non dipende da me, non sono un caso particolare, non sono asociale o disadattato, ehehe. Sarebbe meglio se lo fossi: non per me, ovvio, ma per l’umanità. Invece sono un caso tipico. Anche se non è certo tipico il mio esserne consapevole.
-
Scusate se vi ho distratto dalla tv o da pensieri più profondi, in ogni caso quei pochi che sono arrivati sin qua non faticheranno a rimuovere il tutto nel giro di pochi minuti, so che siete bravissimi a farlo.
-
Peccato, a volte sarebbe bello poter volare oltre le nuvole e far finta che non ci sia più nient’altro, ma poi voi mi riportate di colpo su questa terra pesante e umida.

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——
*QUESTO AVREBBE TUTTE LE CARTE IN REGOLA PER ESSERE IL MIO ULTIMO SCRITTO PUBBLICO*

Sinceramente, 
considerando ovviamente solo chi conosco di persona (quindi esclusi attori, artisti vari, vip, scrittori, politici, sportivi, etc);
e mettendoci dentro tutto, le delusioni enormi e quelle piccole, anche quelle infime (son sempre delusioni);

se devo indicare una persona che nella mia vita (55 anni e 5 mesi scarsi) non mi ha mai deluso...
non ho nessuno da indicare. 
Mi dispiace, ma è così.

Se qualcuno non è d’accordo, chieda un incontro e ne parliamo: potrei ricredermi, se mi convince. Ma nessuno me lo chiederà, perchè a NESSUNO frega veramente di ME, a NESSUNO frega di NESSUNO, grosso modo.

Forse la mamma, ma perché la giudico con maggior benevolenza. (La mamma è anche l’unica a cui davvero frega qualcosa di me, ma un po’ l’aiuta l’istinto).
Forse anche la figlia non ha mai deluso, ma perché ancora non ne ha avuto il tempo?
Forse i miei quasi figli, è vero. E un amico di recente riscoperta (forse).
Ma è TUTTO.

NESSUN ALTRO.

Vi offendete? Non so cosa farci, dovevo forse mentire per non darvi un infimo dispiacere che tra due secondi avrete già sepolto?

NESSUN altro, quindi, a parte le piccole eccezioni dette. Ed è poco, quasi niente. Troppo poco.
Capite bene che un’analisi di questo tipo è più che sufficiente per buttare tutto nel cesso e chiudere.

Certe sere vedi l’orizzonte come mai prima, e capisci che è solo una riga tracciata pure male.

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Img: Stefano S. on Pinterest

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13.1.2023

*NON LO FATE APPOSTA, LO SO. SIETE COSI’*
(E’ un’attenuante? Non per me, mi dispiace.)

Ho scritto sopra che, alla fine, tolta forse la mamma (coadiuvata da un formidabile istinto, però), a nessuno frega davvero di me.
Non era mia intenzione fare la vittima, è una cosa che accade a moltissimi, quasi a tutti, ma non per questo è meno grave.
E a te, potrebbe chiedere il solone di turno, frega qualcosa di qualcuno?
In verità: sì.
Non sono perfetto, ma in verità, da questo punto di vista (e qualche altro), non sono come la stragrande maggioranza di chi mi sta attorno. Non intendo definirmi migliore (in base a cosa? Ai miei criteri, che però potreste contestare...), ma diverso sì, eccome!
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Per precisare meglio, non esiste nessun essere umano che abbia a 0 l’egoismo, perché in noi vi è l’istinto di sopravvivenza: in mare, se stiamo per morire, prima salviamo noi stessi, poi gli altri (unica possibile eccezione il genitore per il figlio -non sempre però). Quindi possiamo dire che un uomo con egoismo al 5-10% è una persona rara e di valore. Il problema è che qui la gente generalmente sta sopra il 70 alla grande.
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Io questa cosa la sento con chiarezza. Magari molti di voi no, quindi si illudono: nulla di male, illudersi è un aiuto formidabile per chi vuole vivere.
La sento e so che è una delle cause principali del mio disagio di straniero in terra straniera, oltre a quella di appartenere a questa specie solo per tratti genetici, non certo morali. Alla fine sei solo perché nessuno, davvero, tiene a te al punto di mettere in gioco se stesso.
A volte penso di chiedere qualcosa a una persona. Perché ho bisogno, o anche solo per fare un “esperimento sociale”. Ma poi rinuncio subito, perché so che sarebbe tempo perso, otterrei solo dei no, o dei sì forzati che valgono come no e che deturperebbero pure quel barlume di finto rapporto che fino al giorno prima c’era fra noi.
Non mi parlate adesso degli innamorati o di malati paragonabili. L’innamoramento è una patologia formidabile, per fortuna passeggera. L’amore un’illusione, meno devastante e più duratura, in media, ma per fortuna non eterna. E’ normale che io tenga a una persona di cui sono innamorato, in quella fase sono sotto scacco, non sono padrone delle mie facoltà, io non parlo di questo. Anche perché poi, come ho detto, l’innamoramento svanisce, basta aspettare il regolare decorso, senza bisogno di terapie. Io parlo di ben altro.
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Se in 55 anni e rotti non ho trovato nessuno davvero disposto a mettere in gioco se stesso per me, e se non c’è nessuno (tranne le piccole eccezioni che ho elencato nell’altro post) che non mi abbia deluso, almeno una volta, anche in piccole cose (non di rado in grandi), credetemi: non dipende da me, non sono un caso particolare, non sono asociale o disadattato, ehehe. Sarebbe meglio se lo fossi: non per me, ovvio, ma per l’umanità. Invece sono un caso tipico. Anche se non è certo tipico il mio esserne consapevole.
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Scusate se vi ho distratto dalla tv o da pensieri più profondi, in ogni caso quei pochi che sono arrivati sin qua non faticheranno a rimuovere il tutto nel giro di pochi minuti, so che siete bravissimi a farlo.
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Peccato, a volte sarebbe bello poter volare oltre le nuvole e far finta che non ci sia più nient’altro, ma poi voi mi riportate di colpo su questa terra pesante e umida.
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*FINZIONE E SOLITUDINE*

La vita non ha un suo senso, questo direi che è assodato, per me. Se qualcuno di voi non è ancora d’accordo con me, non importa: so aspettare.
Il senso occorre darglielo.
La religione è un modo, uno dei tanti, che come sapete non approvo.
Poi, ce ne sono altri.
Darglielo ti aiuta a vivere, e vivere con un senso è meglio che vivere insensatamente, questo è lapalissiano.
Ma devi crederci, appunto.
La vita, alla fine, è una finzione: il senso è una finzione che costruiamo per noi stessi. 

Quasi mai diciamo alle persone che conosciamo cosa ci passa per la testa e il cuore.
Fingiamo? Sì. Ma volte fingere non è disdicevole; lo sarebbe dir tutto.
Se io dicessi a tutti quel che penso di loro la vita sarebbe impossibile, o per lo meno le relazioni sociali. Lo stesso se dessi sempre seguito a quel che sento per una persona, in negativo o in positivo.
Occorre frenarsi, sopire, dissimulare.
Ci sono le convenzioni, le piccole ipocrisie, la paura di avere una delusione, la paura di dare un dispiacere, il timore di far danni, i legami già esistenti...
E così ci muoviamo su questo palcoscenico recitando una parte.
Non sto parlando di chi imbroglia o mente, non equivocate: sto dicendo cose molto diverse.
Spesso la persona che non rendiamo partecipe di tutto quello che sentiamo avverte che c’è molto altro, oltre al detto e al fatto; ma è tutto. A volte non ha interesse a conoscere la verità, perché non prova interesse per noi; a volte ha anch’ella paura delle conseguenze e preferisce dissimulare al pari nostro. Qualche volta, infine, scappa.

E’ anche qui che si annida la radice della irrimediabile solitudine in cui è racchiuso ciascuno di noi. Adesso qualcuno fra di voi protesterà, sostenendo di non essere e di non sentirsi affatto solo e di avere parenti e amici stupendi. Vi capisco. Non voglio togliervi un sollievo, ma siamo tutti soli, nasciamo soli e moriamo soli. Alla fine, siamo soli, quando il momento è critico. Ciascuno pensa per sé. 
Anche questo continuo trattenersi, se da un lato è salvifico perché rende possibile avere rapporti sociali all’apparenza gestibili, dall’altro ci amareggia, ci azzoppa, ci angustia.

Il percorso è accidentato e incerto, la meta ignota. Ma sappiamo di essere appesi a un filo e che sotto di noi c’è l’abisso eterno. E non possiamo nemmeno contare su un cuore che non sia il nostro, su un solo cuore che non sia il nostro!


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*QUESTO ENIGMA RACCHIUSO FRA DUE DATE*
(Testo fortemente sconsigliato ai materialisti, a chi va di fretta, a chi pensa che amare sia una perdita di tempo, a chi se sente dire sublimazione pensa solo alle noiose lezioni di chimica delle superiori)
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Di matrimonio, amore e morte.
Di te che mi fai morire, di me che muoio e poi rinasco ma solo perchè voglio morire ancora per te.
Dei patti che sunt servanda.
Del cuore che è ingestibile.
Della vita che è un mistero.
Delle cose vere ma che pochi capiscono, eppure restano vere.

Il matrimonio è abominio quando pretende che tu non possa essere affascinato più da altre persone nella tua vita, da quel giorno fino alla morte.
E’ una pretesa non assurda, ma ridicola. Come cercare di toccare la luna con un dito. Il matrimonio è un’invenzione umana, piuttosto scadente fra l’altro. Lo scopo è combattere il disordine sociale che inevitabilmente si produrrebbe, questo è vero. Ma potrebbero esserci soluzioni migliori, ci avete mai pensato?

Col matrimonio (o anche senza, meglio) tu fai un patto con un’altra persona, del tuo sesso o di sesso diverso, e magari ci fa un figlio (che è un progetto immenso). Ma cosa vuol dire che “deve” durare per sempre? Se mutano le cose, può venire meno il patto, o cambiar natura. Quel che non va bene è violarlo di nascosto, come non va bene violare qualunque patto. E quel che non va bene è non mettere al primo posto il figlio.
E soprattutto altre persone possono stregarti, è normale. Siamo otto miliardi su questa sfera deforme che rotola in silenzio nello spazio freddo e buio. E la vita è un lampo in una lunga notte, e i tuoi occhi feriscono come lame affilate da un arrotino diavolo in una notte senza luna.

Il fatto che un’altra persona o più persone ti piacciano, o che le stimi, o che le desideri, non ti rende un essere umano schifoso, conferma solo che sei un essere umano. Quando ti sposi, non cessi di vivere. Se lo fai, il tuo matrimonio è generalmente segnato.
Se lasci gli amici, gli interessi, se ti chiudi in una torre con la moglie o col marito prima o poi la torre franerà.
Sposarsi è ben altro. Fare un figlio è ben altro.
Anche a tuo figlio devi insegnare che altre persone possono piacerti, non c’è nulla di male. La gelosia è guano, il tradimento è guano, ma anche la pretesa di smettere di vivere dopo quel sì.
E l’essere umano è mutevole, cambia idea, opinioni, anche sulle persone. Pretendere l’impossibile da un essere umano è sciocco.
Le religioni sono una sciagura. Anche se aiutano molti a sopportare l’indicibile tragicità di questa vita che aspetta la morte, di questo fulmineo e insipido passaggio terreno.

Scendendo a un livello più pratico, a me piacciono alcune persone, donne e uomini e incerti, e molte no. Anzi, sono molte di più quelle che non mi piacciono! Ma cosa c’entra col matrimonio? Dovrei mentire e far finta che non mi piace nessuna persona al mondo tranne mia moglie (o mio marito)? Sarebbe stupido e inutile.

Io sento il tuo cuore e mi piace, vedo il tuo corpo e mi piace, ascolto la tua voce e mi piace, ascolto il tuo silenzio e mi piace, vedo come ti muovi e mi piace, vedo come stai ferma e mi piace, ci sei e mi piaci, non ci sei e mi piaci ancor di più, vedo i tuoi occhi e muoio ogni volta per poi rinascere, ma rinasco solo per poter di nuovo morire guardandoti.
E allora?
Non tradisco un patto, al massimo lo chiudo. 
E’ questione di stile. Di essere uomini, nel senso di esseri umani, non di maschi.
E non cerco di rovinare la tua vita o il tuo patto, sarebbe scorretto.
Non metto me stesso davanti a tutto, davanti a te.
Ma non posso dire che non mi piace nessuna donna o nessun uomo da quando mi sono sposato, sarebbe stupido assai e sarebbe stupido chi ci credesse. L’ipocrisia è bella e fa fine in società, ma vale zero.

La vita è questa, pochi desideri riesci a soddisfare, e in genere quando li soddisfi uccidi la magia, quasi sempre. Non se ne esce.
Ma io non posso non vibrare quanto ti vedo o ti penso.
Questo vuol dire che sono un pessimo marito? Proprio per niente, scordatelo.
Sposarsi non vuol dire morire. Vuol dire vivere con un’altra persona, condividere un progetto. Ma sei sempre tu, anche dopo quel sì, non diventi altro, non ti annulli. Il matrimonio è l’unione di due persone, non la fusione o l’annullamento di due identità.
E poi il tempo passa, tutto cambia (anche l’altra persona...).

Insomma, io non sono ipocrita. 
Se mi chiedi se mi piaci, ti dico eccome.
Forse mi piaci perché ti conosco poco? Chissà, può essere...
Ma guarda che a me tu non dici nulla, potresti dire e so che diresti.
Lo supponevo, sai?
Ma questo non cambia le cose... Mi piaci non perché ti piaccio, ma perché mi piaci! Certo, il fatto che non ti piaccio non è bello, ma del resto io sono sposato, quindi è indifferente, è tutta sofferenza virtuale, sebbene reale. Sarebbe sofferenza in ogni caso. Anzi, non è solo il fatto di esser sposato, è il fatto che io rispetto la vita degli altri. Ti vedo e muoio, ma in un angolo buio, senza infastidirti con la mia morte. Sublimo la mia sofferenza, esalto la mia passione, innalzo il mio desiderio e poi ricado giù e mi sfracello in mille pezzi, ma tu non avrai noie, io faccio tutto nel mio angolo. Non sarai colpita da schizzi. nemmeno ti accorgerai di questo mondo che inizia e finisce e poi ricomincia.
E non pensare che io sia gentile perché mi piaci. Sbaglieresti. Io sono gentile e disponibile (quasi) con chiunque, e di certo con chiunque io valuti come persona di valore. Insomma, non devo desiderare una persona per essere disponibile, la mia vita parla per me. Sarebbe do ut des, io invece do e basta, non posso fare a meno di dare, forse è un obbligo più che un merito, ma è così. Però di certo non do per conquistare... non è il mio modo di fare. Certo, do anche a chi adoro, e questo può generare il fraintendimento. Certo, do tanto a chi trovo eccezionale come persona e, lo so, questo può rovinare quel che pensi di me: potresti finire a pensare che faccio cose solo per un fine, e come darti torto? Molti lo fanno... Ma nel mio caso sbaglieresti un poco.

Voglio soffrire ogni volta che ti penso, che ti vedo, che ti sento. Lo voglio fortissimamente. Voglio morire e voglio che sia tu a trafiggermi.
Questo mi rende un cattivo marito, mi fa trascurare figli, moglie, casa? Scordatelo. Ragioni male. Io fin quando remo, remo con tutto me stesso, strappandomi i muscoli. Non troverai appunti da farmi. Io cado in piedi e lascio la nave per ultimo, sempre. 
Ma se ti vedo muoio e poi rinasco, le due cose non sono incompatibili.
Ma io sono quel perfetto marito e padre e sono anche quello che quando ti vede pensa di essere fortunato solo per poterti vedere anche due soli secondi in una vita.
E’ difficile da capire, pochi ci riescono.
Ma non per questo è meno vero.
Perché dovrei forzare? Rompere tutto? Portare le nuvole in un cielo sereno? So bene poi che non sono ricambiato, non importa, forse non riesco a far capire tutto di me, ci sta, ma io non provo qualcosa per qualcuno per poi necessariamente riaverla indietro da quel qualcuno. Certo, tutti vogliono essere amati, anche io, ma non è questo desiderio che origina il mio.

Alla fine tu hai la parte migliore in commedia, o meglio: la più comoda. Non avrai sconquassi e senti come ti guardo e come ti penso, non può che farti piacere. Cosa si può volere di più, soprattutto quando non si vuole nulla di più?
Ma io non mi lamento della mia parte.
Conoscerti è già un privilegio.
Il resto è nel grembo del Caso, come le nostre misere vite, così piene di cose, coì infinite e indescrivibili, eppure così infime e fragili.

Alla fine siamo persone e ognuno di noi ha un mondo infinito dentro di sé, anche il peggior uomo al mondo.
E’ normale stimare una persona stimabile, provare simpatia per una persona simpatica, affetto per una persona cara, morire e poi rinascere ogni volta per una persona che ti fa morire per il solo fatto di esistere e che posa gli occhi sia pure distrattamente su di te.
Nessun dramma, è normale.
E se sarà dramma, sarà un dramma personale, insondabile, di cui nemmeno avrai il sospetto. Misterioso come è misteriosa ogni esistenza, ognuno di noi, ogni singolo istante di questo enorme enigma racchiuso fra due date che chiamiamo vita.

—-

Forse voglio solo continuare a sognare come sarebbe averti.
Avere di più potrebbe rovinare tutto, come spesso accade.
Capitalizzo ogni attimo che il caso mi concede di vederti o parlarti.
Alla fine, quel che io provo per te non cambia, nemmeno se tu non mi consideri.
Non è un do ut des. Ma un ama e basta, anche se non mi guardi nemmeno.
Alla fine sono questi gli unici veri amori, se mai esiste un amore vero.
E poi un sentimento non si impone. A volte insistere serve, lo so per esperienza, può essere addirittura decisivo: ma non mi piace elemosinare amore. 
L’amore si dà e basta.
Se tu lo dai e l’altro no, va bene così.
Puoi sempre ucciderti, o sublimarlo.
—-


——
*GLI STUDI PROSEGUONO*

Un tempo ci si frequentava. Poco, ok.
E si giocava sul fatto che io ero fidanzato e poi sposato, quindi out essendo fedele (all’epoca ero così tenero).
Poi i casi della vita hanno diradato gli incontri, del resto già rari, e sono passati anni, in cui io non ho cambiato idea, ma tu sì.
E’ così che si butta nel cesso un rapporto magari minore ma che non meritava questo. Le cose vere, anche se minime, sono preziose.
Non è una specifica della mia vita, ma mi è già successo. Penso che la causa sia che ho livelli di costanza non banali.
Del resto, davvero nulla è successo che possa spiegare questo. 
Diciamo che si cambia e ieri ti piaceva la marmellata, oggi ti fa vomitare.
E questa è l’ipotesi migliore!
Sto esercitandomi nella nobile arte della rassegnazione, da anni. Non è facile. Gli studi proseguono. In questo mondo è essenziale essere abili in questa specialità.


——
*VIVO GIORNI IGNOBILI*

Sono giorni di grande confusione e anche di grande scorrevolezza.
Faccio cose che non avrei detto e che non servono a molto (perché, vivere, a che serve?).
Sono giorni che rimpiangerò come tutti quelli passati (io rimpiango anche le tragedie), ma sono anche giorni francamente ignobili.

Se li analizzo non reggono all’esame più benevolo: regna l’inutile, il futile, l’insensato. Manca una visione, un futuro, un’idea e la voglia di andare là fuori a prenderla senza pensare alla Parca che d’improvviso ti spezza il filo. Sono a un passo dallo stop, quindi non facciamo i difficili: in un modo o nell’altro vado avanti, mi alzo, lavo, vesto etc. Fermarsi sarebbe la fine. Eppure so che è una prospettiva vicina, che sfioro di continuo, forse corteggio.

So che vi piace quando parlo di me: siete curiosi. Anch’io: scrivo infatti per capirci qualcosa, in questi mondi che ho dentro di me. Il mio psichiatra, poi, ne approfitta per saltare una seduta e addebitarmela lo stesso: si studia il post, dice, e ci mette tanto. E’ un po’ paraculo ma è un buon psichiatra; solo, ha beccato un caso irrisolvibile e lo sa, ma siccome gli rende, lo annaffia e lo concima con cura. Ehi, dottò, stavo a scherzà, eh! (È permaloso come un gatto permaloso). Si chiama Arturo (non è vero). Ciao doc, a giovedì solita ora, per me il solito eh, muahahahahaha (è astemio, lo pòssino...)

Prima vivevo senza chiedermi il perché e senza accorgermi: lo stato ideale. Molti la chiamano felicità, ma la felicità non esiste. E’ semplicemente andare avanti senza farsi domande, uno stato assolutamente ideale che ti consente di fare il tuo su questo mondo e poi di sparire nel nulla per sempre con questo bel fottut0 tuo.
Adesso invece sono vicino a farmi quelle domande che mi renderebbero impossibile affrontare un secondo in più di questa roba. Faccio la corte all’abisso, forse voglio portarmelo a letto. Esso resiste, ma fino a quando? Sedurlo vorrebbe dire chiudere qui.

Vorrei essere amico mio e poi sparire per vedere quanto, se e per quanto mi mancherei: avrei sorprese, lo so.

So che il 50% di voi non avrà capito che il 30% di quello che ho scritto (l’altro 50% niente), ma non allarmatevi: sono io in cura da Arturo, non voi, ricordate? Ha un divano comodissimo. Del resto con quello che mi scuce la sua solerte segretaria (yup, una ciliegia succosa) il divano l’ho pagato io, ho scelto bene: ho gusto.

Tornando alle cose stupide, vivo questi strani giorni che mi passano davanti veloci e non riesco a fermarli né a capirne il senso. Faccio cose che se solo ci penso mi appaiono non assurde, ma inconcepibili. Ma mentre le faccio mi sembrano così normali... Le faccio come fossero le cose più normali del mondo, poi ci ripenso e mi chiedo se davvero le ho fatte. Eh sì, le ho fatte, e per intero, e più volte e vorrei rifarle, anche se pensandoci sono inammissibili e inconcepibili, ma so che le rifarò e le riconsidererrò come pazzesche. 
Non so dove sono diretto. Penso sia una deriva. Comunque curiosa.


—-
*POCO AMICI*

Alcune persone (amici, sebbene su questo termine grande sia la confusione sotto il cielo) vorrei vederle/sentirle di più.
Pochi, eh: non sono uno da grandi folle.
Anche solo sentirle, maggiore condivisione dei fatti del giorno, dei fatti della vita.
Maggiore complicità sulle piccole e futili cose, maggior gusto nel condividere le facezie.
E invece non accade.
Perché?
Proviamo a spiegarlo.
(Siete ancora in tempo a passare ad altro, so che su rete 4 danno una cosa buona, approfittatene, non accade dal 1989)
—-
1.
Intendono il matrimonio (o il fidanzamento) in un modo che reputo profondamente errato. Errato alla radice. E, tranne alcune eccezioni, fonte di possibili guai. Sposarsi non vuol dire buttare nel cesso tutte le amicizie, femminili e maschili, fin lì maturate. Se uno rinuncia a vedere amici, ad avere interessi anche solo suoi senza il coniuge, a uscire da solo qualche volta, pone le basi per il fallimento del rapporto (non sempre, spesso). Sposarsi non è annullarsi nell’altro. Quanto alla gelosia, è una patologia ed è comica. La gelosia non ha mai impedito nessun tradimento e nessuna rottura, anzi: se fa qualcosa, è per incentivarla. Io sono troppo arrogante e presuntuoso in amore per essere geloso, mai stato.
Intendere il matrimonio in questo modo vuol dire seccare un’amicizia. Continuerà parzialmente, forse e non sempre, come amicizia fra famiglie, ma il rapporto originario è andato e soprattutto questa è una forzatura insensata.
Nel mio matrimonio (una figura che andrebbe studiata da eminenti studiosi, ma proprio dai più capaci) non funziona così: ciascuno esce anche per conto suo, con i suoi amici, fin dal primo giorno. E ha, nei limiti, interessi suoi (dico nei limiti perché io non sono un tipo da cocktail ogni sette giorni). Questo rende il mio matrimonio più forte? Proprio per niente. Semplicemente, fare il contrario è assurdo. Non lo si fa per rafforzare l’unione, semmai lo si fa per non ferirla e per non fare una vera assurdità.

2.
Sono persone deluse da precedenti esperienze e non più trentenni, quindi spesso sono caute e bloccate. Non vogliono muoversi dalla posizione che occupano sullo scacchiere, non un solo passo in avanti. Rifiutano possibili evoluzioni del rapporto a priori. E’ comprensibile? In parte. E’ snervante? Moltissimo. Fa stare male chi subisce questa tattica insensata e ingiusta proprio perché generalizzata e aprioristica.

3.
Non hanno piacere a frequentarmi e/o ad approfondire il rapporto esistente.
Certo che esiste questa ragione, non posso non considerarla. 
Ragazzi, esiste anche chi mi schifa, occorre prendere atto di questa insensatezza!
Mi chiedo perché, allora, continuino a essermi amici. Abitudine? Interesse? Pietà? Non saprei.

Comunque, fosse solo la spiegazione 3 ad essere quella giusta, me ne farei una ragione in due decimi di secondo: non tutti possono avere gusti ottimi. Ma così non è...

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Sull’amicizia aggiungo una cosa, già accennata altre volte. I miei fedeli lettori se la ricorderanno; a proposito, saluto quei cinque.
A 55 anni ho deciso (da alcuni anni) che non ho intenzione di farmi nuovi amici. La ragione? Tante, una non è dissimile dalla numero 2. Eh, ma allora, direte voi, ci caschi pure tu! Non proprio. Io non ho intezione di farmi nuovi amici, mentre il discorso affrontato in questo perdibile post riguarda chi è già mio amico o conoscente: questi rapporti non li disconosco e ne accetto qualsiasi eoluzione o involuzione. E’ partire invece dal presupposto che un rapporto deve finire causa matrimonio o non può evolvere in nessun caso che mi ferisce e disturba. Se un rapporto esiste, io non pongo limiti. 
Tornano a me e a questa postilla (anche se non scritta a mano come le postille), in futuro io potrò rovinare amicizie esistenti, farle evolvere o far crescere una conoscenza allo stadio di amicizia, ma basta nuovi amici, grazie, e basta nuovi amori: al massimo, sesso senza sentimenti che non siano quelli di pace e fratellanza universali. Ho già dato.
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Resta quel che ho detto. Sono vittima di questo blocco che impedisce qualunque movimento a rapporti che potrebbero e dovrebbero crescere o disfarsi liberamente.


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*FILI SPEZZATI E SPAZZATI VIA DAL VENTO*

Ci sono persone che sento meno o non sento più.
Perché? Non saprei dire. Ma generalmente non perché lo voglio io. Accade perché io dopo un po’ non insisto, non sono invadente. E perché gli altri ti dimenticano, quando hanno un nuovo amore o un lavoro interessante. Vorrei sentirle ancora, vederle, ma non mi impongo mai. Non perché mi sottostimi, anzi: mi stimo assai. Ma, come si dice, de gustibus. E poi alcuni ti usano quindi è normale che se non servi più tu venga riposto nell’armadio.
Poi le cose cambiano, magari son di nuovo sole, o attraversano periodi bui. 
Ma io non mi faccio vivo, anche se sinceramente vorrei: non voglio dare l’impressione di pasteggiare coi cadaveri dopo aver volteggiato a lungo intorno a loro nel cielo.
Se per caso ci si risente, noto un tono che non mi piace, o discorsi falsi, scuse stupide.
E così, senza un vero motivo (che non sia lo scarso attaccamento altrui, e la vacuità delle anime) finisce qualcosa che era nato e che prometteva meglio.
Del resto è difficile sotto questo cielo imbattersi in qualcosa di autentico, capace di sfidare la morte. Non ho detto vincerla, ho detto sfidarla.


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*NON POSSO ACCETTARE CHE TUTTO QUESTO MI SIA PORTATO VIA*

Rimpiango ogni secondo passato della mia vita, anche quelli terribili.
Perché se ne sono andati e mai più li rivedrò.
Cenere che il vento ha disperso.
Se guardo indietro, l’abisso mi attira e mi distrugge.

Anche l’attimo che ha fatto nascere in me questa riflessione è già perduto.
Questa vertigine temporale senza inizio e senza fine, senza senso, che ingoia qualsiasi cosa, mi devasta.

Vorrei rivivere molti attimi, molte giornate.
Anche quelle pessime, per vedermi vivere, per rimediare agli errori, per rifarne.
Vorrei tornare indietro e avanti, a piacere, immergermi di nuovo nell’aria di quei momenti perduti.
Vorrei stare di nuovo sveglio intere notti, e vagare dentro di me per giorni e giorni.
Vorrei sentire ancora il profumo di certi prati la mattina, vedere il colore di certi cieli la sera, essere sovrastato dalla immensa azzurrità di un cielo troppo grande per farsene una ragione.
Vorrei ancora scoprire per la prima volta tutto quel che non sapevo.
Vorrei essere adesso in quel parco a settembre, provare quello che provai con lei, cercare di farmi del male la sera senza riuscirci, uscire da me e poi rientrarci, senza capire più niente. 
Non voler più andare avanti, e proseguire.

Vorrei rivedere certe persone, rifare certi discorsi.
Vorrei rifare certi viaggi, certe andate e certi ritorni.
Riscrivere certe cose, rifare certi sogni, morire cento volte come sono morto dentro parecchie volte.
Per poi rinascere più disilluso di prima.
Dare più abbracci.
Osare di più.
Prendere le cose più alla leggera.
Vorrei provare di nuovo certe delusioni e certi illusori piaceri. 
Sentir bruciare sulla pelle di nuovo quelle ferite. 
Respirare ancora certe attese.
Piangere lacrime amare nel gelido vento di una sera sul bordo di una strada illuminata e deserta.
Vorrei ancora sentirmi perso come dopo certi rifiuti, solo dopo certe serate, triste e vuoto dopo certe notti passate a sfogare gli istinti senza placare i dolori.

La morte è lì che mi aspetta. Non so quando si parerà dinanzi a me il suo volto di sfinge beffarda, ma so che è lì che mi aspetta dal primo istante in cui  vivo. E’ con me da sempre. La odio con tutte le mie forze, perché solo che è più forte e mi annienterà. E mi coglierà di sorpresa e sempre troppo presto, ponendo fine anche a questi lancinanti rimpianti.

E quel che resterà sarà, ancora una volta, solo orrida cenere.
Siamo niente e di noi non rimarrà niente.
Tutto questo infinito mondo che ho dentro, tutte le cose inespresse che esplodono dentro il mio petto ogni istante di questa lurida via crucis, senza riuscire ad uscire, senza riuscire a toccare il cuore di nessuno e a cambiare la vita di nessuno, saranno come mai esistite.
Non posso pensare a questo spreco, non posso accettare che il tempo si mangi tutto per sempre e che l’attimo sia solo un fantasma che ride in modo volgare.
Non posso accettare che tutto questo mi sia portato via, quello che ho fatto e quello che non ho fatto, quel che ho detto e quel che non ho detto, i miei sogni, le mie paure, i grandi progetti, le più meschine abiezioni e i più stupidi e insulsi giochi, e tutti i miei spaventosi rimpianti e i miei acuminati e feroci ricordi.
Vorrei dirti ora quel che penso di te e di noi due, ma non ci riesco.
Vorrei fare quello che sogno, ma non ne ho la forza e il coraggio.
Vorrei fare cose definitive, agire con violenza su questa realtà, schiaffeggiare la vita per far uscire quello che mi brucia dentro, che mi consuma senza tregua giorno e notte, ma non ce la faccio.

Ti sto aspettando da sempre. So che farai strame di me. So che sei ingiusta e parziale, colpisci a caso e con gusto. So che per te sono niente. Il tuo compito è annientarmi. Sono qui. Non sono pronto e non lo sarò mai, e mai ti accetterò, mai ti rispetterò. Da me non avrai rese o disperazioni ma solo odio. Ti temo quanto ti disprezzo.







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“Chiudiamola qui, dai” e altro

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*ZERO TITULI*

In tutta franchezza non ho ancora trovato quel che da cinque decenni e mezzo cerco.
Chiedo troppo? Non so. 
Di certo do quel che chiedo; quindi, non essendo io un uomo superiore a tutti gli altri (mi stimo, ma con un limite), direi che potreste farcela anche voi.
C’è di che essere scoraggiati.
Del resto, altro non mi interessa.
Ci sono andato vicino alcune volte, ma forse era più l’ottimismo che la realtà a farmi sentire così vicino all’obiettivo.
Solo macerie, e qualche edificio pericolante.
Devo quindi muovermi con cautela... ma, come detto, altro non mi interessa.
Continuo a guardare le stelle, ma faccio sempre più fatica. 

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*DUE COSE APPENA SULL’AMICIZIA*

Cosa vuol dire essere amici? 
Non intendo dare una risposta esaustiva: ci vorrebbero centinaia di righe e non penso che in ogni caso ci riuscirei, è uno dei temi più ostici, su cui si sono misurati i grandissimi, spesso senza riuscire a cavare un ragno dal buco.
Dico solo qualcosa, ragionando spesso all’inverso.
Per amici intendo amicizie uomo-donna, uomo-uomo o donna-donna, è ovvio.
Già scrissi a proposito del fatto se un uomo e una donna (o due donne o due uomini se pensiamo all’orientamento non etero) possono essere solo amici, non ci ritorno.

A meno che non abitino lontano, o che ci siano ragioni serie, due amici non possono stare mesi o anni senza vedersi. E’ vero che l’amicizia supera il tempo e lo spazio, ma un’amicizia ha bisogno di presenza e condivisione.
Anche se nel caso di uomo-uomo la cosa è difficile, per via di un’educazione sbagliata e dura a morire, un’amicizia senza intimità fisica è povera.
Due amici non possono avere segreti, o per lo meno molto pochi.
Due amici si sentono spesso, anche per questioni futili, senza aver mai paura di disturbare e senza, in effetti, disturbare mai. Ci si può telefonare cinque volte in un giorno, e magari poi non sentirsi per sette.
Due amici dicono le cose senza aver mai intezione di ferire o offendere e quindi mai si offendono.
Se sorge un’incomprensione, cercano di ricomporre, se tengono al rapporto.
Si aiutano in caso di bisogno, ed è un aiuto che non pesa mai e non diventa un ostacolo per l’amicizia.
Sono uniti e affiatati. 
Ogni amicizia ha una tensione sessuale, se l’orientamento sessuale è compatibile: tutto questo è normale. Potrà evolvere o scemare, o restare stabile: ma pensare che non vi sia o non vi possa essere è utopico.

L’amicizia è una cosa rarissima. Più dell’amore vero che, difatti, esiste solo nella mente dei grandi sognatori.
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*IO INVESTO CAPITALI DI SENTIMENTO, GLI ALTRI SPICCIOLI EMOTIVI*

Una vecchia compagna di scuola, che non vedo da decenni, ha detto che alla fine io cerco solo attenzione, come il tizio che minacci@ di butt@rsi dal quarto piano.
Come tutte le spiegazioni dette da persone serie è da prendere in considerazione.
E difatti ammetto che io cerco attenzione, ma individuare questa tensione sociale (tipica dell’essere umano) come causa della mia condotta è estremamente riduttivo, al punto da essere fuorviante.

Direi piuttosto un’altra cosa, in merito al post che ha provocato questa diagnosi da parte di Lucia GP (“Chiudiamola qui, dai”).
Il punto è che io, da sempre, do molta importanza ai rapporti umani, ed è forse per questo che ne ho pochi: perché gestirli non è facile e perché prendo la cosa sul serio, ahimè sempre.

Detta in altri termini, io investo capitali in un rapporto emotivo, sia d’amore che d’amicizia che “meno”. Altri solo spiccioli. Per me è sempre una cosa bella ma non è mai un gioco.
Quindi mi trovo molto spesso in difficoltà. Do importanza a cose e relazioni che per altri sono routine. 

Ecco perché, per esempio, il cretinetti livornese ha rotto un’amicizia venticinquennale senza indugio, in due secondi, solo perché io, dopo cinque lustri, avevo reagito a una delle sue numerose vomitevoli cacchiate: butti via in un amen quello a cui non tieni e facendo così dai all’altro l’immediata ed esatta misura di quello che per te era il vostro rapporto: nulla di rilevante, forse utile e basta. Qui la delusione è stata più per questa scoperta, che per la rottura in sé.

Ecco perché il grandissimo egoista e superficiale massese, con cui ho rotto (anche se lo stop l’ha dato lui, terrorizzato dalla mia vendetta -fui davvero satanico) per via di cattiverie messe in giro dal soggettino in questione su di me, dopo una vita di amicizia sincera (da parte mia) e di favori di ogni tipo, compreso quello di facilitare la ricomposizione di un litigio con la sua ragazza di allora (che poi ho capito perché stava insieme a lui: chi si somiglia si piglia, spesso), ecco perché, dicevo, il soggettino non ha sofferto granché per questa rottura (ha sofferto di più per la mia reazione, pavido com’è; reazione calcolata e progettata, portata a compimento nel giro di alcuni mesi, e che fu discretamente devastante, e attenzione: per me il conto è sempre aperto, dopo ventitrè anni, manca ancora qualcosa).

Ed ecco perché, come è successo pochi giorni fa, va in malora un bel rapporto, costruito per anni, su cui ho investito davvero tanto, e la controparte di questo rapporto non penso abbia o avrà grandi scompensi da questo fatto. E in questo caso la rottura (parziale e, caso più unico che raro, decisa da me -sono però stato costretto, dai) non avviene nemmeno per grandi torti, ma per una lunga teoria di piccole freddezze, retromarce, cautele, diffidenze, scostamenti, timori che alla lunga sono offensivi e rivelano comunque una mancanza di vero sentimento.
So già che non ci sarà reazione. Ed è la cosa peggiore, oltre che la più rivelatrice.

Non mi ci abituerò mai, alla vostra superficialità, davvero.
In questo senso l’epitaffio che scelsi più di vent’anni fa per la mia lapide si dimostra sempre più azzeccato.

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*UNA FUGGEVOLE ILLUSIONE*

Arrivato a casa prima di cena, verso le sette e mezza, quando già il mondo era avvolto dalle ombre della sera, ho notato che la cassetta della posta conteneva qualcosa. 
Ormai se c’è posta sono solo multe (per ora sto a zero, quanto a multe di ogni tipo, ma dico in generale), bollette, avvisi di raccomandata o di pacchi che un corriere ha provato a consegnarti, pubblicità per lo più sgradevoli o insulse (tipo i compro oro), promemoria di pagamento, lettere di altri che un portalettere sbadato o pigro ha schiaffato nella tua cassetta. Nessuno scrive più lettere “tradizionali”. Invece era una busta, con sopra stampato un fiore. 
Ho poi scoperto che si trattava del tentativo di vendermi una religione: un errore non da poco, con me. Ho bisogno di una religione come avrei bisogno di un kit di cubetti di ghiaccio al Polo. E non perché ne ho già una: perché non ne voglio proprio, avendo già un’etica.
Ma non è questo il tema del post.

Il tema è che, vedendo una busta, per un attimo ho avuto un’illusione. Che fosse una lettera. E’ durata poco, quando ho visto che era aperta ho capito che non si trattava di qualcosa di “personale”. E voi direte: e allora?
L’illusione è che fosse una lettera sua...
Il cervello in quei momenti chissà cosa pensa... è stato un attimo, ed è bastato un attimo per capire che era ben altro.
Ma per un attimo, un fottutissim0 attimo, il mio cervello si è fatto fare un golpe dal cuore.
Ma cosa ti aspettavi da una lettera sua? Bella domanda. 
In teoria non mi aspettavo una lettera sua, però vedendo una lettera ho pensato per un secondo scarso che potesse essere sua, questo è un fatto che non posso contestare.
Il punto è che a me fa soffrire questa cosa, a lei probabilmente no. Oppure sì ma meno, o non tanto da rimediare. Insomma, la solita storia: sopravvaluto una relazione umana, rispetto alla controparte di questa relazione. Nulla di nuovo sotto il sole. 
Comunque, un vero peccato. Alla fine, io sono completamente a mio agio con le nuove tecnologie, ma anche con le vecchie, essendo nato e cresciuto a cavallo di un bel salto tecnologico: quindi so il valore di una lettera, pur sapendo comunicare bene coi mezzi “nuovi”.
Insomma, non è andata. Quel che non è stato, e neppure quello che era, merita evidentemente un tentativo...

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*CHIUDIAMOLA QUI, DAI*

Oggi si recide un altro filo. 
Prima o poi doveva succedere, inaspettatamente decido che è stasera.
Mi dispiace molto, non per quello che è stato (poco, forse, e non per scelta mia, ma anche se poco, comunque è durato anni e non è stato irrilevante per me), ma per quello che secondo me avrebbe potuto essere.

Del resto, i secondi 50 sono gli ultimi anni (ammesso che vi siano tutti, il che non accade quasi mai), quindi è normale che vi sia più volatilità in tema di rapporti umani; tradotto: non mi va più di immolarmi per chi non lo merita.

Come scrissi tempo fa, non sopporto i rapporti bloccati: quelli che sai già che tali sono e tali restano. Non che tutti i rapporti debbano evolvere, alcuni possono migliorare, altri possono peggiorare (la normalità), altri ancora restare come sono per sempre. Non è il restare come sono il difetto, è in un certo senso deciderlo già all’inizio. Se conosci uno poco e da poco, ci parli, accetti il suoi aiuto, a volte dai il tuo, mantieni rapporti cordiali, ti fidi o dovresti visti i dieci anni e più trascorsi, etc., ma hai già chiarissimo che non vuoi approfondire in nessun modo, neppure provarci, neppure un poco, né accettare il corso degli eventi e vedere come va, e poi ovviamente decidere cosa ti va e cosa no, vuol dire che non ti piace (legittimo), nemmeno come conoscente, non ti è utile, ti fa schifo, non ti fidi: insomma, sii sincera e buttalo e smettila con le ipocrisie. Io se ti conosco posso non amarti, certo, né immaginare oggi un futuro con te come coppia, ovvio, ma non posso escludere nulla, né che litigheremo domattina né che faremo s3sso tra tre mesi né che ci metteremo insieme tra tre anni, né che resteremo come siamo o diventeremo buoni amici. Se escludo già ora tutto, e non voglio fare un passo mai con te, vuol dire che mi fai schif0 e allora nemmeno vado avanti: le farse non mi piacciono. Non può esistere un’amicizia, o una conoscenza particolare anche se non ancora amicizia vera e propria, se uno dei due ha già posto un paletto, e se non c’è confidenza, intimità, non un abbraccio, non un minimo contatto fisico. Se c’è sempre cautela, riserbo e altre menate del genere. Voglio dire, anzi familiarizzo con il macellaio, allora.
Tra l'altro io quando sono amico e mi fido non mi pongo limiti... ti ho detto anche cose piuttosto riservate, ma lo so: non vado bene, ehehe. Magari hai ragione tu, faccio schifo o non sono adatto come (tuo) amico, io mica contesto il giudizio (tutti sbagliamo, ehehe), contesto le modalità e lo svolgimento attuale. Difficile che una cosa mi inervosisca a tal punto, ma ieri è successo ed è stata la classica ultima goccia che come Giuda si porta addosso tutto il peso.

Quindi è meglio recidere (termine da fioraio). In questo caso non vuol dire togliere il saluto, non c’è stato un torto grave, come per esempio col cretinetti di Livorno o col piccolo pezzettino di escremento di Massa (ché poi in entrambi questi casi a rompere furono loro, per ironia della sorte). Ma vuol dire retrocedere a livello di conoscenza, tipo quella che hai con l’ortolano o con il ferramenta: buongiorno e buonasera, è chiaro il concetto? È quello che di fatto esplicitamente vuoi. Adesso basta... non ce la faccio più. Perché dovrei importi la mia presenza se non sai apprezzarla? Io piaccio naturalmente, non per forzatura. Problema tuo, per me. Certo, tu avrai un’opinione diversa, ma non mi interessa: sei tu a fare l'ipocrita in questo caso. Cuoci nel tuo brodo, evidentemente ti piace la solitudine oppure la schifi ma la preferisci a me: ripeto, scelta legittima. Quello che non accetto è la farsa.

Ripeto, mi dispiace molto, perché non era un rapporto banale per me, proprio per niente. Io investo nei rapporti, molto. Ecco perché da alcuni anni sono più veloce nel potare i rami secchi: autodifesa, si chiama. Questa è una delle rarissime volte che poto io. Non faccio nomi, ma non importa: gli altri apprezzeranno il mio testo, o lo schiferanno; tu capirai.

Ho ben capito che stasera non leggevi con attenzione quel che scrivevo, che equivocavi, sottintendevi, sbeffeggiavi senza parere, non avevi voglia di parlare... E allora torna alle tue occupazioni serali, io alle mie. 
Ma per sempre. 
Alla fine non vuoi far niente per cambiare la tua situazione, e non sei stata sincera quando hai negato la mia interpretazione di una tua risposta.

Mi dispiace tanto, avevamo alcune cose in comune... e poi mi piace pure la famiglia... davvero tanto mi dispiace, ma davvero adesso dico basta... e anche questa è un’altra delle cose che tu non potrai dire, che ti dispiace tanto...

A quest’età è meglio morire a poco a poco perché si resta soli, che morire a poco a poco perché si resta con persone che non ti considerano degne nemmeno di un “possibile sviluppo” e che impostano tutto sulla chiusura, la freddezza, i confini bloccati, la cautela estrema e asfissiante, l’ipocrisia. 

Ti saluto, tanto sai bene che parlo di te. 
Non è mancaza di coraggio, ma nominarti qui su Fb sarebbe una cavolata; scriverti una lettera (che buon sapore d’Ottocento, eh) o un messaggio sarebbe darti un altro di quei problemi che non vuoi proprio, e di certo non da me, quindi evito.

Peccato, davvero. Resterà un rimpianto enorme, in me. 
In te nulla, lo so: ecco perché non mi do pensiero...

Ovviamente questo non è un atto di accusa, è semplicemente una presa d'atto. Io sono scrittore, quindi quando devo prendere atto di qualcosa scrivo... chi è eversivo magari mette una bomb3tt@ (un gesto d'affetto come lo definì qualcuno che conta), chi è pittore fa uno schizzo. Se non ti piace Mauro Ottonello non sei in colpa, anche se una volta diventato premier io quasi quasi una modifica al codice penale la faccio e inserisco il reato di "non gradimento di Mauro Ottonello"... Non è una colpa, ma può esserlo invece quella di non essere chiara o magari di avere comportamenti ondivaghi o di essere come sei stata l'ultima volta... In ogni caso è un diritto non volermi come amico o non voler andare con me oltre un certo limite infimo (ehi donne -e uomini-, è un diritto, non lo sapevate?), ma è anche un mio diritto scrivere questo testo. Insomma è un paese pieno di diritti, sembrerebbe...

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lunedì 16 gennaio 2023

Figlia mia studia, altrimenti diventi come i censori di FacciaLibro

Scrivo una battuta su FacciaLibro.

Si capisce chiaramente che è una battuta, innocua.
I censori di FacciaLibro, astuti come volpi, intelligenti come Einstein e con la stessa elasticità mentale di un sasso, mi censurano e sanzionano.
Hanno un algoritmo, dice. Che funziona come un cesso con la catena rotta, ma che continuano a usare (costa poco, vuoi mettere fare controllo dei contenuti per bene?)
Mi danno la possibilità di non accettare la loro decisione, io non accetto, ma la sanzione resta (prendono per il sedere?).
Mi danno la possibilità di contestare, il ricorso sarà esaminato da un Board esterno e indipendente, ma solo se sarà selezionato (traduco: manco ti leggono).
Ho tempo 14 giorni per fare ricorso avverso una sanzione che mi punisce per 7 giorni: ma hanno problemi seri o semplicemente prendono per il sedere?

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Faccialibro, un team di geni assoluti

Ho scritto, rispondendo a Lazzerini, che “farei tagliare un braccio... a mia madre pur di fare una battuta”, nel senso che è troppo forte per me la voglia di farla, e spiegavo il perchè facendo un’altra battuta, quella del braccio. Ovviamente non ho messo le @ o altro (es: t@gli@r3), trucchetto per minorati che di solito basta per salvarsi il kulo (tanto sono astuti i controllori). Faccialibro, che ha censori che hanno studiato e sono molto intelligenti, oserei dire geni assoluti e in grado di cogliere tutte le sfumature dei discorsi, e che mai punirebbero qualcuno per un commento innocuo (e chiarissimo) come il mio, lasciando per esempio impuniti decine di utenti che inneggiano davvero a violenza, razzismi o fascism|, mi punirà per questo. 
Io sorrido, come si fa sempre quando uno è idiota al cubo ma non ti preme troppo farglielo notare perché sai che tanto è inutile. Anche fare ricorso (te lo propongono) è inutile: manco ti leggono. Il sasso del mio giardino ha maggiore elasticità mentale. 

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Le prime lezioni di sesso


Nello spiegare il s3sso ai figli (ehi, prima o poi è meglio dirle due cosette, onde evitare conseguenze pesantucce... lo spermatozozzo, si sa, corre e corre e non guarda in faccia a nessuno, ha il chiodo fisso di bucare l’ovetto e depositare il regalino, altro non sente) sarebbe bene scegliere la giusta misura e il giusto tono, a seconda dell’età del soggetto, della sua presumibile conoscenza dell’argomento (che si spera minimale), etc.
Lo scopo di fornire una corretta educazione sessuale è duplice: informare su cose che si devono sapere e farlo prima che il soggetto venga a conoscenza di certe cosucce da persone sbagliate o nel modo sbagliato.

Lo so che spesso deve spiegare il s3sso al figlio gente che ancora non ci ha capito nulla o gente che come me ci ha capito moltissimo (no applausi, grazie) ma essendo sposato ormai non pratica più, come un calvo che discettasse di shampoo e acconciature: in questo caso, suggerisce la rinomata Scuola di Francoforte, oltre a non disprezzabili capacità didattiche occorre avere una buona memoria.

Quando ero piccolo io (so che adorate quando parlo di me, siete schifosamente avidi, del resto i reality qualcuno li guarda in questo Paese, no?), mia madre acquistò allo scopo due libriccini delle tipiche edizioni religiose, in brossura di pregio, quelle che vanno per la maggiore (non faccio nomi perché sono permalosi come scimmie, i religiosi in fatto di cose lubriche e peccaminose, e non desidero cause). Erano brevi ma insignificanti. Partivano da molto lontano, i fiorellini nei campi, le api, per non arrivare da nessuna parte, tanto che un bimbo piuttosto sveglio (all’epoca cosa rara) avrebbe potuto chiedersi come cacchio saltasse fuori un bebé dalla pancia di una donna solo perché due o tre api facevano la rumba intorno a un fiore in un non meglio precisato campo. Sconsiglierei dunque questi volumetti che odorano un po’ di fobia per il sesso. Ma eviterei anche quelli che descrivono nei dettagli le 54 posizioni del kamasutr@ e regalano nel paginone centrale il poster di una patata o di un cetriolo a grandezza naturale: siamo sempre fuori dalla giusta misura!

La cosa migliore, dicono alcuni specialisti, è rispondere via via alle domande che vengono fatte, in modo chiaro, senza mai iniziare per primi il discorso; insomma, soddisfare la domanda quando c’è, con un’offerta all’altezza. E’ un buon sistema, ma occorre tener presente che il maschietto, spesso tontolone fino a tarda età, nel giro di 48 ore può cambiare e diventare un adolescente ricolmo di ormoni ingrifati, e che, del resto, una bimba oggi può avere il menarca anche molto ma molto prima dei 12 anni...
E quindi arriva il momento in cui qualche lezioncina non può davvero più essere rimandata.
Come superare l’imbarazzo? Non so, io non ho questo problema, ma capisco che non sia facile. Naturalmente io ancora non ho spiegato una beata mazza, quindi mi sto lodando in teoria, ma so quel che dico (a volte). Se un genitore non ricorda nulla o ricorda tutto ma non se la sente, può passare la patata (quella bollente, in questo caso) all’altro... se non se la sente pure l’altro, siamo nei casini.

Eviterei approcci drastici tipo la visione di un film porno, messo in pausa di tanto in tanto per spiegare, con tanto di puntatore da conferenza, dinamiche e movimenti (ecco, qui, vedi, lui sta infilando...), anche perché occorre procedere per gradi e anche perché occorrerebbe educare prima ai sentimenti e poi al s3sso, mai solo al s3sso. Ma anche parlare solo di sentimenti e non scendere in qualche dettaglio è sbagliato, perché l’educazione sentimentale è fondamentale (però quella avremmo dovuto iniziarla dal primo giorno di vita del bimbo...), ma l’educazione sessuale a una certa età è basilare.

Sconsiglio di occuparsi della questione sia chi ha timore e quindi comincerebbe a parlare di babbo che dà un bacino a mamma e così nasce un seme nel pancino e boiatelle simili, sia chi conosce solo metodi grossolani e potrebbe uscirsene con un sempre curioso: l’ape si posa sul fiore e se lo tromb@.

Come in tutte le cose, ci vuole pazienza, saggezza, equilibrio, misura, amore, competenza.
Insomma, è un’impresa quasi impossibile.
(Non fate figli)

Ci vorrà tanta fortuna, per questi disgraziati genitori e per questi figli che molto presto si troveranno ad imbracciare una pistola senza avere mai avuto nessun rudimento sul suo funzionamento, se non da siti internet di dubbio valore didattico o da amici sgamati che pensano di aver capito tutto solo perché hanno già provato o visto qualcosina.

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domenica 15 gennaio 2023

Caino si fotta

Mi sapreste citare il nome di qualcuno che, per avere ucciso persone in un incidente stradale, magari sbronzo o drogato, ha fatto più di due anni di galera (ma quando?) e non ha più avuto la patente?
E mi sapreste citare il nome di alcuni casi di cronaca nera in cui la sentenza sia arrivata sulla base di prove certe e inoppugnabili e non sulla scorta di confessioni poi ritrattate, testimonianze o indizi per quanto non banali, al punto che tutto può sempre essere rimesso in discussione perché nulla è veramente certo?
E il nome e cognome di qualcuno che abbia evaso milioni o gettato sul lastrico migliaia di innocenti e si sia fatto almeno qualche mese di galera?
E di qualcuno che abbia ucciso senza motivo (ammesso che ne esistano) e sia stato condannato al massimo della pena, senza sconti, benefici etc?

Fino a quando le pene saranno mal proporzonate e incerte, la giustizia lenta, la prescrizione operante, il garantismo (una vera malattia) dominante e le carceri inferni sulla terra (invece di, semplicemente, luoghi di privazione della libertà) la situazione peggiorerà costantemente, semplicemente perché delinquere non porta, spesso, a grandi conseguenze negative e e anzi, spesso, conviene, quindi basta avere un’etica scadente per praticare il crimine.

Attenzione: le leggi le scrivono i politici. Quanto destinare in termini di risorse alla Magistratura e alle Forze dell’ordine lo decidono i politici. E’ chiaro che se fra i politici pullulano corrotti e delinquenti non possiamo aspettarci nulla di buono quantoa giustizia e legalità.

Io la vedo un po’ diversamente dalla maggioranza, su questo. Ci sono casi in cui il processo è meglio farlo per salvare le forme, ma è abbastanza inutile. E vi sono casi in cui l’ergastolo è poco. Non sono molti, ma non sono pochi. Io sto dalla parte di Abele, scusate. 

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sabato 14 gennaio 2023

Segreti

Quando una persona (generalmente un amico, più di rado un conoscente) mi dice: ti confido un segreto ma tale deve restare, o quando io lo vengo a sapere senza volere, io so cosa è un segreto. 

Un segreto (intendo i veri segreti, non le bischerate da asilo mariuccia) non vanno condivisi con nessuno, NEMMENO con fratelli o sorelle, madri, padri, mogli o figli o amici del cuore. 
Non si tratta di violare un’intesa matrimoniale o un rapporto di amicizia, né di non fidarsi: sono tutte scuse puerili con le quali giustifichiamo la nostra poca riservatezza, la nostra propensione al chiacchiericcio e al pettegolezzo, la nostra inaffidabilità.
E non ha alcun senso la frase: io e mia moglie (o io e mio fratello) non ci nascondiamo nulla: perché è falsa (tutti nascondono qualcosa) e perché non  è rilevante, quello che conta in questo caso è l’obbligo sacro di riservatezza e il rispetto di chi ti ha confidato un suo segreto.
Fra l’altro, se una persona non sa una cosa, non potrà lasciarsela scappare neppure per errore, quindi non diffondere il segreto non è l’unica scelta eticamente appropriata, ma anche quella più sicura da un punto di vista pratico.

Se un amico ti confida un segreto lo fa per essere capito, o per avere un consiglio, o perché si sente solo. E’ una cosa seria.

La sapete la storia del segreto che poi tutti vengono a sapere, vero? A lo confida a B, ma mi raccomando: non dirlo a nessuno. E’ la stessa raccomandazione che B fa a C quando glielo racconta. E così C dice a D. Etc. Tutti corretti e cauti, ma alla fine il segreto lo sanno tutti.

Non capisco quindi come una persona cui confido un segreto possa poi trovare il modo di condividerlo con fratelli o sorelle, genitori etc. Davvero NON CAPISCO. Eppure succede, anche a me: davvero è una cosa inaccettabile. 

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lunedì 9 gennaio 2023

Ciao Luca

Veramente straniante ieri l’atmosfera a Marassi.
Nessun discorso (lo avevo detto o no?): noi non commemoriamo. Si commemora un ex calciatore, non un fratello.
Atmosfera composta, zuppa di lacrime ma composta. Cielo plumbeo, cuori plumbei. Tanti ricordi. La nostra vita, la nostra gioventù, l’epopea di chi, piccolo, ha detto: voglio dimostrare che si può arrivare alla vetta anche portando avanti certi valori sempre più dimenticati dai cosiddetti grandi.
Cori lancinanti.
Che effetto risentire quel coro, a lungo, durante il match, alla fine... come se Luca fosse in campo in quell’istante, come è stato così tante volte...
E Luca dopo tutto c’era. Un amore così forte lo ha raggiunto, prima dell’ultimo viaggio verso il nulla, dopo il tutto che è stato come uomo e come sportivo.
“Luca Vialli Luca Vialli Luca Vialli alè alè
Noi ti amiamo e ti adoriamo
Tu sei meglio di Pelè”
Quante volte lo abbiamo ascoltato e cantato... 

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Finzione e solitudine

La vita non ha un suo senso, questo direi che è assodato, per me. Se qualcuno di voi non è ancora d’accordo con me, non importa: so aspettare.
Il senso occorre darglielo.
La religione è un modo, uno dei tanti, che come sapete non approvo.
Poi, ce ne sono altri.
Darglielo ti aiuta a vivere, e vivere con un senso è meglio che vivere insensatamente, questo è lapalissiano.
Ma devi crederci, appunto.
La vita, alla fine, è una finzione: il senso è una finzione che costruiamo per noi stessi. 

Quasi mai diciamo alle persone che conosciamo cosa ci passa per la testa e il cuore.
Fingiamo? Sì. Ma volte fingere non è disdicevole; lo sarebbe dir tutto.
Se io dicessi a tutti quel che penso di loro la vita sarebbe impossibile, o per lo meno le relazioni sociali. Lo stesso se dessi sempre seguito a quel che sento per una persona, in negativo o in positivo.
Occorre frenarsi, sopire, dissimulare.
Ci sono le convenzioni, le piccole ipocrisie, la paura di avere una delusione, la paura di dare un dispiacere, il timore di far danni, i legami già esistenti...
E così ci muoviamo su questo palcoscenico recitando una parte.
Non sto parlando di chi imbroglia o mente, non equivocate: sto dicendo cose molto diverse.
Spesso la persona che non rendiamo partecipe di tutto quello che sentiamo avverte che c’è molto altro, oltre al detto e al fatto; ma è tutto. A volte non ha interesse a conoscere la verità, perché non prova interesse per noi; a volte ha anch’ella paura delle conseguenze e preferisce dissimulare al pari nostro. Qualche volta, infine, scappa.

E’ anche qui che si annida la radice della irrimediabile solitudine in cui è racchiuso ciascuno di noi. Adesso qualcuno fra di voi protesterà, sostenendo di non essere e di non sentirsi affatto solo e di avere parenti e amici stupendi. Vi capisco. Non voglio togliervi un sollievo, ma siamo tutti soli, nasciamo soli e moriamo soli. Alla fine, siamo soli, quando il momento è critico. Ciascuno pensa per sé. 
Anche questo continuo trattenersi, se da un lato è salvifico perché rende possibile avere rapporti sociali all’apparenza gestibili, dall’altro ci amareggia, ci azzoppa, ci angustia.

Il percorso è accidentato e incerto, la meta ignota. Ma sappiamo di essere appesi a un filo e che sotto di noi c’è l’abisso eterno. E non possiamo nemmeno contare su un cuore che non sia il nostro, su un solo cuore che non sia il nostro! 

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domenica 8 gennaio 2023

Oggi non commemoreremo nessuno


Oggi la squadra non sarà totalmente scioccata come in quel Samp-Roma successivo alla morte di Paolo (match che colpevolmente non fu rinviato).
Vi sarà un forte dispiacere in campo, dolore in qualcuno dello staff, ma non è una situazione paragonabile: quel giorno di ottobre scesero in campo undici zombie, vi era una cappa di dolore infinito e paralizzante che avvolgeva tutta la squadra, oltre che la città. Certamente la squadra risentirà dell’atmosfera che ci sarà, ma non facciamo paragoni: non sono stati compagni e amici di Vialli per anni, e non è morto il loro amato Presidente (meglio aggiungere amato e usare la maiuscola, per differenziarci dal meschino presente di un ex presidente ed ex tutto per noi).

Sugli spalti invece oggi ci sarà solo dolore, perché è morto uno di noi, non un nostro ex calciatore; non uno che ha giocato per noi, ma uno di noi, non uno che ha vinto per noi, ma uno che ha vinto con noi e per noi e per lui, che era uno di noi. Uno che non ha mai tradito le attese, uno che ha deciso da giovane di stare dalla parte di chi non poteva vincere per provare invece a vincere, uno che non ha mai mentito, che ha sempre dato tutto, che si fidava di noi e che sentiva la nostra fiducia, che è cresciuto come uomo e come atleta con noi, anno dopo anno, uno che è stato e ed è Samp, uno che ha fatto Samp ogni giorno della sua vita a Genova e oltre, uno che ci ha sempre amato senza condizioni ed è sempre stato amato senza condizioni, dal primo giorno di allenamento, quando ancora non era che un giovane promettente e basta, fino all’ultimo giorno di vita di chi lo ricorderà per averlo vissuto.

Non sarà “ricordato” o “commemorato”, oggi, il nostro Gianluca, anche se all’apparenza potrebbe accadere qualcosa che a qualcuno potrebbe superficialmente apparire come una commemorazione. Non lo sarà perché non è semplicemente un giocatore, per quanto forte e importante, che ha indossato la nostra maglia per qualche anno e ha vinto qualche cosa, lasciando certamente un bel segno, come è accaduto però, anche se in misura minore, anche in altri club. E’ un amico, è uno di noi, è uno dei nostri fratelli, uno dei nostri figli (per chi ha qualche anno in più), è uno che tifava Sampdoria (oltre che Cremonese, la squadra della sua città), non uno che militava nella Sampdoria; è uno che indossava la sua seconda pelle, non una maglia societaria, è un blucerchiato che giocava nella sua squadra del cuore, non un giocatore che prestava il suo talento a una squadra di calcio dietro compenso, è un blucerchiato che non si accomodava in gradinata come noi ma scendeva sul prato verde, noi e lui a combattere per la stessa causa, lui con le gambe e il cuore e coi suoi amici, noi con la voce e i tamburi: è una differenza abissale. E’ uno che ha poi giocato, negli ultimi anni della sua splendida carriera, anche con altri colori, vincendo e facendo vincere ancora molti trofei ai torinesi e ai londinesi e agli Italiani tutti con l’Europeo, dopo quella cessione di tanti anni fa che noi dolorosamente subimmo e che, dopo averne rifiutate tante altre negli anni, gli fu imposta da Paolo, già conscio della sua imminente fine, per la sopravvivenza della Samp, non più in grado di reggere, a maggior ragione senza la sua guida, l’urto di un calcio che stava già cambiando in peggio.

Non si commemora un amico, un compagno di gioventù, un compagno di avventure, un fratello, un figlio, un pezzo del nostro cuore. Si commemora un ex giocatore. Noi oggi non commemoreremo, noi oggi piangeremo e basta, come e più del cielo plumbeo che già avvolge lo stadio che tante volte ci ha visto soffrire e tante volte gioire. E’ diverso.
Piangeremo perché il destino ci ha dato Paolo, che mai nessuno ha avuto e mai avrà, e Luca, e il destino ce li ha tolti troppo presto. 
Saranno solo lacrime, non roboanti discorsi o lustrini e medaglie. Se ci saranno discorsi, si sentiranno dietro le lacrime, davvero.

Noi rispettiamo il dolore di tutti, è evidente. Chiunque ha conosciuto Luca sa chi era e non può che piangerne amaramente la perdita. Ma a noi non è morto un giocatore, un grande giocatore, un campione, un uomo di valore. A noi è morto un pezzo di cuore, se ne è andato un pezzo della nostra vita. Noi non giocavamo per vincere ma per divertirci e provare a vincere, c’è differenza; noi non inseguivamo un trofeo per aggiungerlo agli altri o per farci belli coi rivali, noi lo inseguivamo per dimostrare che si può vincere qualcosa anche avendo tutti e tutto contro, che si può vincere qualcosa anche col nostro stile e col nostro sistema, anche non abdicando ai valori in cui crediamo, solo ci si mette un po’ di più...  noi inseguivamo un trofeo per regalarlo a Paolo, oltre che per regalarcelo. E’ diverso. Non ho detto migliore, non mi interessa dare giudizi di questo tipo, anche se si sa come la penso. Ma è diverso, profondamente diverso. Cercate di capire.

Stiamo vivendo anni piuttosto meschini, e non per i risultati sportivi, carenti ma tutto sommato finora accettabili, date le premesse, ma per gli squali che si aggirano nelle nostre acque e per gli avvoltoi che volano sulle nostre teste, per la indecenza e l’indegnità di persone che si fregiano dei nostri colori e così facendo li insozzano, per i maneggi di squallidi individui che anni fa, con l’avallo colposo (non posso credere doloso) di chi ci voleva bene, ci hanno azzannato al collo per succhiarci il sangue e che non mollano la presa, resistono tenacemente, avidi e ignobili, ben consci della fortuna che hanno avuto a poter sfruttare una così bella e pulita realtà, rendendola via via meno bella e meno pulita all’apparenza.

Tuttavia non ci lasciamo andare, perché nel nostro cuore vive sempre quel sogno, cominciato il 12 agosto del 1946 e che ha preso una forma ben definita e strutturata a partire dal luglio 1979, grazie agli insegnamenti di chi, romano, si è innamorato dei nostri colori e della nostra città al punto da volerla educare con profondo amore e inestinguibile passione, oltre che con cristallina correttezza, e così facendo ha formato generazioni di giovani tifosi ai valori sportivi più fulgidi, ha costruito una squadra in grado di dire la sua per anni in Italia e in Europa e di portare ovunque il marchio di una città unica e di una sportività e di una simpatia rare, ha regalato a tutti noi un sogno che ancora e sempre ci anima e ci spinge avanti, verso un futuro di nuovo in linea coi nostri valori, coi valori di Paolo e di quel gruppo indissolubile di amici. 

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Questo enigma racchiuso fra due date




(Testo fortemente sconsigliato ai materialisti, a chi va di fretta, a chi pensa che amare sia una perdita di tempo, a chi se sente dire sublimazione pensa solo alle noiose lezioni di chimica delle superiori)
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Di matrimonio, amore e morte.
Di te che mi fai morire, di me che muoio e poi rinasco ma solo perchè voglio morire ancora per te.
Dei patti che sunt servanda.
Del cuore che è ingestibile.
Della vita che è un mistero.
Delle cose vere ma che pochi capiscono, eppure restano vere.

Il matrimonio è abominio quando pretende che tu non possa essere affascinato più da altre persone nella tua vita, da quel giorno fino alla morte.
E’ una pretesa non assurda, ma ridicola. Come cercare di toccare la luna con un dito. Il matrimonio è un’invenzione umana, piuttosto scadente fra l’altro. Lo scopo è combattere il disordine sociale che inevitabilmente si produrrebbe, questo è vero. Ma potrebbero esserci soluzioni migliori, ci avete mai pensato?

Col matrimonio (o anche senza, meglio) tu fai un patto con un’altra persona, del tuo sesso o di sesso diverso, e magari ci fa un figlio (che è un progetto immenso). Ma cosa vuol dire che “deve” durare per sempre? Se mutano le cose, può venire meno il patto, o cambiar natura. Quel che non va bene è violarlo di nascosto, come non va bene violare qualunque patto. E quel che non va bene è non mettere al primo posto il figlio.
E soprattutto altre persone possono stregarti, è normale. Siamo otto miliardi su questa sfera deforme che rotola in silenzio nello spazio freddo e buio. E la vita è un lampo in una lunga notte, e i tuoi occhi feriscono come lame affilate da un arrotino diavolo in una notte senza luna.

Il fatto che un’altra persona o più persone ti piacciano, o che le stimi, o che le desideri, non ti rende un essere umano schifoso, conferma solo che sei un essere umano. Quando ti sposi, non cessi di vivere. Se lo fai, il tuo matrimonio è generalmente segnato.
Se lasci gli amici, gli interessi, se ti chiudi in una torre con la moglie o col marito prima o poi la torre franerà.
Sposarsi è ben altro. Fare un figlio è ben altro.
Anche a tuo figlio devi insegnare che altre persone possono piacerti, non c’è nulla di male. La gelosia è guano, il tradimento è guano, ma anche la pretesa di smettere di vivere dopo quel sì.
E l’essere umano è mutevole, cambia idea, opinioni, anche sulle persone. Pretendere l’impossibile da un essere umano è sciocco.
Le religioni sono una sciagura. Anche se aiutano molti a sopportare l’indicibile tragicità di questa vita che aspetta la morte, di questo fulmineo e insipido passaggio terreno.

Scendendo a un livello più pratico, a me piacciono alcune persone, donne e uomini e incerti, e molte no. Anzi, sono molte di più quelle che non mi piacciono! Ma cosa c’entra col matrimonio? Dovrei mentire e far finta che non mi piace nessuna persona al mondo tranne mia moglie (o mio marito)? Sarebbe stupido e inutile.

Io sento il tuo cuore e mi piace, vedo il tuo corpo e mi piace, ascolto la tua voce e mi piace, ascolto il tuo silenzio e mi piace, vedo come ti muovi e mi piace, vedo come stai ferma e mi piace, ci sei e mi piaci, non ci sei e mi piaci ancor di più, vedo i tuoi occhi e muoio ogni volta per poi rinascere, ma rinasco solo per poter di nuovo morire guardandoti.
E allora?
Non tradisco un patto, al massimo lo chiudo. 
E’ questione di stile. Di essere uomini, nel senso di esseri umani, non di maschi.
E non cerco di rovinare la tua vita o il tuo patto, sarebbe scorretto.
Non metto me stesso davanti a tutto, davanti a te.
Ma non posso dire che non mi piace nessuna donna o nessun uomo da quando mi sono sposato, sarebbe stupido assai e sarebbe stupido chi ci credesse. L’ipocrisia è bella e fa fine in società, ma vale zero.

La vita è questa, pochi desideri riesci a soddisfare, e in genere quando li soddisfi uccidi la magia, quasi sempre. Non se ne esce.
Ma io non posso non vibrare quanto ti vedo o ti penso.
Questo vuol dire che sono un pessimo marito? Proprio per niente, scordatelo.
Sposarsi non vuol dire morire. Vuol dire vivere con un’altra persona, condividere un progetto. Ma sei sempre tu, anche dopo quel sì, non diventi altro, non ti annulli. Il matrimonio è l’unione di due persone, non la fusione o l’annullamento di due identità.
E poi il tempo passa, tutto cambia (anche l’altra persona...).

Insomma, io non sono ipocrita. 
Se mi chiedi se mi piaci, ti dico eccome.
Forse mi piaci perché ti conosco poco? Chissà, può essere...
Ma guarda che a me tu non dici nulla, potresti dire e so che diresti.
Lo supponevo, sai?
Ma questo non cambia le cose... Mi piaci non perché ti piaccio, ma perché mi piaci! Certo, il fatto che non ti piaccio non è bello, ma del resto io sono sposato, quindi è indifferente, è tutta sofferenza virtuale, sebbene reale. Sarebbe sofferenza in ogni caso. Anzi, non è solo il fatto di esser sposato, è il fatto che io rispetto la vita degli altri. Ti vedo e muoio, ma in un angolo buio, senza infastidirti con la mia morte. Sublimo la mia sofferenza, esalto la mia passione, innalzo il mio desiderio e poi ricado giù e mi sfracello in mille pezzi, ma tu non avrai noie, io faccio tutto nel mio angolo. Non sarai colpita da schizzi. nemmeno ti accorgerai di questo mondo che inizia e finisce e poi ricomincia.
E non pensare che io sia gentile perché mi piaci. Sbaglieresti. Io sono gentile e disponibile (quasi) con chiunque, e di certo con chiunque io valuti come persona di valore. Insomma, non devo desiderare una persona per essere disponibile, la mia vita parla per me. Sarebbe do ut des, io invece do e basta, non posso fare a meno di dare, forse è un obbligo più che un merito, ma è così. Però di certo non do per conquistare... non è il mio modo di fare. Certo, do anche a chi adoro, e questo può generare il fraintendimento. Certo, do tanto a chi trovo eccezionale come persona e, lo so, questo può rovinare quel che pensi di me: potresti finire a pensare che faccio cose solo per un fine, e come darti torto? Molti lo fanno... Ma nel mio caso sbaglieresti un poco.

Voglio soffrire ogni volta che ti penso, che ti vedo, che ti sento. Lo voglio fortissimamente. Voglio morire e voglio che sia tu a trafiggermi.
Questo mi rende un cattivo marito, mi fa trascurare figli, moglie, casa? Scordatelo. Ragioni male. Io fin quando remo, remo con tutto me stesso, strappandomi i muscoli. Non troverai appunti da farmi. Io cado in piedi e lascio la nave per ultimo, sempre. 
Ma se ti vedo muoio e poi rinasco, le due cose non sono incompatibili.
Ma io sono quel perfetto marito e padre e sono anche quello che quando ti vede pensa di essere fortunato solo per poterti vedere anche due soli secondi in una vita.
E’ difficile da capire, pochi ci riescono.
Ma non per questo è meno vero.
Perché dovrei forzare? Rompere tutto? Portare le nuvole in un cielo sereno? So bene poi che non sono ricambiato, non importa, forse non riesco a far capire tutto di me, ci sta, ma io non provo qualcosa per qualcuno per poi necessariamente riaverla indietro da quel qualcuno. Certo, tutti vogliono essere amati, anche io, ma non è questo desiderio che origina il mio.

Alla fine tu hai la parte migliore in commedia, o meglio: la più comoda. Non avrai sconquassi e senti come ti guardo e come ti penso, non può che farti piacere. Cosa si può volere di più, soprattutto quando non si vuole nulla di più?
Ma io non mi lamento della mia parte.
Conoscerti è già un privilegio.
Il resto è nel grembo del Caso, come le nostre misere vite, così piene di cose, coì infinite e indescrivibili, eppure così infime e fragili.

Alla fine siamo persone e ognuno di noi ha un mondo infinito dentro di sé, anche il peggior uomo al mondo.
E’ normale stimare una persona stimabile, provare simpatia per una persona simpatica, affetto per una persona cara, morire e poi rinascere ogni volta per una persona che ti fa morire per il solo fatto di esistere e che posa gli occhi sia pure distrattamente su di te.
Nessun dramma, è normale.
E se sarà dramma, sarà un dramma personale, insondabile, di cui nemmeno avrai il sospetto. Misterioso come è misteriosa ogni esistenza, ognuno di noi, ogni singolo istante di questo enorme enigma racchiuso fra due date che chiamiamo vita.

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(Img: Enigma on Pinterest) 

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sabato 7 gennaio 2023

Noi siamo Samp, ignorateci!

0dio il motto “vincere è l’unica cosa che conta”.
E’ sporcizia, è guano, è schifo. Mi fa vomitare. Mi fa stare male. Bleah.
Io ho avuto un padre (Angelo), che non c’è più. E un padre sportivo (Paolo Mantovani), che non c’è più. Mi hanno insegnato cosa è la vita e cosa è lo sport, con le coppe mi ci sciacquo sapete cosa.
Vincere piace a tutti, pure a me, ma non mi piace vincere “in qualsiasi modo”. O si vince come dico io (vedi Mantovani) o va bene perdere. La sconfitta insegna più della vittoria. La sconfitta è grande, se per vincere devi barare o diventare disumano.
Noi rispettiamo le regole, gli avversari, gli arbitri. Noi guardiamo all’uomo, non al calciatore. Noi subiamo le ingiustizie e andiamo avanti,  a volte lamentandoci, a volte no. Non abbiamo il potere di farci preferire dai corrotti che hanno le leve in mano e non lo vogliamo. 
Noi siamo Sampdoria. Orgoglio e onestà.
Tutti oggi parlano di Sampdoria. Anche i giornalisti (rai e mediaset) che per anni ci hanno offeso, vilipeso, ignorato, ricoperto di merd@. 
Anche le squadre che per anni ci hanno derubato.
Questo sistema di cacc@ che ci ha ostacolato in ogni modo, sempre. Ha provato a fermarci, sempre.
Finitela, siete indegni. 
Non è QUEL che abbiamo vinto (7 trofei, e almeno altri 4-5 SCIPPATI dai corrotti). E’ COME ABBIAMO VINTO. E’ COME abbiamo giocato. E’ COME ERAVAMO E COME SIAMO.
Quel gruppo era un gruppo di UOMINI VERI. Che hanno vinto contro tutto e tutti.
Erano uomini, non merdacc3.
Mantovani era un uomo onesto, di grandi valori. Sceglieva uomini, non calciatori. Ha provato a vincere come voleva lui, da persone vere. Gli hanno messo i bastoni fra le ruote, tutti, anche Genova! E ci è riuscito, anche se ci ha messo tanto. Per un decennio abbiamo imperversato, senza mai abdicare ai nostri valori. 
Il punto è questo.
Avere coppe in bacheca fa piacere, e adesso ce le abbiamo (nel 1984 erano ZERO, a parte i Viareggio).
Ma non fa la differenza. 
Sono importanti perché vinte contro tutti e tutto e coi nostri valori, nel nostro modo. Solo per questo.
Ma essere Samp è ben altro. 
Me ne frego dei vostri soldi, dei vostri affari, dei vostri scudetti e coppe. 
Noi giochiamo per divertirci e divertire, col cuore. 
Per far felice un bambino. 
Per tenere alto il nome di Genova.
Adesso abbiamo persone indegne che ci stanno uccidendo, e non tutti i calciatori sono uomini. Non importa.
Non ucciderete mai un sogno.
Quei quattro colori sono tutto.
Non sporcherete mai una cosa pulita.
Andate all’infern0! 

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