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sabato 21 marzo 2026

Devi farlo per noi

E' solo un gioco.
Toninho entrava in campo col sorriso.
Ti alleni tre ore al giorno e per farlo ricevi una montagna di denaro. E allenarsi fa bene. Ti pagano per farti del bene.
Sei ammirato, amato, idolatrato. Tutti ti osservano, vorrebbero essere al tuo posto, vorrebbero giocare con te. I bambini vorrebbero diventare come te.
Tutti ascoltano le tue dichiarazioni, guardano le tue video interviste. Ascoltano le tue analisi, pendono dalle tue labbra e dai tuoi occhi, dalla speranza che riesci a trasmettere, dalla gioia per avercela fatta, dalla voglia di rifarti il prima possibile. In campo guardano il tuo volto, cosa dici, come ti muovi, capiscono se hai paura, se sei scoraggiato per un errore o per il risultato, se sei triste perché stai deludendo, se sei al settimo cielo perché stai volando.
Hai tutto quel che ti serve e gratis: cure, attenzioni, consigli, insegnamenti, abbigliamento sportivo, cibo, case, auto.
Ovunque sei il benvenuto, sei la star della serata.
Ti invitano ovunque. Sei il re della città.
Vesti bene, sei in forma, sei giovane, potresti conquistare il mondo da solo. Mille occhi ti guardano, mille cuori ti amano.
Facciamo striscioni per te, ti dedichiamo cori. Ti incitiamo per cento minuti cantando a squarciagola anche quando siamo sotto di quattro goal. Sventoliamo le nostre enormi bandiere, battiamo le mani, saltiamo sui gradoni, picchiamo su quei tamburi, ci disperiamo, ridiamo, urliamo, piangiamo. Ci crediamo sempre, anche quando sembra impossibile, anche quando è finita.
Siamo sempre presenti, sotto la pioggia, sotto il sole, col vento gelido. Facciamo centinaia di chilometri per essere al tuo fianco, spendiamo cifre, prendiamo ferie, sacrifichiamo le domeniche, dormiamo in treno e sul pullman, mangiamo un panino e una coca, tre ore di sonno e poi il giorno dopo al lavoro. Subiamo offese, sfottò, prendiamo le botte, subiamo ingiustizie, quelle che subisci tu, ma siamo sempre lassù.
Acquistiamo la tua maglia, i gadget, le bandiere. Facciamo abbonamenti. Rivediamo le tue azioni, ci emozioniamo come la prima volta. Le rivediamo decine di volte.
Ti facciamo volare, rovesciamo le partite, impazziamo quando segni o fai un tuffo, un boato enorme quando fai un tackle, lo stadio esplode se gonfi la rete, vorremmo correre in campo, abbracciarti, baciarti.
Crediamo in te, ti difendiamo sempre. Ti vorremmo sempre coi nostri colori. Sei nostro amico, nostro fratello. Sei noi.
Portiamo nostro figlio al campo, vogliamo una foto con te. Discutiamo di te al bar, con gli amici, a scuola, al lavoro. 
Sei nei nostri sogni e sei il sogno dei nostri figli. Sei la nostra gioventù. Sei la nostra vita.
Rappresenti la nostra terra, la nostra città. Siamo orgogliosi di te. Sappiamo tutto di te, i tuoi numeri, le tue caratteristiche, cosa pensi, come ti muoverai in campo. Ti riconosceremo fra mille per quell'andatura, per quel modo di calciare, per quel ciuffo.
Soffriamo con te, gioiamo con te.
Vogliamo sapere cosa pensi, cosa speri, se sei fiducioso, se ci credi, se possiamo farcela, se sono forti o se siamo più forti noi.
E' solo un gioco ma non è solo un gioco, è una parte di noi.
Ogni volta che allacci gli scarpini e sbuchi dal tunnel e poi ti giri a sinistra ti si blocca il cuore e a noi si illuminano gli occhi.
In trasferta metti il piede sull' erba e ci cerchi con gli occhi e noi siamo là, colorati e festanti, in quell'angolino zeppo di colori belli come il cielo.
Siamo venuti per te, gioca per noi. Stasera faremo il lungo viaggio di ritorno, con la felicità per aver vinto o un peso sul cuore per aver perso, ma saremo felici se avrai dato la vita per noi.
Dai tutto te stesso, mettici il cuore, strizza i polmoni, rischia la gamba e la faccia, corri più del vento, facci sognare, facci impazzire di gioia.
Se suderai sette camicie, se aiuterai tuoi compagni, se rispetterai i colori che indossi, gli avversari e gli arbitri, se sarai onesto e ci avrai provato fino all'ultimo secondo, alla fine uscirai dal campo fra migliaia di applausi come un eroe, andata come è andata. E noi torneremo a casa un po' tristi ma anche sereni e già pronti per la prossima partita.
Quando ti posizioni sul campo per il calcio di inizio guardaci e pensa che siamo con te, che lo fai per noi, per la nostra terra.
Puoi creare emozioni che ci accompagneranno per tutta la vita, ricordi che non ci abbandoneranno mai. Sei parte della nostra vita. Puoi vivere per sempre.
E' solo un gioco. Gioca senza pensare a niente. Non farti frenare dalla paura, non farti vincere dalla noia, non farti corrompere dalla ricchezza, non dare ascolto a sirene ingannevoli. Guarda la maglia che indossi, toccala, baciala, odorala, sentila sulla pelle. Guardaci negli occhi e rema con forza nella nostra direzione. Insieme allontaniamo la tempesta. Insieme vinceremo, e se non vinceremo ci prepareremo per la prossima battaglia.
E' solo un gioco. Gioca per divertirti e per divertire. Per ricambiare il nostro amore, per dare gioia, per far venire giù questo stadio pieno di uomini, di donne e di bambini che credono in te.
Noi ci saremo sempre, anche quando tu te ne andrai o smetterai di giocare. Noi c'eravamo prima e ci saremo dopo. Noi siamo la Sampdoria, tu sei la Sampdoria.
I nostri eroi che adesso non ci sono più sono sempre con noi. Anche tu vuoi entrare nei nostri cuori per sempre.
E' solo un gioco. Pensaci.
Toninho entrava in campo col sorriso.

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venerdì 20 marzo 2026

Se fai il coglione, cambia fede

Invito chi non sa comportarsi da sportivo a tifare per altre squadre. Noi doriani, di scuola Mantovani, siamo il top quanto a sportività. E' il nostro pregio migliore, è il nostro maggior vanto essere stati discepoli di Mantovani fra la fine dei '70 e i primi anni '90. Invito tutti a contrastare, emarginare e/o riportare sulla retta via chi si comporta da coglione, chi con azioni e parole non si dimostra degno di tifare per i nostri colori, di indossarli. Noi rappresentiamo Genova, noi rappresentiamo i valori umani e sportivi di PAOLO MANTOVANI. Noi abbiamo vissuto di recente anni fantastici, ricchi di bel gioco, campioni, coppe e uno scudetto, oltre a un bel po' di finali, semifinali etc. E abbiamo vissuto periodi di magra, prima del decennio d'oro e ora: ma siamo da bosco e da riviera, non cambia mai nulla nell'intimo nostro, sia assistendo a un Samp-Anderlecht che a un Samp-Juve Stabia. Noi andiamo allo stadio per gioire dei nostri e con i nostri, non per invidiare o irridere gli altri, non per offenderli con frasi becere dopo averli battuti. Se qualcuno fra di noi a volte lo fa, e qualcuno c'è, perché noi abbiamo pochi cretini ma non possiamo esserne immuni, sappiate che non ci rappresenta, è un usurpatore, che non condivide il nostro modo di essere, che è sempre di massimo rispetto, anche quando avversari magari anche di livello inferiore o con una storia meno gloriosa e con una minore educazione sportiva e umana ci oltraggiano, anche quando arbitraggi insufficienti ci danneggiano. Perché alla fine a noi interessa più di tutto veder sgambettare su un prato verde undici ragazzi con quei quattro magici colori, tutto il resto è importante (vittorie, titoli) ma viene sempre dopo. A Mantovani non sono grato per le vittorie, ma per avermi educato come sportivo quindi come uomo. Le vittorie hanno solo ben arredato una casa costruita bene, con amore e perizia.

 

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mercoledì 21 maggio 2025

La vita è come un calcio di rigore




Come un penalty, non puoi tirarlo una seconda volta. La vita è una, se ti va male per sfortuna o perché fai scelte errate (e del resto è difficile azzeccarle tutte la prima volta che fai una cosa, in questo caso: vivere; è infinitamente più probabile sbagliarne moltissime), sei fritto, non hai segnato e perdi tutto, senza rimedio. Un altro penalty non ti sarà assegnato, un’altra vita non c’è.

E poi c’è una differenza tra calcio e vita che peggiora le cose. Che, a differenza che nel calcio, qui non solo è la prima volta che vedi un pallone e che tiri un rigore, ma prima di accorgerti e di capire per bene cosa stai facendo, hai già posizionato il pallone e hai già fatto la rincorsa; hai già il tuo corpo in una certa posizione (magari quella sbagliata) e il piede pronto a impattare la sfera di cuoio in un certo modo. Potresti anche aver sbagliato la scelta degli scarpini. Perché quando vivi è difficile che tu possa prendere scelte consapevoli (si fa per dire) prima dei 20 anni, e a quel punto come detto la rincorsa e l’approccio sono già belli che decisi, grosso modo.

Ecco perché verso i quarant’anni o un po’ prima o un po’ dopo ci accorgiamo che abbiamo sbagliato varie cose e che non possiamo più rimediare: il pallone della nostra vita finirà fuori o fra le braccia dell’estremo difensore, oppure sul palo. E il resto della vita sarà come guardare la sfera che molto ma molto lentamente va verso la porta ma non gonfierà la rete; e poi sarà come vivere per decenni quegli istanti che sempre seguono lo sbaglio di un rigore: sosrpresa, delusione, sconforto, disperazione, rassegnazione, rimorsi, sensi di colpa, incubi.

Ci danno in mano un gioco da tavolo ma non ci spiegano nessuna regola: dobbiamo capirle da soli. E il gioco non è di quelli semplici o intuitivi, tutt’altro. Mano a mano che giochiamo facciamo sempre meno errori, ma sono sempre tanti e molti cominciano già a condizionare e non poco il nostro futuro. A volte ci blocchiamo, non sappiamo che fare: è il momento in cui pensiamo di non aver capito tutte le regole. Poi si riprende, ma gli errori sono inevitabili. E cominciano a pesare. Quando ti accorgi che sei fritto o che il Caso si è accanito contro di te, è tardi per rimediare, la palla è partita. 

Certo, non per tutti è così. C’è chi nasce con una base di partenza favorevole (ricchezza, salute di ferro) ma non puoi deciderlo tu: è come quando scivoli poco prima di impattare la palla e proprio grazie a questo infortunio ti esce un tiro sporco e imprevedibile che beffa il portiere.

Perché non sono solo i nostri errori di neofiti a condizionare il punteggio di quel gioco chiamato vita, o le decisioni prese correttamente; interviene appunto anche il Caso, che può salvare chi sbaglia o affossare chi dovesse sbagliar di meno.

Se gli esseri umani fossero computer, le strade pullulerebbero di pc che si sono volontariamente formattati il disco, perché affrontando la cosa da un punto di vista freddo, logio, razionale, pare evidente che per moltissimi non esiste via di uscita. Ma gli uomini, e questa è la loro forza ma anche la loro condanna, ragionano in maniera molto diversa da come “ragiona” un pc. 

E quindi, tranne alcuni che non ce la fanno comunque e che in base a un ragionamento che pare da pazzi ma in realtà sanissimo decidono di abbandonare il campo, gli umani vanno avanti a testa bassa, senza alzare mai lo sguardo oltre i cento metri. In questo modo riescono a vivere protetti da quelle formidabili dro -ghe naturali che si chiamano illusione, speranza, miopia. 

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domenica 16 febbraio 2025

Var fankulo

Questo Var ha funzionato un mese dalla sua introduzione. Poi il portiere di una squadra a righe e due colori smorti si è lamentato ed è finito tutto.
Se il Var non serve per annullare il gol dell’Inter (palla fuori di 6 km sul fondo) e per espellere chi si butta a terra senza essere toccato e provoca così il rosso per fallo di reazione (vedi oggi a Bolzano), allora è solo uno strumento in più in mano a chi decide le partite. Se non serve per chiarire chi simula e chi bara, e per salvare chi non ha sbagliato anche se sembrava che avesse sbagliato, allora è inutile. Siamo al paradosso che un fallo già chiaro in diretta e evidentissimo al primo replay non porta al rigore dopo il check, o viceversa. Le regole sono state scritte appositamente per depotenziarlo e per farne uno strumento in mano a chi vuole decidere i risultati o quanto meno indirizzarli. In pratica è un paravento in più, anche perché in Italia, stante una stampa serva, non si ha paura di sfiorare il ridicolo negando l’evidenza: all’estero dureresti tre secondi poi finiresti nel cesso. In Italia alcune squadre DEVONO vincere per poter avere le entrate e i diritti necessari a tener su il bilancio colmo di debiti. Tutto è corrotto. Guardate il football americano: non ci sono mai errori, al punto che quando ce n’è uno (è successo anni fa) ci sono scuse ufficiali; e non ci sono perché tutto è sottoposto a controllo. E così nel tennis, sport in cui è infatti normale che un arbitro spagnolo diriga uno spagnolo contro un francese. Il calcio italiano è marcio da decenni, economicamente non vale più nulla perché non è credibile, è solo sporchi affari, lo sport è un’altra cosa. La puzza si sente a km di distanza. 

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sabato 21 dicembre 2024

Quanto siamo belli!

Da anni per lo più perdiamo, e perdiamo, e perdiamo, sono dati oggettivi, e abbiamo fatto una retrocessione (con la spinta) e un quasi fallimento per colpa di un tizio che con noi non aveva in comune nemmeno un pelo di dna, ma noi siamo sempre lì, in tanti, ovunque, comunque, fasciati di quei quattro colori che stordiscono gli occhi, e col sorriso, come se stessimo per giocarci un'altra coppa; e la forza, la voglia, l'energia con la quale sventoliamo quelle immense e davvero numerosissime bandiere (crescono come funghi) è la forza del marinaio che fiducioso e sereno, stringe le mani sul timone sino a farsi male e tiene la rotta in mezzo alla tempesta. Sugli spalti di Marassi, su quelli di tutti i campi d'Italia, a casa con la tv, il cellulare, la radiolina, il passaparola, siamo sempre lì, e "nulla è mai cambiato nell'intimo nostro": per noi Modena-Samp è come Samp-Stella Rossa, ed è come era Samp-Spal nei Sessanta, quando l'obiettivo (molto spesso centrato) era solo quello di mantenere la categoria principe di uno dei tornei (allora) più belli del mondo. A volte, negli ultimi anni, i giocatori non riescono offrire prestazioni all'altezza del nostro nome, della nostra bellezza e della nostra città, ma ci pensiamo sempre noi a essere belli, a mantenere alta la bandiera, con il nostro amore puro, la nostra simpatia, la nostra inesauribile e colorata allegria.

 

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Quattro colori

Vinciamo così spesso che stamane mi è scattata la vena a quattro colori.
Ché poi noi, come diceva qualcuno un po' più famoso di me, la vittoria l'abbiamo già ottenuta quando abbiamo scelto da che parte stare.
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Maglia unica, anche perché è nata in circostanze uniche, come sappiamo, dall'unione di due maglie altrettanto carine... e anche il nome, ricordiamocelo, è nato per sorteggio... avrebbe potuto essere al 50% Doria-Samp, e ricordiamo anche che, sebbene il nome intero sia Unione Calcio (no cricket) Sampierdarenese Andrea Doria, Sampdoria andrebbe scritto col trattino, Samp-Doria, ma il trattino l'abbiamo eliminato, quello che non abbiamo eliminato è il cuore nel petto che batte forte sotto lo scudo di Genova, che orna proprio al centro quella fascia che ci attraversa tutti e che assomiglia tanto a un abbraccio o a un sorriso e che è persa in un cielo che più blu non si può...
Al di là del nome che ci siamo fatti nel mondo e in Europa con il famoso decennio di successi e di finali a ripetizione, la riconoscono i business men di Wall Street e gli aborigeni d'Australia, gli eschimesi e i berlinesi, gli Indiani e i Nomadi, chi vive a Singapore e chi viene da un altro pianeta.
Unica casacca ad avere quattro colori, siamo gli unici ad averli così belli e siamo generalmente unici nei comportamenti e nelle reazioni, al netto di qualche cretino che comunque essendo sempre la specie umana quella di cui stiamo parlando è ineliminabile... forse non saremo unici al mondo perché il mondo è molto grande, ma di certo siamo abbastanza singolari, e particolari, e sempre noi stessi, con la nostra serena allegria sia a Wembley che sui campi di periferia, con lo scudetto sul petto o nel torneo cadetto.
 
 
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martedì 3 dicembre 2024

Cosa conta

SI VINCE e siamo felici, ci mancherebbe; a pelle siamo al settimo cielo, l’adrenalina è al top, arriva il triplice fischio e la tensione si scioglie in un urlo di goiia liberatoria (anche se comunque nel vero sportivo resta sempre un 1% di rammarico nel vedere i visi degli avversari sconfitti, specie se sono stati corretti, e nei tifosi avversari, specie se sono stati rispettosi; e anche se nel doriano resta sempre una sensazione che non saprei definire, per la quale, anche se sei molto felice, non sei mai al massimo della felicità per una vittoria, lo sei di più -è paradossale, lo so- quando perdi giocando bene e in maniera corretta, dando tutto, onorando la città e la maglia, in modo da farci sentire orgogliosi della nostra fede, del nostro essere a quattro colori).

SI PERDE e siamo felici (certo, non proprio al massimo grado… il dispiacere per la sconfitta c’è eccome, forte, unito alla rabbia se ci sono stati i soliti episodi arbitrali inspiegabili da mente umana, ma il dispiacere, da massimo che è al triplice fischio, scende in fretta a livelli accettabili e poi scema… alla fine ti resta l’essere doriano, anche senza quei tre punti, e questo è tanto, se ci pensi, è quasi tutto, se ci pensi, probabilmente è tutto.

Cosa è importante, quindi, tirando le somme?
Vincere? Certo, si scende in campo con l’obiettivo di prendere l’intera posta in palio, alla fine dei 90. Vincendo fai punti e facendo molti punti ottieni riconoscimenti, trofei, qualificazioni e incidi cose belle sulla tavola d’oro del palmares.
Ma, sapendo bene che gli esiti di un match sono tre, e tutti e tre sono possibili, sia che tu giochi contro una squadra chiaramente meno forte, sia che te la giochi con una rosa più attrezzata, e dipendono appunto da te ma anche dalla forza degli avversari, dal caso e da eventi non accettabili ma presenti, si scende in campo per cercare di vincere, non per vincere; per dare tutto, per impegnarsi oltre ogni limite, per far felici se stessi e si sostenitori, per divertirsi e per diveritre, per dare goia, per dare lustro ai colori sociali e a Genova. Si gioca per fare questo, non per vincere a tutti i costi (impossibile, del resto tutti perdono) e se lo si fa, una grande soddisfazione e un po’ di felicità ci sarà anche in caso di sconfitta.

#SampPhilosophy 

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mercoledì 3 aprile 2024

Cori razzisti

Sospendere i match? Idiota.
Uscire dal campo? Autolesionista e controproducente.
Rispondere con gestacci? Contrario al regolamento e pericoloso.
Squalificare le squadre, dar partita persa, etc: delirante, lunare, totalmente folle.
Squalificare le curve? Stupido e ingiusto (se Piero che sta al 3 di Via Roma ruba all’iper, blocchiamo la spesa di tutti i condòmini di Via Roma 3 per due mesi?)
Parlarne troppo, farli sentire? Controproducente, l’imbecille lo fa per avere notorietà.
E allora?
E allora, con la tecnologia di oggi, se proprio li si vuole estirpare anziché ignorare, provare a individuare chi lo fa e impedirgli l’accesso alle manifestazioni sportive per qualche anno. E, alla recidiva, per sempre. Non semplice? No, ma FATTIBILE. Il difetto è che sarebbe logico ed equo e oggi una cosa logca ed equa è impopolare.
Non accetto discussioni sul tema.
Del resto, avete mai sentito di qualcuno, dal primo giorno del calcio in Italia a ieri, che sia stato deriso, accusato o condannato per aver messo in dubbio l’onorabilità della madre di un direttore di gara o la fedeltà della sua consorte? E’ davvero peggio ululare come scimmie idiote a una persona di colore, rispetto a offendere l’onorabilità di una persona pallida? Io dico che son cose uguali. Io smusserei, ignorerei… la metà smette domani. L’altra metà, come detto, se proprio insiste avrà un bel daspo. Prendere provvedimenti che incentivano quese condotte o che causano danni enormi a persone innocenti è sintomo di scarsità neuronale grave. 
Possiamo leggere la carta di identità di un povero cristo dal satellite e non siamo in grado di beccare due scimmioni urlatori?
— 

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venerdì 19 gennaio 2024

Segnatevelo, così mi evitate ulteriori scartavetrate alle gonadi

L’avrò detto centinaia di volte dai ‘70 a oggi, a centinaia di persone, per lo più amici o conoscenti o semplici tifosi; detto e scritto. Mi sarei pure un pochino stufato.

Se non vi è giustizia, se il regolamento vale solo per qualcuno, se si possono truccare i bilanci e farla franca, se ci si possono attribuire anche gli scudetti rubati, se la legge è uguale per tutti ma per qualcuno è più uguale che per altri, se ad alcuni il regolamento si applica alla lettera e ad altri usando il “buon senso”, se si è di continuo vittima non di errori (comprensibilissimi) ma di vere e proprie porcate inspiegabili (quindi in malafede), non ha senso parlare di come si è giocato, degli infortuni, della sfortuna, dei limiti tecnici e tattici della rosa, degli investimenti, delle scelte di mercato, dell’allenatore e delle sue strategie. Non ha senso non perché siano irrilevanti, ma perché senza la premssa il resto non conta nulla. 
Ve lo volete ficc -are in testa?

Non solo sono due temi del tutto separati (e quindi chi per esempio dice: ok l’arbitro ci ha danneggiato in maniera inspiegabile però noi abbiamo giocato male, oppure ok non era rosso però siamo stati ingenui etc. sbaglia grossolanamente) ma sono pure uno propedeutico all’altro: se non vi è correttezza di fondo nella direzione di una gara, se il gioco non è pulito, tutto il resto perde senso.

Se il gioco non è pulito, non è un gioco. E’ uno sporco affare.

Se a un tavolo da poker uno o due giocatori barano, non conta quanto io sia lucido, abile, fortunato; non ha senso rammaricarmi per gli errori che ho fatto, non ha proprio senso. Prima viene la correttezza: le regole devono essere chiare e valide per tutti. Poi il resto. Senza il primo punto, parlare del secondo è da stupidi.

Adesso ricominciate, eh. 


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Un sistema marcio nel profondo

Se io avessi i fondi e decidessi di investire nel calcio non lo farei mai in Italia. Qui il sistema è marcio nel profondo, governato da decenni dalle stesse facce, gestito malissimo. Non pensa al futuro, non investe sui giovani, ha strutture fatiscenti, non rispetta la tradizione nè lo spirito del calcio, calpesta i valori sportivi, non condanna chi sgarra, accarezza i potenti e vessa i deboli. Gli arbitri sono poco capaci o senza personalità e la loro carriera dipende da quanto accontentano chi comanda: quindi inutile aspettarsi trasparenza o arbitraggi sereni e corretti. I regolamenti sono due. Il gioco è, di fatto, truccato. In A attualmente abbiamo società che si sono macchiate di reati gravissimi e non hanno pagato per la loro colpa. Ogni domenica assistiamo a decisioni sconcertanti. I media sono del tutto inaffidabili o venduti al potente di turno. I giornalisti sono, nella media, di scarsa qualità. Nessuno sa più di calcio, al massimo incontri qualcuno che ricorda albi d’oro e statistiche. I calciatori sono mocciosi viziati che pensano solo ai milioni. I procuratori guadagnano decine di milioni sul nulla (avete presente gli influencer) e hanno un potere immenso: sono uno dei cancri di questo sport. Inoltre chi dovrebbe occuparsi dell’ordine pubblico non fa quel che dovrebbe. Tutto è studiato per allontanare le persone dagli stadi e costringerle a guardare i match su piattaforme inadeguate. Tutto è studiato per dar da mangiare ai soliti noti, gli squali che affossano questo gioco e che pensano solo ai quattrini; agli altri, quelli che praticano un gioco e non un business, restano solo le briciole.
Hanno ucciso la poesia di questo sport. 
Investirei in Inghilterra.
Manfredi e Raddrizzani, ve lo dico contro il mio interesse: pensateci bene prima di impegnarvi troppo. Ci avete salvato, ma come vi sarete resi conto questo non è più un gioco.
#Sampdoria #VivaLoSportPulito 

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martedì 25 aprile 2023

L’alba non è lontana

Saranno settimane durissime.
Incertezza, i peggiori scenari, notizie false e fango sui media, silenzio delle Istituzioni nazionali e locali, politiche e sportive, tiri mancini dai repressi di sempre.
Tradimenti e delusioni, partenze, pezzi che si staccano.
Ma sento che siamo vicini alla fine della notte, amici.
In un senso o nell’altro (anche il peggiore): ripartiremo molto presto.
Se sarà da più in basso, vorrà dire che ci metteremo un po’ di più a tornare.
L’alba non è lontana, ma come sempre accade gli ultimi momenti senza luce saranno quelli più angosciosi.
Ma torneremo.
Eccome se torneremo.
Perché noi non ce ne andremo mai.
#SampdoriaUnicoFolleEternoAmore
#UnioneCalcioSampierdareneseAndreaDoria  

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lunedì 24 aprile 2023

Analisi dei diversi tipi di decisioni arbitrali non giuste

Molti tifosi (juventini, milanisti, ma anche interisti, romanisti, etc.) confondono due situazioni diverse: l’errore arbitrale [1] (accettabile e ineliminabile fin quando arbitrerà un essere umano) e la decisione non spiegabile [2] che errore non può essere o può esserlo molto difficilmente (spesso nasconde altro, fosse anche solo un condizionamento psicologico)  o addirittura la direzione di gara orientata [3] (due pesi e due misure, per intenderci). E quindi, facendo confusione, spesso usano la prima (quando a sfavore) per affermare che la seconda o la terza (a favore) non esistono.

Per errore umano [1] intendo il classico caso preVar: un fallo che l’arbitro, in diretta e dal campo, magari essendo coperto, non vede bene e non ha la possibilità di rivedere al replay. O un fallo che l’arbitro giudica lieve e lieve non è. O un fallo che proprio non vede (reazione a palla lontana, ma certo è bizzarro che nessuno dei suoi assistenti la noti). Sono situazioni accettabili. Ovviamente l’errore per sua natura è casuale... se in un match di errori così ce ne sono diversi e sempre a sfavore di uno dei due contedenti, qualche domanda è lecito cominciare a farsela, o sulla serenità e imparzialità del direttore di gara o anche semplicemente sulla sua capacità o sul suo stato di forma del momento. E’ quindi un errore accettabile del tutto in epoca preVar, accettabile ancora oggi in epoca Var in tutti quei casi in cui un regolamebto Var studiato (appositamente?) male impedisce al Var stesso di intervenire.

Passiamo invece al secondo caso [2], la decisione non spiegabile. In epoca preVar era il fallo netto (evidente già senza replay, certissimo al primo replay) con arbitro alla giusta distanza e non impallato; ti chiedevi: come può aver sbagliato? Ma se erano casi sporadici lasciavi correre, arbitrare del resto non è facile. Questa fattispecie in epoca Var è diventata la regina delle situazioni assurde.  Si verifica un’infrazione, o si segna una rete e tu già in diretta capisci che non fischiare il rigore o annullare il gol è assurdo, e poi al primo replay ne sei addirittura certo. Eppure, il Var, nato proprio per questi casi, nonostante abbia la possibilità di rivedere la stessa azione varie volte e da diverse inquadrature, prende la decisione clamorosamente non giusta. Questo non posso catalogarlo come errore, perché frutto di decisione meditata e raggiunta usando riflessi filmati pure di qualità ed evidenza superiori a quelli di cui dispongo io e che mi consentono di dire con certezza che è rigore o che è gol valido. E perché chi decide è in teoria più abile ed esperto di me. Che cosa è allora? Non è un errore, è una decisione non spiegabile che lascia pesanti dubbi sulla serenità, o capacità o imparzialità di chi decide. Se non è un caso isolato, si avvicina al caso [3]. A volte tuttavia basta un caso solo per decidere un match ed è inaccettabile proprio perché, come detto, assolutamente non spiegabile. Così come quando a monte il Var neppure blocca tutto.

Il terzo caso [3] è il più clamoroso anche se spesso meno evidente del [2] a un occhio profano. Non è tanto dare un rigore che non c’è o è molto dubbio o annullare un gol valido, anche se può ricomprendere pure casi come questo nell’arco delle due frazioni di gioco, ma è interpretare sottilmente il regolamento in due modi diversi a seconda di chi lo vìola. E’ essere elastici e accomodanti se a infrangere le regole è un giocatore con una certa maglia, ed essere severi e inflessibili se a farlo è un suo avversario. Sono, nel singolo caso, due interpretazioni entrambe lecite, ecco cosa rende questa condotta diabolica; ma il tutto diventa truffaldino se spalmato su più casi o per i 90’: perché se spalmato in senso opportuno, integra la fattispecie di mancanza di uniformità, che è un difetto abbastanza grave per chi arbitra. In un caso, un “vaffa” accennato all’arbitro viene ignorato perché dopotutto il giocatore è nervoso e va capito e nemmeno io che ho fischiato son poi certo che fosse fallo e un arbitro deve essere anche un buon padre, un fine psicologo e deve saper mediare e raffreddare gli animi; ma se veste colori diversi è un’offesa inaccettabile, lesiva della mia dignità di arbitro, quindi cartellino rosso. In un caso un fallo duro a centrocampo è pericoloso, avrebbe potuto far danni notevoli al giocatore colpito, quindi è rosso; nell’altro caso è giallo, magari arancio, ma insomma non porta all’espulsione. E poi la lunga teoria di falli e falletti interpretati a senso unico, di gioco duro che si lascia correre quando a farlo è una certa squadra e che si sanziona in modo duro (e regolare) quando a subirlo è quella stessa squadra, i cui giocatori di talento vanno “tutelati” anche in nome del bel calcio; e il trucchetto di lasciar correre molto (arbitraggio all’inglese) quando una certa squadra deve recuperare e sta forzando il match, attaccando a pieno organico e facendo forcing; e invece spezzettare il gioco quando la stessa squadra è avanti e deve difendere i tre punti negli utlimi minuti. E ovviamente i casi i cui il Var potrebbe intervenire e non lo fa, inspiegabilmente.

Dopo migliaia di partite ho maturato una certa esperienza nel riconoscere le diverse fattispecie illustrate, e il fatto di tifare per una squadra normale, senza potere finanziario, politico o mediatico, di una società sportiva insomma che pensa solo a giocare al calcio, mi ha aiutato a capire le cose molto meglio di chi abituato da sempre a trattamenti di favore si indigna poi se solo una direzione di gara osa essere equa.

Un esempio di [2], riferito a quest’anno e a situazioni che conosco bene, è il gol annullato in Sampdoria-Atalanta o il rigore non assegnato in Sampdoria-Lazio: due casi che al primo replay è impossibile, ripeto: impossibile interpretare male. Un esempio di [1] può essere qualsiasi decisione arbitrale sulla quale il Var non possa intervenire (in virtù di norme che andrebbero cambiate subito) e che, ragionando in buona fede, potrebbe essere fallo, ma anche no, se visto in diretta e non al replay, e quindi è giusto accettare la decisione del direttore di gara, che vede le cose da una prospettiva diversa e che non ha replay a disposizione, anche se probabilmente più errata che giusta. 
L’esempio classico di [3], osederei definire storico, è quel Juventus-Inter.
Ma di esempi ce ne sono a centinaia, purtroppo...

Perché accadono situazioni come quelle descritte ai punti [2] e [3]? (Quelle del punto [1] abbiamo già detto essere errori dovuti alla fallacia dell’essere umano).
E’ un vecchio discorso. In Italia, francamente, la situazione è drammatica, tanto che il torneo può dirsi sempre o quasi sempre falsato; adesso, poi, col Var, che avrebbe dovuto eliminare certi “errori” non spiegabili, è diventato evidente l’andazzo che regna nel nostro Paese e che supera persino il pudore che chiunque dovrebbe avere: si nega l’evidente (vedi casi [2]) e si resta tranquilli tanto nessuno oserà scatenare putiferi o sollevare questioni il giorno dopo sui media.

Il difetto originario, oltre alla corruttibilità dell’essere umano, è avere un sistema per cui la tua carriera di arbitro dipende dal gradimento che delle tue direzioni hanno i club cosiddetti “maggiori”: è evidente che questo sistema porta solo cose cattive, perché chiunque, o quasi chiunque, davanti a un episodio dubbio, anche se fosse in buona fede, tenderà sempre, anche inconsciamente, a prendere la decisione che meno scontenterà il “potente”. Si chiama istinto di sopravvivenza se fatto in buona fede, piegarsi a un sistema corrotto e marcio se fatto in mala fede per garantirsi una buona carriera e nessun problema il giorno dopo sui giornali, nelle tv o coi superiori. E’ la storia del calcio italiano, da sempre. Io lo seguo dal 1973 e posso ben dirlo.

Poi è chiaro che vi sono diversi fattori che possono spiegare tutte le storture che ho descritto, e che possono agire singolarmente o assieme: il caso, la scarsa capacità tecnica dell’arbitro, il suo pessimo stato di forma, l’inadeguatezza psicologica ad arbitrare, lo scarso senso dell’equità, lo scarso equilibrio, la scarsa indipendenza psicologica, la tendenza a seguire la condotta che meno crea scandali e problemi, fosse anche la meno equa, fino ad arrivare alla vera e propria corruzione (non solo favore per denaro, ma anche per non avere danni o per avare in futuro vantaggio di natura diversa) e altri che dimentico.

Certamente i casi [2] e [3] proliferano e non accennano a diminuire in Italia perchè vi è un sistema compatto e marcio che tiene tutto insieme. Quando accade uno dei casi descritti, i telecronisti, i giornalisti, i commentatori in genere non soffiano sul fuoco, ma smorzano, falsificano e questo impedisce che gli scandali vengano bene alla luce, che se ne parli, che l’opinione pubblica, correttamente informata, si indigni e che chi li compie o chi trama nell’ombra abbia difficoltà a ripetere certe nefandezze. In più il potente, spesso favorito, mette spesso in scena teatrini ridicoli (cui i media danno ampio spazio e che non contestano nel merito per paura o servilismo) per episodi insignificanti o casi [1], alsolo scopo di sviare l’attenzione su quelli di altro tipo...

Vi è una complicità multidisciplinare, per così dire, magari non a livello delle moviole falsificate in tv dei tempi di Calciopoli, ma quasi: nessuna deontologia professionale. Il piccolo, danneggiato, sbraita, ma nessuno lo sente, se non viene amplificato dai media, che si guardano bene dal farlo. Il grande, se una volta ogni tanto subisce un errore [1], ne approfitta per blaterare di complotti [2,3] ai suoi danni e i media amplificano il tutto. Un arbitro sa che se la domenica sbaglia a sfavore del Lecce, quasi nessuno ne parlerà; se sbaglia ai danni del MIlan, il giorno dopo sarà crocifisso in tv e sui giornali e la sua carriera potrà subire degli stop: è fatale che sbagli più facilmente a favore del Milan, sia incosciamente che consapevolmente, per “autodifesa” magari, e non sempre e non solo per immoralità e inquità: ma si tratta sempre di condotte incompatibili col mestiere di arbitrare.

Facciamo un esempio fresco: come è possibile almeno non chiamare al monitor l’arbitro dopo il presunto fallo di Gatti? E’ un tipico caso [2], la decisione di non sottoporre all’arbitro uno o più replay dell’azione, che integra di sciuro una condotta violenta e che avrebbe potuto portare facilmente a un giallo, e magari a un rosso. Quindi un tifoso juventino, se magari beneficia di una direzione di gara morbida, e di inspiegabili “favori” (?) come questo, se poi l’arbitro commetterà un errore di tipo [1] ai suoi danni (succede eccome, anche a sfavore di Juve, Milan, Napoli etc.), si appellerà a questo fatto [1] per affermare che è sempre vittima di fattispecie [2] o, meglio, [3] e per confondere le acque. Un po’ lo farà perchè abituato da sempre a essere riverito non tollera che si applichi il regolamento in maniera uguale per tutti, e un po’ in mala fede, per confondere le acque. 

Poi c’è da dire che quando un potente incontra un altro potente può a sua volta subire il trattamento truffaldino di cui spesso beneficia, e questo rinforzerà il suo inconsistente vittimismo di facciata, quasi ridicolo se non fosse reso più serio da media servili che lo amplificano, senza farne notare le incongruenze.

Le cose da dire sarebbero ancora non poche, ma mi fermo qui.

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lunedì 10 aprile 2023

Oggi ho probabilmente parato l’ultimo calcio di rigore della mia vita.

Oggi ho probabilmente parato l’ultimo calcio di rigore della mia vita.
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Non avevo intenzione di fare grandi cose, ma vedere la porta sguarnita (si giocava due contro due, portiere volante ma senza mani, porte piccoline) e tuffarmi per terra, salvando alla disperata il gol col braccio e con una mezza capriola, è stato un attimo: la palla che rotola sospende l’attività neuronale. Naturalmente, avendo usato il braccio, ho provocato un penalty, che però ho parato (porta più grande): tuffo plastico a terra alla mia destra, respinto. Dopo, un altro rigore è finito fuori (in questi casi si dice che il portiere ha ipnotizzato il tiratore) e uno invece è entrato (fil di palo, spiazzato). 
E’ stato, il primo di questi tre, l’ultimo rigore parato della mia vita. Non penso che mi butterò più: l’età è notevole. Fra l’altro ho sconciato un paio di calzoni “buoni”, ora vediamo la tintoria cosa si inventa.
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A bocce ho vinto. Sport da anziani, lo so, ma vincere non è mai facile.
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Mia figlia è rimasta discretamente stupita dai due tuffi, non se li aspettava. Nemmeno io. Ortopiedia evitata anche questa volta, comunque. Stasera sono in una condizione che, usando un linguaggio strettamente tecnico, potremmo tradurre con “sono un po’ tronco”.
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lunedì 3 aprile 2023

Quei quattro colori


E’ dura spiegare a un bambino che i rigori si possono anche tirare, non solo avere contro.
E che un tuo giocatore può vedersi annullato un gol pulito e un avversario fare un gol di mano senza che nessuno lo annulli.
E che un avversario può quasi spaccare la gamba a un tuo giocatore senza essere punito e poi tu resti in dieci uomini per via di due gialli ridicoli.
E che lo stesso fallo porta a un fischio se fatto da te, a niente se fatto dagli altri.
E’ dura.
Ma almeno non crescerà tifando come un idi0ta per squadre zeppe di giocatori montati e pagati parecchi milioni e dirette da veri e propri imperi del male, che nemmeno sanno cosa sono i valori dello sport, e che rappresentano (malissimo) in Italia e nel mondo regioni e città con cui non ha e non avrebbe nulla a che fare.
E’ dura ma in questo modo capirà cosa è importante e cosa no.
E gli basterà vestire quei quattro colori per sentirsi felice.
E guarderà la Sud, quando non sarà lui stesso la Sud: e questo sarà sufficiente, al di là dei risultati, dei punti in classifica, della serie, e dei buffoni che a volte, senza volere, sbarrano il più virtuoso dei cammini.
#SampUnicoGrandeAmore

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lunedì 9 gennaio 2023

Ciao Luca

Veramente straniante ieri l’atmosfera a Marassi.
Nessun discorso (lo avevo detto o no?): noi non commemoriamo. Si commemora un ex calciatore, non un fratello.
Atmosfera composta, zuppa di lacrime ma composta. Cielo plumbeo, cuori plumbei. Tanti ricordi. La nostra vita, la nostra gioventù, l’epopea di chi, piccolo, ha detto: voglio dimostrare che si può arrivare alla vetta anche portando avanti certi valori sempre più dimenticati dai cosiddetti grandi.
Cori lancinanti.
Che effetto risentire quel coro, a lungo, durante il match, alla fine... come se Luca fosse in campo in quell’istante, come è stato così tante volte...
E Luca dopo tutto c’era. Un amore così forte lo ha raggiunto, prima dell’ultimo viaggio verso il nulla, dopo il tutto che è stato come uomo e come sportivo.
“Luca Vialli Luca Vialli Luca Vialli alè alè
Noi ti amiamo e ti adoriamo
Tu sei meglio di Pelè”
Quante volte lo abbiamo ascoltato e cantato... 

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domenica 8 gennaio 2023

Oggi non commemoreremo nessuno


Oggi la squadra non sarà totalmente scioccata come in quel Samp-Roma successivo alla morte di Paolo (match che colpevolmente non fu rinviato).
Vi sarà un forte dispiacere in campo, dolore in qualcuno dello staff, ma non è una situazione paragonabile: quel giorno di ottobre scesero in campo undici zombie, vi era una cappa di dolore infinito e paralizzante che avvolgeva tutta la squadra, oltre che la città. Certamente la squadra risentirà dell’atmosfera che ci sarà, ma non facciamo paragoni: non sono stati compagni e amici di Vialli per anni, e non è morto il loro amato Presidente (meglio aggiungere amato e usare la maiuscola, per differenziarci dal meschino presente di un ex presidente ed ex tutto per noi).

Sugli spalti invece oggi ci sarà solo dolore, perché è morto uno di noi, non un nostro ex calciatore; non uno che ha giocato per noi, ma uno di noi, non uno che ha vinto per noi, ma uno che ha vinto con noi e per noi e per lui, che era uno di noi. Uno che non ha mai tradito le attese, uno che ha deciso da giovane di stare dalla parte di chi non poteva vincere per provare invece a vincere, uno che non ha mai mentito, che ha sempre dato tutto, che si fidava di noi e che sentiva la nostra fiducia, che è cresciuto come uomo e come atleta con noi, anno dopo anno, uno che è stato e ed è Samp, uno che ha fatto Samp ogni giorno della sua vita a Genova e oltre, uno che ci ha sempre amato senza condizioni ed è sempre stato amato senza condizioni, dal primo giorno di allenamento, quando ancora non era che un giovane promettente e basta, fino all’ultimo giorno di vita di chi lo ricorderà per averlo vissuto.

Non sarà “ricordato” o “commemorato”, oggi, il nostro Gianluca, anche se all’apparenza potrebbe accadere qualcosa che a qualcuno potrebbe superficialmente apparire come una commemorazione. Non lo sarà perché non è semplicemente un giocatore, per quanto forte e importante, che ha indossato la nostra maglia per qualche anno e ha vinto qualche cosa, lasciando certamente un bel segno, come è accaduto però, anche se in misura minore, anche in altri club. E’ un amico, è uno di noi, è uno dei nostri fratelli, uno dei nostri figli (per chi ha qualche anno in più), è uno che tifava Sampdoria (oltre che Cremonese, la squadra della sua città), non uno che militava nella Sampdoria; è uno che indossava la sua seconda pelle, non una maglia societaria, è un blucerchiato che giocava nella sua squadra del cuore, non un giocatore che prestava il suo talento a una squadra di calcio dietro compenso, è un blucerchiato che non si accomodava in gradinata come noi ma scendeva sul prato verde, noi e lui a combattere per la stessa causa, lui con le gambe e il cuore e coi suoi amici, noi con la voce e i tamburi: è una differenza abissale. E’ uno che ha poi giocato, negli ultimi anni della sua splendida carriera, anche con altri colori, vincendo e facendo vincere ancora molti trofei ai torinesi e ai londinesi e agli Italiani tutti con l’Europeo, dopo quella cessione di tanti anni fa che noi dolorosamente subimmo e che, dopo averne rifiutate tante altre negli anni, gli fu imposta da Paolo, già conscio della sua imminente fine, per la sopravvivenza della Samp, non più in grado di reggere, a maggior ragione senza la sua guida, l’urto di un calcio che stava già cambiando in peggio.

Non si commemora un amico, un compagno di gioventù, un compagno di avventure, un fratello, un figlio, un pezzo del nostro cuore. Si commemora un ex giocatore. Noi oggi non commemoreremo, noi oggi piangeremo e basta, come e più del cielo plumbeo che già avvolge lo stadio che tante volte ci ha visto soffrire e tante volte gioire. E’ diverso.
Piangeremo perché il destino ci ha dato Paolo, che mai nessuno ha avuto e mai avrà, e Luca, e il destino ce li ha tolti troppo presto. 
Saranno solo lacrime, non roboanti discorsi o lustrini e medaglie. Se ci saranno discorsi, si sentiranno dietro le lacrime, davvero.

Noi rispettiamo il dolore di tutti, è evidente. Chiunque ha conosciuto Luca sa chi era e non può che piangerne amaramente la perdita. Ma a noi non è morto un giocatore, un grande giocatore, un campione, un uomo di valore. A noi è morto un pezzo di cuore, se ne è andato un pezzo della nostra vita. Noi non giocavamo per vincere ma per divertirci e provare a vincere, c’è differenza; noi non inseguivamo un trofeo per aggiungerlo agli altri o per farci belli coi rivali, noi lo inseguivamo per dimostrare che si può vincere qualcosa anche avendo tutti e tutto contro, che si può vincere qualcosa anche col nostro stile e col nostro sistema, anche non abdicando ai valori in cui crediamo, solo ci si mette un po’ di più...  noi inseguivamo un trofeo per regalarlo a Paolo, oltre che per regalarcelo. E’ diverso. Non ho detto migliore, non mi interessa dare giudizi di questo tipo, anche se si sa come la penso. Ma è diverso, profondamente diverso. Cercate di capire.

Stiamo vivendo anni piuttosto meschini, e non per i risultati sportivi, carenti ma tutto sommato finora accettabili, date le premesse, ma per gli squali che si aggirano nelle nostre acque e per gli avvoltoi che volano sulle nostre teste, per la indecenza e l’indegnità di persone che si fregiano dei nostri colori e così facendo li insozzano, per i maneggi di squallidi individui che anni fa, con l’avallo colposo (non posso credere doloso) di chi ci voleva bene, ci hanno azzannato al collo per succhiarci il sangue e che non mollano la presa, resistono tenacemente, avidi e ignobili, ben consci della fortuna che hanno avuto a poter sfruttare una così bella e pulita realtà, rendendola via via meno bella e meno pulita all’apparenza.

Tuttavia non ci lasciamo andare, perché nel nostro cuore vive sempre quel sogno, cominciato il 12 agosto del 1946 e che ha preso una forma ben definita e strutturata a partire dal luglio 1979, grazie agli insegnamenti di chi, romano, si è innamorato dei nostri colori e della nostra città al punto da volerla educare con profondo amore e inestinguibile passione, oltre che con cristallina correttezza, e così facendo ha formato generazioni di giovani tifosi ai valori sportivi più fulgidi, ha costruito una squadra in grado di dire la sua per anni in Italia e in Europa e di portare ovunque il marchio di una città unica e di una sportività e di una simpatia rare, ha regalato a tutti noi un sogno che ancora e sempre ci anima e ci spinge avanti, verso un futuro di nuovo in linea coi nostri valori, coi valori di Paolo e di quel gruppo indissolubile di amici. 

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sabato 7 gennaio 2023

Noi siamo Samp, ignorateci!

0dio il motto “vincere è l’unica cosa che conta”.
E’ sporcizia, è guano, è schifo. Mi fa vomitare. Mi fa stare male. Bleah.
Io ho avuto un padre (Angelo), che non c’è più. E un padre sportivo (Paolo Mantovani), che non c’è più. Mi hanno insegnato cosa è la vita e cosa è lo sport, con le coppe mi ci sciacquo sapete cosa.
Vincere piace a tutti, pure a me, ma non mi piace vincere “in qualsiasi modo”. O si vince come dico io (vedi Mantovani) o va bene perdere. La sconfitta insegna più della vittoria. La sconfitta è grande, se per vincere devi barare o diventare disumano.
Noi rispettiamo le regole, gli avversari, gli arbitri. Noi guardiamo all’uomo, non al calciatore. Noi subiamo le ingiustizie e andiamo avanti,  a volte lamentandoci, a volte no. Non abbiamo il potere di farci preferire dai corrotti che hanno le leve in mano e non lo vogliamo. 
Noi siamo Sampdoria. Orgoglio e onestà.
Tutti oggi parlano di Sampdoria. Anche i giornalisti (rai e mediaset) che per anni ci hanno offeso, vilipeso, ignorato, ricoperto di merd@. 
Anche le squadre che per anni ci hanno derubato.
Questo sistema di cacc@ che ci ha ostacolato in ogni modo, sempre. Ha provato a fermarci, sempre.
Finitela, siete indegni. 
Non è QUEL che abbiamo vinto (7 trofei, e almeno altri 4-5 SCIPPATI dai corrotti). E’ COME ABBIAMO VINTO. E’ COME abbiamo giocato. E’ COME ERAVAMO E COME SIAMO.
Quel gruppo era un gruppo di UOMINI VERI. Che hanno vinto contro tutto e tutti.
Erano uomini, non merdacc3.
Mantovani era un uomo onesto, di grandi valori. Sceglieva uomini, non calciatori. Ha provato a vincere come voleva lui, da persone vere. Gli hanno messo i bastoni fra le ruote, tutti, anche Genova! E ci è riuscito, anche se ci ha messo tanto. Per un decennio abbiamo imperversato, senza mai abdicare ai nostri valori. 
Il punto è questo.
Avere coppe in bacheca fa piacere, e adesso ce le abbiamo (nel 1984 erano ZERO, a parte i Viareggio).
Ma non fa la differenza. 
Sono importanti perché vinte contro tutti e tutto e coi nostri valori, nel nostro modo. Solo per questo.
Ma essere Samp è ben altro. 
Me ne frego dei vostri soldi, dei vostri affari, dei vostri scudetti e coppe. 
Noi giochiamo per divertirci e divertire, col cuore. 
Per far felice un bambino. 
Per tenere alto il nome di Genova.
Adesso abbiamo persone indegne che ci stanno uccidendo, e non tutti i calciatori sono uomini. Non importa.
Non ucciderete mai un sogno.
Quei quattro colori sono tutto.
Non sporcherete mai una cosa pulita.
Andate all’infern0! 

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venerdì 6 gennaio 2023

Sempre noi stessi

Per dieci anni abbiamo fatto finali su finali, In Italia e in Europa, e vinto sette trofei, sfiorandone parecchi altri (a volte sfumati per ragioni che col campo hanno poco a che fare). Abbiamo avuto un Presidente che mai nessuno ha avuto e avrà, un uomo che ha insegnato cosa è sport a migliaia di tifosi. Abbiamo vinto molto in Italia, e giocato anni e anni e alla grande in Europa, arrivando a pochi minuti dalla coppa più ambita.
Eppure nessuno ci odia nel mondo, perché sapevamo vincere.
E sapevamo vincere perché abbiamo sempre saputo perdere.
Arroganza e antisportività non ci hanno mai conosciuto.
Giocavamo col cuore, senza voler umiliare nessuno, anche quando avremmo potuto (abbiamo vinto un torneo pieno zeppo di squadroni e contro campioni incredibili, forse non ve lo ricordate... e abbiamo dominato una Coppa Campioni vecchia formula, quella veramente difficile, non la Coppa annacquata di oggi).
Perché noi non abbiamo vinto nulla per quarant’anni, pur giocando quasi sempre nella massima serie. E dopo aver imperversato per un decennio, siamo tornati a vincere meno o nulla. Ma mai nulla “è cambiato nell’intimo nostro”. Ecco perché siamo sempre quelli, uguali nella buona e nella cattiva sorte, sempre quelli, i magnifici sognatori blucerchiati. Viviamo di passioni e di sogni. Ci piace vincere, ma davvero non è mai stata per noi “l’unica cosa che conta”, secondo una nota e tristissima frase. Conta ben altro per noi, contava prima dei trofei, quando la bacheca era vuota, e conta adesso che qualche coppetta la possiamo mostrare.
#Samp 

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venerdì 16 dicembre 2022

Miha




“...grazie infine alla città di Genova, che ancora una volta mi ha accolto come se fossi nato qui. (...) Tornerò nel “mio” stadio e non sarò mai un avversario, perché Genova resterà sempre un po’ casa mia.”
(Mihajlovic, 2015)
——-
Personaggio non facile, non solo luci, anche ombre, inutile negarle, ma alcune luci davvero accecanti. Rapporto con noi mai lineare, sempre controverso, fin dalla prima esperienza come calciatore. Non gli perdono alcune cose, non avrebbe senso dimenticarle adesso, ma è stato grande, quando ha vestito i nostri colori, sia in campo che a bordo campo, come sportivo e come uomo. E’ vero, ci siamo sentiti traditi (io due volte), e non abbiamo tutti i torti. Tuttavia ha anche onorato eccome la maglia. Come uomo di sport lascia un grande ricordo e alcuni insegnamenti non banali. Gli va riconosciuta una grande forza, un notevole coraggio e ovviamente un indiscutibile talento. Forse incostante nel lungo periodo, ma mai cattivo o disonesto. Come si può volergli male? E’ stato davvero uno di noi. Al di là della carriera in blucerchiato, è ovvio che non meritasse una fine simile, perché non la merita quasi nessuno, e perché di certo non la meritava lui: sono le bestialità di questa vita a cui gli illusi si ostinano a voler dare un senso posticcio che stride di continuo. Aveva molti valori positivi, lascia parecchie cose. Non lo conoscevo di persona, ma penso che fosse grande anche come uomo di famiglia. Quelle poche ombre di cui dicevo stonano eccome se penso alla sua faccia, una faccia, devo dire, da buono: l’ho sempre pensato, nonostante tutto. Non lo dimenticheremo.

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(Img: www parlando di sport punto it) 

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domenica 27 novembre 2022

Pensierini della sera

So che non accadrà. Aspetto una misura di questo governo di destra fascista che non sia una o tutte queste cose: incostituzionale, inutile, vergognosa, anti poveri, a favore dell’illegalità, una merd@.


La Santanchè ha ceduto le quote al suo compagno. Ora siamo a posto, non vi è più conflitto di interessi.


Siamo stati l’ultimo Paese a introdurlo e il primo a toglierlo, in Europa (Grecia a parte). Chi è al governo modifica leggi che non conosce. Non studiano i dossier. Si basano sulla tv. Sono incapaci e inadeguati, prima che mediocri e fascisti. Auguro il male a chi si accanisce contro chi ha poco o nulla e lecca il deretano a chi tanto o tantissimo. #RdC


Se scrivessi queste cose su FacciaLibro beccherei altri giorni di stop: ho augurato il male a chi demolisce vite umane, ohibò, e forte dei suoi 13mila euro al mese ne leva 200-500 a chi nulla ha: non si fa! E ho scritto merd@! E deretano! Ehi, mi devo essere distratto, volevo dire kulo.


Confermo, non guarderò un secondo di questo Mondiale. Sì, lo so, è un Mondiale nato da una mega corruzione, giocato assurdamente d’inverno, in un Paese che nega i più banali diritti civili, e non c’è l’Italia. Ma la mia ragione è un’altra: da anni, ormai questo calcio, rovinato da corrotti, farabutti, bastardi e dal denaro, non è più uno sport, ma un pozzo di sterco maleodorante.


Ciao Marchino boss di FacciaLibro, Uozapp, Messengé e Instagramme, (non) mi manchi troppo: e quel poco è solo abitudine, una malattia fastidiosa dell’essere umano. 

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