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domenica 15 aprile 2012

Un giorno di lutto e poi avanti come prima

Ieri è morto Morosini, giocatore del Livorno, 25 anni, durante Pescara-Livorno. Si è accasciato al suolo, ha tentato invano di rialzarsi, è stramazzato senza vita: il filmato è impietoso. Era giovane, stava giocando, non aveva nessuna colpa, è passato in tre secondi dalla vita alla morte. Questa cosa ha un senso? No.
Sempre ieri un automobilista che viaggiava in autostrada è stato colpito da un piccolo pezzo di ferro staccatosi da un camion che lo precedeva: ha fracassato il parabrezza e lo ha centrato in pieno, è morto. Un secondo prima guidava verso chissà dove, pensava a chissà che cosa, un secondo dopo era un corpo senza vita macchiato di sangue al margine di una strada. Ha un senso questa cosa? No.
Sempre ieri è morta Veronica Gomez Carabali, schiacciatrice venezuelana, anni 27. E ogni giorno in Italia muoiono tre persone sul luogo di lavoro. E ogni anno muoiono quattromila persone sulle strade: molte di queste senza alcuna colpa.
Cosa voglio dire con questo post? Intanto celebrare queste vittime, poveri innocenti che non ci sono più. Su di loro, su Morosini, altro non dirò, perchè nulla si può dire.

Vorrei però che la si smettesse con le conferenze stampa, le dichiarazioni su twitter e facebook, gli sguardi contriti, i silenzi stampa, i messaggi di cordoglio, le polemiche sul ritardo dei soccorsi e sull'inadeguatezza degli stessi, i giorni di lutto e più in generale con tutto quell'insopportabile e vacuo circo mediatico che sempre segue un evento di questo tipo. Quando muore un lavoratore il paese non si ferma: lo registriamo quasi con noia e a fine anno facciamo la somma, è brutto a dirsi ma ormai sembriamo averci fatto l'abitudine, tanto è vero che chi potrebbe fa ben poco per combattere quest'assurdità. Morire sulle strade, poi, è ormai considerato un dato fisiologico dei weekend, ne prendiamo atto, come della pioggia o delle code al rientro.
Fermare lo sport per uno o due giorni, giocare col lutto al braccio, fare un minuto di silenzio sono bei gesti ma se dovessimo applicare questo criterio sempre e ovunque dovremmo fermarci per sempre in ogni campo o vestirci sempre a lutto. E' l'ora di lasciar perdere i gesti simbolici e cominciare invece a fare qualcosa di concreto, se si può e dove si può e in molti dei casi citati si può: se contro il destino o contro un aneurisma l'uomo è impotente, molto si può fare per migliorare i controlli preventivi nello sport, la sicurezza sul lavoro, quella sulle strade. Basta chiacchere e riti, servono fatti. Oggi si sarebbe potuto giocare lo stesso, con la tristezza nel cuore; fermarsi non serve a nulla e anzi, quel che è peggio, impedisce di focalizzare l'attenzione sui veri problemi.

Il calcio muove miliardi su miliardi ma abbiamo terreni di gioco pessimi, curve piene di pregiudicati, controlli all'ingresso che si fanno sfuggire coltelli e bombe carta, leggi che non puniscono in misura adeguata i colpevoli di violenze e invece rendono impossibile la vita al tifoso onesto che vuole acquistare un biglietto, vie di fuga e scale occupate da spettatori fuori posto, servizi igienici da porcile, assistenza medica non ottimale o comunque migliorabile (e pensate ai campi delle serie minori...).
La mia non è superficialità, né menefreghismo. E' solo che l'ipocrisia mi ha stufato, vorrei azioni concrete oppure nulla, non orpelli e basta. Gli orpelli riempono la scena ma dopo poco si dileguano come fumo.

Il 30 marzo il preparatore dei portieri del Pescara Calcio, Francesco Mancini, ex calciatore, è morto per infarto nella sua casa. I giocatori del Pescara, choccati, avevano chiesto di non giocare la partita, li hanno costretti a giocare. Morire a casa dopo aver diretto un allenamento o morire in campo durante la partita è tanto diverso? Sembra di sì.

Il giorno di lutto potrebbe essere utile se fossimo un paese civile e cioè se davvero una pausa servisse per riflettere su quel che è successo e per cercare di capire come e dove migliorare le cose, laddove è possibile; siccome tutto si ridurrà alla solita ridda di cordogli, parole in libertà e sterili polemiche e poi da domenica si ricomincerà come prima, tanto valeva giocare. Fare il proprio lavoro e farlo bene (non facendosi autogol per denaro, tanto per capirci) è ancora il modo migliore per onorare la memoria di un innocente che non c'è più.


Non è che volessi far giocare a tutti i costi le partite, la mia squadra aveva già giocato e io non avevo in programma di passare la serata davanti a Sky, preciso questo per tranquillizzare gli immancabili cervelli fini che non avendo compreso il senso del mio ragionamento fossero alla disperata ricerca di una stupidata per rispondermi. E' che non ne posso più di un paese irritante che affronta le tragedie in questo modo, all'apparenza bellissimo e commovente, in pratica ipocrita e inutile. Di un paese in cui ci si indigna in maniera bellisiima e formidabile e poi si ricomincia come se nulla fosse accaduto, senza mai cambiare nulla, senza mai far pulizia, senza mai imparare dall'esperienza e dagli errori commessi.

Un gesto simbolico è bello se a farlo è un paese responsabile e civile che intende in questo modo rispettare il dolore e la morte ma che ogni giorno si impegna concretamente per far funzionare le cose; se a farlo siamo noi, fa solo rabbia.
E' assolutamente vero: a far polemiche e ad indignarci non abbiamo rivali al mondo. I coccodrilli sono semplici dilettanti, rispetto a noi.

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)
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1 commento:

Veneris ha detto...

Dal mondo del calcio non mi aspetto mai nulla di buono. Ho letto la tua minibiografia, qualcosa di strairdinario. Ciao