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martedì 29 settembre 2009

Ti querelo per farti star zitto

Una delle tante storture di questo paese alla deriva, quasi mai sottolineata, è la possibilità, per una persona facoltosa, di intimidire a bella posta chi si propone, magari per mestiere, di dire la verità su di lui e sui suoi affari, semplicemente querelandolo anche sapendo di aver torto marcio.
Ho letto proprio oggi su questo tema un interessante articolo di Milena Gabanelli (Report, Rai3) sul Corriere online.
Dice Gabanelli: “premesso che chiunque si senta diffamato ha il diritto di querelare, che chi non fa bene il proprio mestiere deve pagare, parliamo ora di chi lavora con coscienza”
(…)
“In Italia le cause possono durare fino a 10 anni e chiunque, impunemente, ti può trascinare in tribunale a prescindere dalla reale esistenza del fatto diffamatorio. A chi ha il portafogli gonfio conviene chiedere risarcimenti miliardari in sede civile, perché tutto quello che rischia è il pagamento delle spese dell’avvocato. L’editore invece deve accantonare nel fondo rischi una percentuale dei danni richiesti per tutta la durata del procedimento e anticipare le spese ad una montagna di avvocati. Solo un editore molto solido può permettersi di resistere.”
(…)
“… alla fine una pressione del genere può essere ben più potente di quella dei politici, e diventare fisicamente insostenibile.”

Il punto è che in Italia se tu, pur sapendo di aver torto, quereli un tizio (un giornalista, un blogger), ottieni l’effetto di distruggerlo: alla fine, quando emergerà l’insussistenza della tua denuncia, rischierai al massimo una blanda sanzione pecuniaria. In altri paesi (Inghilterra, per esempio) rischieresti una multa salatissima, parametrata sul caso in esame, che potrebbe perfino essere doppia rispetto all’astronomica cifra di risarcimento che hai chiesto per intimidire chi ha osato scrivere, magari il vero, su di te (Hai chesto 100 e avevi palesemente torto? Adesso, oltre alle tue spese legali, paghi 200). In altre parole, altrove “la sanzione è parametrata sul valore della libertà di stampa, che viene limitata da un comportamento intimidatorio”.

Alla fine, infatti, chi viene denunciato più volte, sebbene abbia sempre detto il vero, è costretto a smettere di fare il suo lavoro: deve soccombere anche sa ha ragione. Quale blogger potrebbe, non dico pagare milioni di euro di risarcimento, ma anche solo sostenere una causa di dieci anni se il potente di turno, infastidito perché il blogger ha detto una scomoda verità su di lui, decidesse comunque di chiedergli qualche milioncino di euro di danni?

Oggi è questo ciò che avviene in Italia. Certo, altrove va anche peggio: in Birmania di recente un blogger ha preso 20 anni di galera per un reato d’opinione (quelli per i quali i nostri deputati sono non punibili, ndr). Vi ricordate dei milioni di euro di danni chiesti da un certo permier a un certo quotidiano solo perché questo ha “osato" rivolgergli 10 domande (più che legittime, in una democrazia) sulla sua vita privata e sulla sua condotta pubblica? E decine sono i casi di blogger che si sono visti arrivare a casa le forze dell’ordine e/o chiudere l’intero sito solo per una pretestuosa (e tutta da verificare) querela del potente di turno. Per non parlare della legge liberticida attualmente allo studio che vorrebbe disporre la chiusura di un intero sito a causa di un semplice articolo o di una semplice violazione (magari di un singolo utente!) e ben prima che vi sia, sul caso in esame,un pronunciamento giudiziario di merito.

Il potente e ricco di turno ha ottenuto il suo scopo, zittire chi osa dire le cose come stanno e continuare farsi gli affari (sporchi) suoi; la libertà di stampa è stata di nuovo mortalmente ferita; libertà e democrazia hanno perso.

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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Non ci sono più i duri di una volta

Esterno giorno, ore sei e quarantacinque della mattina, il sole ancora non è sorto sebbene ormai debba rassegnarsi a farlo, sono alla stazione ferroviaria in attesa del treno che, nel giro di un'ora e quaranta minuti (più canonico ritardo) mi porterà a destinazione. Marciapiede discretamente affollato di studenti e di varia umanità, per lo più assonnata o "sfavata", quasi tutti con zaino, 24 ore o valigia d'ordinanza, quotidiano sotto il braccio, labbra o colletti che ad un occhio attento tradiscono il ricordo di una brioche presa in fretta al bancone del bar, occhio da triglia e lingua impastata ma non incapace di fare chiacchericcio sul nulla già di buon ora. Chi è qui a quest'ora è diretto al lavoro o all'università, sicchè il morale rischia di far inciampare i distratti; quei pochi che sono in vacanza, invece, li riconosci perchè le luci dei lampioni si riflettono sui loro denti schierati in attoniti sorrisi. Non si può oltrepassare la linea gialla, ricorda una voce dall'alto: casomai a qualcuno venisse in mente di suicidarsi, sappia che da regolamento non può. E farebbe meglio a ripensarci, aggiungo io, perchè un suicidio ora e qui mi farebbe ritardare di ore e il malcapitato, se mai se la cavasse, dovrebbe poi vedersela con me: ci sono tanti ponti, prego accomodarsi.

Salgo sul treno e mi accorgo che non cambia mai niente: come dieci anni fa, quando andavo all'Università (no, non mi sono laureato, ormai punto all'alloro per anzianità), il treno delle sette è cronicamente insufficiente a recepire tutti i viaggiatori, sicchè come sardine viaggiamo stipati in scatole di latta, ma a differenza delle sardine abbiamo pagato un biglietto piuttosto salato (loro comunque sono sotto sale, un'analogia c'è). L'incompetenza dei dirigenti di Trenitalia fa a gara con la loro miopia e con il loro menefreghismo. Non trovo posto e mi rassegno a stare in piedi davanti alle porte, almeno per la prima parte del viaggio. La tentazione di farsi uno spino con il biglietto del treno che mi garantisce un posto in piedi c'è, inutile negarlo.

Nello spazio di metà vagone, compreso tra i due scompartimenti, in cui mi trovo, siamo in sette: tre si sono accomodati su quegli sgabellini di fortuna che spuntano dalla pareti, gli altri in piedi sognano viaggi interstellari a bordo di astronavi dai grandi e soffici divani. Io sono in piedi, l'innato senso della cavalleria mi impone di favorire il gentil sesso (che spesso gentile non è, ma insomma). Uno dei malcapitati che condivide il mio spazio vitale (seduto su uno di quei seggiolini) è un tipo al quale non chiederesti mai, incontrandolo in una città sconosciuta, dov'è via tal dei tali: piuttosto a un lampione, ma non a lui. Sguardo accigliato (è un duro o semplicemente uno duro?), anelli alle dita, borchie a piacere, unghie delle mani tagliate quadrate, anfibi, capelli 0,3 mm, orecchino dalla parte giusta, piercing, tatuaggi vari, abbigliamento aggressivo sul verde militare, presumibili idee politiche del cacchio e pochi neuroni a ballare sulla pista compresa tra le orecchie. Sta leggendo un fumetto (immagino una roba pulp, tipo suore tagliate in tre pezzi, bombe alla moschea, olocausto al country club). Certo, ti chiedi perchè mai un duro come quello si sia seduto, indulgendo ai piaceri della carne, anzichè infliggersi una normale e gratificante mortificazione fisica quale quella dello stare in piedi su un treno affollato, ma concludi, guardandolo di sfuggita negli occhi (uno sguardo insistito potrebbe garantirti un posto letto in ortopedia), che si è seduto per dimostrare che può fare quello che vuole, gentil sesso o no, e che lui sta seduto, gli altri vedano un po'. Anche il fumetto mi ha insospettito, lì per lì, ma non era mica Heidi o Remi o i Fantastici Quattro, lo intuivo da lontano: roba tosta, sicuramente per stomaci forti.

Invece era un caso in cui occorreva dar retta ai fugaci indizi di cui ho detto, sebbene fossero in palese contrasto con un abbigliamento e un modo di porsi da tipo che non deve chiedere mai e che, quando è stato proprio costretto a chiedere, ti ha già messo la mascella e il palato in condizioni tali da non poter rispondere se non con cenni della testa.
L'ho capito, che avevo sbagliato nell'ignorare certi piccoli indizi (lo zainetto pulito e a modino, il fatto di essersi seduto, il fatto di leggere un fumetto), quando ha deciso di fare una telefonata, dopo aver ricevuto un messaggio. Voce flebile e timorosa come quella di una teenager in piena crisi ormonale che di nascosto al babbo, in piedi nel corridoio, sta telefonando al fidanzatino, tutta sussurri e sguardi impauriti nel timore di veder spuntare il genitore, questo marcantonio finto metal e punk per ridere ha cominciato a bisbigliare e a sussurrare frasi incomprensibili per qualche minuto buono, per poi concludere con un chiarissmo e rivelatore "ti amo tanto anch'io, tesoro".
Da quel momento in poi non l'ho più guardato, la mattina è meglio non indugiare su spettacoli troppo raccapriccianti, si corre il rischio di impressionarsi la retina e stare un po' straniti tutto il dì. Basta, per me il discorso si chiudeva lì, con quel "a presto, ti amo tanto" che stonava sulle sue labbra quanto potrebbe stonare un altoatesino in costume tradizionale a passeggio per Nairobi.
Tanto valeva, allora, mettersi un paio di pinocchietti, una t-shirt e un paio di scarpe da ginnastica. Sarebbe come se una suora girasse per il centro cittadino in babydoll.

Che delusione. Non ci sono più i duri di una volta.

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lunedì 28 settembre 2009

Costituzione, articolo 1

La Costituzione della Repubblica Italiana (http://www.senato.it/istituzione/29375/articolato.htm) è il sole per chi crede nei valori della democrazia, della libertà, dell'uguaglianza, della solidarietà. Nata a metà del secolo scorso è sintesi mirabile ed equilibrata di diverse esigenze e dei valori fondanti del nostro vivere civile. E' la legge fondamentale e fondativa dello Stato italiano. Chi ne auspica talora un aggiornamento può aver ragione se con esso intende un perfezionamento di alcuni punti che inevitabilmente più di altri sentono il peso del tempo trascorso; chi la svillaneggia, ne propone radicali cambiamenti, la calpesta e ne offende origine e significato, vaneggiando di secessioni e di modifiche ai muri portanti della Carta, chi la bistratta con le parole e con i fatti, è un nemico della patria e dei valori che ho elencato sopra, è un pericolo per la democrazia.

L'articolo 1, sul quale oggi mi soffermo, è stato di recente oggetto di un'interessante analisi da parte di Lorenza Carlassare, professore emerito di diritto costituzionale nell'Università di Padova.

Art. 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.


Due sono le cose che ho apprezzato di quella puntuale analisi e che vorrei sottolineare oggi.

Innanzitutto la sovranità "appartiene al popolo" e non "emana dal popolo" come vi era in una prima bozza. La differenza è notevole: il popolo non si spoglia della sovranità con il voto, ma la mantiene sempre.
"Il contenuto della democrazia -diceva Carlo Esposito, costituzionalista illustre - non è che il popolo costituisca la fonte storica o ideale del potere, ma che abbia il potere ; non che abbia la nuda sovranità (che praticamente non è niente), ma l’esercizio della sovranità (che praticamente è tutto). E che possa esercitarla mediante il diritto di associarsi , di iscriversi ai partiti per influire sulla linea politica, di riunirsi e discutere gli atti dei governanti, di manifestare il dissenso in ogni forma."
"I cittadini sono il popolo, non è popolo solo il corpo elettorale e ciascuno di essi esercita la propria sovranità mediante i diritti". "Le libertà (in particolare la manifestazione del pensiero) sono infatti presupposti indispensabili per una cosciente partecipazione politica e, consentendo ai cittadini la pubblica critica e il controllo, evitano che gli istituti rappresentativi si riducano a una mera finzione."
Negli ultimi tempi si vorrebbe invece far passare per buona la tesi secondo cui i cittadini esprimono la loro preferenza al momento del voto dopo di che perdono la sovranità (che hanno trasferito col voto) e la possibilità di esercitarla, fino alle elezioni successive, in occasione delle quali magari sono chiamati a esprimere un voto su una lista di candidati fra i quali non hanno in realtà il potere di scegliere.
Questi sono i chiari frutti di una lettura disrtorta dell'articolo 1.

Si ritiene inoltre sempre più, da alcune parti, che "chi governa per mandato del popolo abbia ricevuto un’investitura di tale potenza da non sopportare limiti o condizionamenti da parte di altre istituzioni neutrali prive della stessa legittimazione (come la Magistratura) che non possono contrastare il sovrano. Un sovrano che in quest’ottica non è più il popolo, ma chi, in forza di un’elezione che gli trasferisce il potere, pretende di parlare in suo nome, rivendicando un’autonoma posizione di sovranità."
E' evidente come anche questa sia una visione volutamente distorta del dettato costituzionale e come negli ultimi anni abbia prodotto in concreto parecchi effetti deleteri quale per esempio il tentativo sempre più spiccato da parte del governo di esautorare il Parlamento, visto come un impaccio, con un selvaggio ricorso ai decreti-legge.
E' questo, secondo Lorenza Carlassare "l’approdo di una concezione autoritaria e acritica della sovranità popolare che conduce a risultati -la concentrazione del potere e la forza attribuita al capo –che rappresentano la negazione delle ragioni profonde della democrazia."
"I limiti al potere della maggioranza costituiscono l’essenza di questa forma di stato [lo stato moderno, liberale e democratico]. Limiti interni: il potere diviso fra più organi e controllabile. Limiti esterni: diritti e libertà. (...)
La democrazia non solo presuppone un’opposizione, ma riconosce e protegge la minoranza con i diritti e le libertà fondamentali. Non c’è democrazia senza pluralismo (...), o meglio: c’è il totalitarismo democratico.

(grazie a Lorenza Carlassare, Il Fatto quotidiano, 24.09.2009)

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domenica 27 settembre 2009

Persone normali, killer infallibili

Negli ultimi anni in Italia sono avvenuti alcuni crimini efferati e tuttora inspiegati. Penso ai casi Cogne, Garlasco, Erba, Perugia, ma ve ne sono molti altri, meno noti ma non meno crudeli e non meno irrisolti. Figli che massacrano i genitori e viceversa, fidanzati o compagni di studi che si uccidono a vicenda, vicini di casa che sterminano intere famiglie. Scandalo mediatico, indagini lunghe e complesse, perizie che durano anni e che ogni sei mesi rivoltano la prospettiva di 180 gradi, prove cancellate, sconfessate, non trovate, tralasciate, mosse e contromosse di accusa e difesa, patteggiamenti, stralci, inchieste che sembrano andare avanti a tentativi: nessuna certezza viene mai raggiunta, paradossalmente anche in quei pochi casi in cui qualcuno in galera c'è (vedi Erba). E' evidente che tutto questo trae origine dalla notevole inadeguatezza (tecnica, economica, organizzativa, umana?) dei nostri organi inquirenti, è l'unica spiegazione logica. Non è infatti possibile che comuni cittadini, persone normali, a volte anche d'età, riescano, magari sotto l'impeto del momento (ma anche se ammettiamo che vi sia premeditazione cambia poco) a compiere delitti perfetti, senza lasciare tracce di nessun tipo (capelli, sangue,
impronte, ricevute, tracce col cellulare), con alibi non smontabili, senza mai tradirsi o contraddirsi, senza che vi siano mai testimoni, in poche parole senza mai commettere errori di nessun tipo: nemmeno il più allenato, spietato e professionale dei serial killer ci riuscirebbe. Solo quando il colpevole confessa il caso si risolve subito, ma spesso poi ritratta e allora si torna nel circolo vizioso delle mille verità e nessuna certezza.

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giovedì 24 settembre 2009

Travaglio comunista, tutta da ridere

Oggi sul Fatto Quotidiano, in prima pagina, Marco Travaglio dedica un po' di attenzione a Massimo D'Alema. Fa quello che sa fare meglio: dimostrare come i politici siano capaci con estrema naturalezza di dire tutto e il contrario di tutto nel giro di pochi anni o di pochi mesi, senza provare vergogna anzi pavoneggiandosi e avendo pure la faccia tosta di fare i sapientoni, fidando naturalmente nella brevissima memoria storica degli italiani (che arriva a 90 minuti al massimo). Parte da una curiosa affermazione del "baffetto" ("in Italia c’è troppo “antiberlusconismo che sconfina in una sorta di sentimento antiitaliano”) e, scavando nell'archivio, tira fuori una serie incredibile di frasi antiberlusconiane pronunciate da D'Alema dal 1993 al 2009, del tipo: "“è come Ceausescu”, “è il capo di una banda che antepone i propri interessi a quelli dell’Italia”, "è un barbaro", "non riconoscerei Berlusconi come premier legittimo nemmeno se vincesse le elezioni" e, vi assicuro, tante altre, davvero stupefacenti.
Questo per dire quanto sia ottuso chi considera Travaglio antiberlusconiano. Facile il giochetto "parla delle malefatte del premier dunque è comunista", bel giochetto per decerebrati disinformati! Basta conoscere Travaglio un 20% e avere un cervello operativo al 40 per evitare di pronunciare simili stupidità.

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"Il fatto quotidiano", ovvero del giornalismo

Ieri, 23 settembre 2009, è uscito il primo numero de IL FATTO QUOTIDIANO, il nuovo giornale diretto da Antonio Padellaro e che vede la partecipazione di firme prestigiose come Marco Travaglio, Oliviero Beha, Massimo Fini, Peter Gomez, Marco Lillo, Bruno Tinti, Furio Colombo, ecc. Un giornale fin da subito osteggiato dai cortigiani imbrattacarte che vedono insidiato il loro primato di falsificatori a libro paga del regime e che viene stupidamente definito di sinistra solo perchè non ha paura di parlare delle malefatte del premier oltre che della inanità dell'opposizione.

Per la prima volta nella storia della stampa italiana ad un quotidiano che ancora non esiste si sono abbonate, nel giro di poco più di tre mesi, 30.000 persone. Ieri, poi, le copie distribuite nelle edicole sono andate esaurite in poche ore, tanto che oggi non se ne tireranno 85.000 ma 200.000.

IL FATTO QUOTIDIANO può segnare una svolta epocale, se solo saprà mantenere anche la metà delle promesse che ha fatto in questi mesi.
E' un evento. Lo attendevamo, ci speravamo. Tornare a comprare un quotidiano per sapere cosa accade nel mondo senza censure, senza balle di regime o versioni di comodo da opposizione connivente. Un giornale che se spara panzane o mistifica la verità nessuno compra più e quello chiude (non è fantascienza, è realtà!). Un giornale che non campa coi soldi pubblici o di partito (è l'unico giornale che non ha chiesto la sovvenzione dello stato) ma con l'euro del lettore. E pertanto non dipende da nessuna multinazionale e può parlare male o bene di chiunque, non dipende da nessun potere forte e quindi non ne e' schiavo. Un giornale libero. Un quotidiano che fa il quotidiano. Un quotidiano la cui esistenza dipenderà solo dal giudizio dei lettori, a differenza di molti altri che, sebbene vendano quattro copie e scrivano falsità vergognose prestandosi al ruolo di megafoni sciocchi e servili di questo o quel potere forte, non hanno problemi a tirare avanti grazie ai soldi pubblici che ricevono.
Cosa si propone IL FATTO QUOTIDIANO? Una cosa semplice da realizzare, specie nel desolante panorama giornalistico attuale: dire tutte le notizie, anche quelle scomode per certi figuri (capito, Minzolini?), dirle nel modo più obiettivo possibile e commentarle separando i fatti dalla opinioni.
Ehi!.... se non sbaglio, tutto questo si chiama giornalismo!

Se tieni alla libertà di stampa, se vuoi spendere un euro e venti per sapere quello che succede nel nostro paese senza filtri di regime, adesso sai quale giornale acquistare, in edicola o in abbonamento.
Visita www.antefatto.it per saperne di più.

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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mercoledì 23 settembre 2009

Aria irrespirabile in quella stanza

Lo confesso: ancora adesso penso ad una provocazione, ad uno scherzo tirato lì per vedere le reazioni che provoca, come da bambini si buttava il mortaretto e poi via, a gambe levate. Perchè se fosse un testo da prendere sul serio la situazione sarebbe davvero drammatica.
Parlo della "stanza di Mario Cervi" del 15/9: in quella stanza, quel giorno, l'aria era irrespirabile, tanto da sconsigliarne l'entrata a chi si trovava a passare sulla soglia.
Leggete cosa scrive Cervi, leggetelo ancora due volte e solo dopo fate quella smorfia a metà tra lo schifato e il seriamente preoccupato che ho fatto io.

"Non riesco a capacitarmi del fatto che si tolleri con tanta leggerezza il proliferare di giornali nuovi, vedi quello di Marco Travaglio", "Possibile che l’avvocato Ghedini non riesca a trovare un reato plausibile per la chiusura di queste «vipere» che strisciano", "Un giornale che palesemente offende e denigra il capo del governo va subito chiuso", "Io credo che l’unica soluzione a questo continuo stillicidio di calunnie sia quello di rispondere con i sistemi usati (che io non approvo) da Putin nei confronti della Georgia, e della Cina nei confronti dei monaci tibetani: «La forza». Dopo una serie di bastonate inflitte a Franceschini, D’Alema, Travaglio, Santoro e Maurizio Mannoni, si vedrebbero subito i risultati, si vedrebbe il ritorno del rispetto nei confronti di Berlusconi".
(Mario Cervi, Il Giornale, 15.09.2009, trovi il testo completo cliccando su: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=382733%29

Faccio notare che mancavano 8 giorni alla nascita del giornale denigrato.

Penso di aver letto di rado, su un quotidiano nazionale (che, ricordiamolo, come tutti si nutre di sovvenzioni pubbliche -tutti ad eccezione del Fatto Quotidiano di Padellaro e Travaglio, si intende), righe così illiberali, antidemocratiche, ottuse, fasciste (ma odio ripetermi). Quasi naif nella loro intollerabile violenza. La chiusa è poi una miscela irripetile di comicità e di violenza.
Un testo che ti fa capire come la libertà di stampa abbia alcune inevitabili controindicazioni (vaneggiamenti siffatti, appunto) ma come sia nonostante tutto un bene (oggi a rischio) davvero irrinunciabile per tenere a freno queste derive tiranniche, autoreferenziali, anticostituzionali, pericolose, vergognose.

Scusatemi tanto ma perchè dovrei spendere un euro e venti per acquistare Il Giornale quando il TG4 è gratis? Piuttosto aiuto un vucumprà, brioche e caffè al bar, come ho fatto ieri: due chiacchere e un sorriso. Io compro i giornali per sapere i fatti, ecco perchè di recente offro spesso colazioni ai nostri amici che, di tanto in tanto, passano dal negozio per vendere qualcosa.
(Un grazie a Giada per la segnalazione)

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domenica 20 settembre 2009

Battaglie sacrosante

Aggiornato alle 12.00 del 21/09/2009

Daniela Santanchè, già nota per aver mostrato il dito medio agli studenti che manifestavano per i loro diritti e per aver cercato di gettare un po' di fango su Veronica Lario appena caduta in disgrazia sparando una bella boiata sui suoi presunti amanti, oggi ha deciso che era il caso di andare davanti alla Fabbrica del Vapore, a Milano, e di inscenare una manifestazione contro le donne musulmane che portano il burqa e che si stavano recando a festeggiare la fine del Ramadan. Protetta da una scorta sovrumana, nei tafferugli che sono seguiti al suo insensato tentativo di strappare il velo ad alcune donne (così riferiscono i testimoni) si sarebbe lievemente ferita (contusioni lievi, 20 gg.).

Come è prassi in questa burletta di nazione, viva indignazione ha provocato questo fatto nel mondo politico: ed ecco in bella fila la Gelmini ed il Frattini che esprimono solidarietà alla ex parlamentare, stigmatizzano, parlano di episodio grave e inaccettabile, etc. La parlamentare del PDL Souad Sbai definisce la battaglia della Santanchè sacrosanta.

Potete dire quel che volete sull'usanza del burqa, sulla condizione sottomessa della donna nella cultura islamica e balle varie: sono il primo a venirvi dietro. Ma siamo sicuri di avere le carte in regola per fare le pulci agli altri? In Italia fino al 1945 le donne non avevano il diritto di voto. Tutt'oggi sono discriminate sul lavoro e pagate meno degli uomini. Inoltre il loro corpo è sistematicamente usato alla stregua di merce da giornali, tv, ecc. Senza parlare del percorso degradante che spesso conduce certe donne a posti di responsabilità. Non faremmo una figura migliore a stare zitti e a rispettare le usanze degli altri o, perlomeno, a porle in discussione senza cercare atti di forza e stupide provocazioni?

Strappare il velo o cercare di strappare il velo a una donna musulmana è un atto gravissimo, ammesso che la Santanchè lo abbia fatto o ci abbia provato: questo è quel che è avvenuto secondo il racconto dei presenti, naturalmente da verificare. Può accadere, anche se non è auspicabile, di venire malmenati un po', se ti butti con un bel po' di "squadristi" (cito sempre i testimoni presenti) e cerchi di strappare il velo ad alcune donne musulmane irrompendo in quello che per loro è un giorno di festa.

Provate un po' ad immaginare cosa sarebbe successo se, per protestare contro la mercificazione della donna messa in atto dalla cultura occidentale, un esponente della società civile, di religione musulmana, si fosse presentato all'ingresso di Palazzo Grazioli cercando di fermare l'auto dai vetro oscurati con la quale il Tarantini ("imprenditore pugliese", ora in galera) stava portando manipoli di ragazze facili a casa di Berlusconi (all'insaputa di questi) per uno dei soliti festini: la reazione sarebbe stata la stessa?

Se fai una provocazione così irrispettosa, forse puoi aspettarti di non essere accolta a rose e fiori; puoi davvero stupirti se vola qualche insulto e qualche spintone?


Aggiornamento del 21/09/2009, ore 12.00:

Un post per sua natura non può essere omnicomprensivo o esaustivo come un trattato. A volte quando leggendolo si ha un dubbio su come la pensa l'autore su certi temi o su cosa intendeva dire di preciso in questo o quel punto, può aiutare il fatto di aver letto altre volte il blog e di conoscere quindi un po' chi lo pubblica. Con questo voglio dire che, con riferimento al tema del burqa e della manifestazione della Santanchè, è evidente che, a parere di chi scrive:
1) le leggi vanno rispettate da tutti e dunque va rispettata anche quella degli anni settanta che vieta di girare col volto coperto (di certo non rispetterei una legge razziale, però, questo è meglio che lo dica subito);
2) il modo per chiedere il rispetto di una legge non è irrompere con scorta e volantini nel corso di una manifestazione religiosa autorizzata, creando confusione, inasprendo gli animi e provocando la reazione di qualche esagitato;
3) la Santanchè non è nuova a episodi poco simpatici e non mi pare brilli per spirito di accettazione di culture diverse;
4) tutti siamo tenuti al rispetto delle leggi ma chi queste leggi le fa dovrebbe operare affinchè siano rispettate anche quelle più importanti, lo siano da tutti (parlamentari inclusi) e non vi siano invece strumentali e continui attacchi alla magistratura da parte di chi, potente, viene beccato col naso nel vasetto della marmellata;
5) chi arriva nel nostro paese deve rispettarne leggi e usanze senza eccezioni, ma non deve essere costretto a cancellare la sua identità.
Su burqa, condizione sottomessa della donna nella religione musulmana, integrazione ecc. si può dire molto, ma non è questo post la sede.

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venerdì 18 settembre 2009

Fuori menu (di Nacho G. Velilla)

"Fuori menu" è un film che dice pane al pane e vino al vino senza curarsi delle possibili reazioni a un linguaggio esplicito perchè vero e a una storia rivoluzionaria perchè semplice e reale e, quando questo succede, di solito i cosiddetti benpensanti (che benpensanti sono poi di nome ma non di fatto) si scandalizzano. Il tema è scottante e il linguaggio è libero: due fattori di troppo per un paese come l'Italia, sulle cui spalle grava col suo insopportabile peso la presenza e l'ingerenza della Chiesa cattolica che condiziona pesantemente il sentire comune, determina le scelte politiche, influenza senza averne il diritto molti aspetti pratici della nostra vita di cittadini e tarpa le ali alle ambizioni laiche di un paese libero e democratico.

Il film è spagnolo e ancora una volta abbiamo la prova che la Spagna è attualmente molto più progredita di noi in fatto di sentire comune, di diritti civili, di fermenti culturali, oltre che in termini strettamente economici: solo una società più evoluta e più libera, più effervescente e più vitale, che perfetta non è ma che pensa da grande, può dar vita a un film come questo e realizzarlo in questo modo: da noi analoghe premesse finirebbero invariabilmente per generare insopportabili fiction ipocrite e buoniste o film di nicchia pesanti a artificiosi subito messi all'indice e bollati come demoniaci.

Concentrandoci sull'aspetto artistico, il film si basa su una storia credibile e che ha spessore, e questo è sempre un ottimo punto di partenza per un film che abbia ambizioni; ha ritmo, è spassoso, fa riflettere. Sempre realistico, esplicito ma mai volgare, spumeggiante, spesso sopra le righe ma mai forzato, commovente nel finale, quando l'inevitabile lieto fine ci consegna un messaggio che tanto banale, se ci si pensa, non è. Velilla tratta temi per noi delicati come se fossero usuali e scontati e riesce alla fine a trasmetterci un appagante e tranquillizzante senso di normalità, oltre alla soddisfazione per una riconciliazione familiare a lungo inseguita; se sui titoli di coda ti trovi a pensare che è quello il mondo in cui vorresti vivere e quello è il modo di pensare che vorresti conquistare o che vorresti scoprire negli altri vuol dire che qualcosa, nella società a cui appartieni e nelle teste dei tuoi simili, non funziona.

Il clima del film, la storia, l'epilogo rappresentano in fin dei conti un punto di arrivo o comunque una tappa desiderabile ma ancora lontana per società come la nostra ancora impastoiate da lacci e laccioli religiosi e finto moralisti.
Anche se non mancano i classici luoghi comuni che sempre perseguitano le persone omosessuali, essi tuttavia non sono mai pesanti o posticci, sembrano anzi funzionali al tutto: non caratteri superficiali e banali fini a se stessi ma parte integrante di una miscela dosata con equilibrio. Javier Càmara (il cuoco Maxi) è addirittura stupefacente ma nel complesso tutti gli interpreti forniscono prove di rilievo. Il regista tratta il tema dell'omosessualità per mostrare come ancora vi siano in Spagna residui di omofobia e di machismo nonostante i notevoli passi avanti compiuti in questo senso negli ultimi anni; alla fine riesce ad evidenziare come gli affetti, nella vita di un uomo, non debbano perdere la loro centralità, anche a costo di dolorose rinuncie professionali.

Tra frizzi, lazzi e gag divertentissime assistiamo all'evoluzione di un difficile rapporto padre-figlio e agli alti e bassi di un non meno complesso rapporto tra datore di lavoro e dipendenti, entrambi recuperati grazie alla voglia di mettersi sempre in gioco, al desiderio di conoscere gli altri e di accettarne la natura, alla capacità di capire cosa conta di più nella vita e cosa meno e al bisogno di assumersi, sia pure in ritardo, le proprie responsabilità, ammettendo magari di avere sbagliato, se è il caso. La diversità viene dunque vista come ricchezza e non come pericolo e viene vissuta con leggerezza, senza complessi, al massimo con un po' di prudenza ma comunque con normalità, col sorriso sulle labbra e il cuore aperto, perchè in fin dei conti accettarsi è il primo passo per essere accettato dagli altri e per saper accettare gli altri e perchè, come ho letto su un manifesto di un qualche gay pride, "l'amore tra uguali, non è poi così diverso".

Un film che consiglio ai razzisti, agli omofobici, ai possessori di verità universali che negano diritti e possibilità a chi non è eterosessuale represso e perbenista: può sempre capitare che d'improvviso un lampo di luce vi illumini la mente e questo film potrebbe riuscirci. Tu vedi "Fuori menu", ridi, rifletti, piangi, ridi di nuovo e alla fine capisci che non viene da un altro paese ma da un altro mondo. Complimenti al regista, allo sceneggiatore e alla produzione per il coraggio dimostrato, per il talento espresso e per la profonda leggerezza e la deliziosa brutalità che la pellicola mantiene per tutti i 110 minuti.


Fuori menu (Fuera de carta), Spagna 2008, 111', di Nacho G. Velilla, con Javier Cámara, Lola Dueñas, Carlos Leal, Fernando Albizu, Fernando Tejero, Benjamín Vicuña, Jorge Alonso, Cristina Carretero Yiyo Alonso, Alejandro Cabrera
Trama (grazie a http://www.cineblog.it/post/15727/fuori-menu-fuera-de-carta-recensione-in-anteprima): Maxi crede che la sua vita sia perfetta: è un cuoco di riconosciuto prestigio, proprietario di un ristorante di moda nel quartiere gay di Madrid, sogna di conquistare una stella sulla Guida Michelin e vive la sua omosessualità senza complessi. Improvvisamente irrompono nella sua vita i due figli avuti da un precedente matrimonio di facciata ed un nuovo vicino di casa, una ex stella del calcio argentino molto attraente. La tranquilla vita di Maxi subirà qualche violento scossone che lo costringerà a riconsiderare la propria scala dei valori…


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mercoledì 16 settembre 2009

Bufale in salotto

Ieri sera Porta a Porta con Berlusconi a pavoneggiarsi per meriti non suoi, a raccontar balle su balle, a minacciare e offendere giornalisti e editori assenti. Una trasmissione costruita ad arte per cercare di fare il pieno di ascolti (modificazione dei palinsesti delle altre reti al fine di non avere concorrenza), un notaio di studio pronto a certificare il fasullo e la patacca.

Oggi la Fnsi (federazione Italiana Editori Giornali) parla di "una delle pagine più vergognose di quello che si fa sempre più fatica a chiamare servizio pubblico".

Paolo Garimberti, presidente della Rai, che evidentemente ieri ha dimenticato di prendere la stessa marca di antistaminico che prende Napolitano, è uscito dal bozzolo di neutrale indifferenza in cui prospera e ha detto: "In tutte le democrazie occidentali le tv pubbliche sovvenzionate dal canone criticano governi, coalizioni, partiti e singoli politici senza che nessuno gridi allo scandalo. Gli uomini pubblici e di governo, che pensano che la Rai debba astenersi dal riportare critiche alla loro parte scambiano il servizio pubblico con le televisioni di Stato che operano in regimi non democratici. Il servizio pubblico, come dice la parola stessa - chiarisce Garimberti - è al servizio di tutti i telespettatori, quali che siano le loro opinioni. Completezza e pluralismo dell'informazione ne sono i principi fondanti - continua - e non possono non essere il metodo di lavoro delle nostre redazioni. Il diritto di critica al nostro operato è legittimo, la delegittimazione sistematica e l'insulto no".

Ezio Mauro, direttore di Repubblica (colpevole di condurre inchieste giornalistiche e di chiedere conto al premier dei suoi comportamenti immorali e probabilmente illegali), afferma in merito alle minacce "mafiose" de Il Giornale nei confronti di Fini (presidente della Camera, terza carica dello Stato):
"Quello che è evidente è che stanno cercando di intimidirlo preventivamente con minacce di dossier a sfondo sessuale. Si cerca di bloccare il pensiero di chi non è conforme al berlusconismo. Per questo mi chiedo si può governare l'Italia a colpi di dossier? Si possono usare servizi segreti per preparare dossier su persone non conformi? Si può sostituire alla politica la minaccia?"

Massimo D'Alema (PD) giudica la trasmissione di Vespa "una sorta di bollettino di regime in cui il presidente del consiglio ha fatto finta di consegnare case che in realtà erano prefabbricati forniti dalla provincia di Trento".
Sappiamo che è così: le case non le ha fatte Berlusconi, le sue sono ancora in alto mare, le ha fatte la provincia di Trento, poi Berlusconi le ha prese e le ha portate a Onna prendendosene il merito esclusivo.

Scrive il quotidiano spagnolo El Mundo: "Il conflitto d'interesse di cui Silvio Berlusconi è protagonista ha vissuto ieri sera uno dei suoi grandi momenti, con l'organizzazione di uno show di autopromozione televisiva senza alcuna concorrenza negli altri canali tivù". Tutte le trasmissioni che potevano togliere audience all'apparizione del premier a "Porta a Porta" per la consegna delle prime case ai terremotati dell'Abruzzo, osserva il Mundo, "sono scomparse dagli schermi come per magia". Per comprendere come ciò sia possibile, il giornale ricorda ai suoi lettori che Berlusconi è proprietario di "tre delle quattro reti private nazionali" e controlla due dei tre canali pubblici della Rai. "Una volta di più", scrive il quotidiano spagnolo, "la televisione italiana ha glorificato Berlusconi e lo ha elevato sugli altari, cancellando otto programmi" per permettergli di avere il massimo ascolto.

Travaglio (Il Fatto quotidiano) infine, e con lui Caporale di Repubblica ci ricorda che in Irpinia nel 1980 si fece molto meglio che a Onna, sicchè le roboanti affermazioni di Berlusconi sulla eccezionalità di quest'impresa sono solo balle e aria fritta. "Lo staff di Giuseppe Zamberletti, democristiano lombardo concreto ed efficiente, che senza essere sottosegretario a nulla, ma in veste di commissario straordinario di governo, mise a frutto l’esperienza maturata nel 1976 in Friuli e riuscì a consegnare 150 chalet (identici ai 45 inaugurati ieri dal premier, anche se a pagarli è stata la provincia autonoma di Trento, governata da Lorenzo Dellai, centrosinistra) alla popolazione di Ariano Irpino, che aveva appena pianto 300 morti, riuscendo a seppellirli solo tre settimane dopo. Quando avvenne la consegna? Qualcuno, sentita la premiata ditta B&B, nel senso di Berlusconi & Bertolaso, dirà: sicuramente non prima di 170 giorni, altrimenti gli annunci del presidente del Consiglio e del capo della Protezione civile sarebbero nient’altro che balle. E i giornali che le registrano senza batter ciglio sarebbero nient’altro che uffici stampa. Bene, tenetevi forte: Zamberletti consegnò ad Ariano i primi prefabbricati appena 60 giorni dopo il terremoto e le 150 casette con giardino dopo soli 122 giorni, dando un tetto permanente a 450 persone: la metà dei superstiti. Cioè impiegò ben 40 giorni in meno della ricostruzione più imponente e rapida eccetera, per fare il triplo del migliore presidente del Consiglio degli ultimi 150 e del capo della Protezione civile che tutto il mondo ci invidia."

E gli Italiani cosa fanno? Guardano Porta a Porta e poi, il cervello una spugna bella imbevuta di stronzate, vanno a letto. Che ha detto Travaglio??? ma lui è di parte... E Caporale? ma lui è di Repubblica...
Berlusconi però... ci sa fare eh? Si può dire tutto di lui, ma questo governo in Abruzzo ha fatto grandi cose...
Tramonta un altro giorno su questa democrazia malata terminale.

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martedì 15 settembre 2009

Raccontaballe

Questa sera "Porta a porta", diretta dal gran maggiordomo del potere, sarà libera di celebrare come un imperatore vittorioso Silvio Papi Berlusconi, nel modo presumibilmente più vergognoso e fazioso possibile. Per essere sicuro di catalizzare l'attenzione di tutti, e di poter così raccontare le ignobili verità di regime omettendo la realtà che è ben più scomoda, chi di dovere ha eliminato Ballarò (che avrebbe dovuto trattare lo stesso tema ma, come dire, in modo insopportabilmente obiettivo e neutro), allontanato Matrix, predisposto sulle altre reti una programmazione piatta e banale. Una tattica spudorata e perversa che stravolge i palinsesti della tv pubblica solo per permettere al premier di godere di un'ampia e non contrastata vetrina in cui diffondere la sua verità taroccata.
La consegna di 47 chalet a 200 dei trentamila sfollati per il terremoto d’Abruzzo dopo appena 162 giorni rappresenta per Papi “il cantiere più grande del mondo”, nonché l’opera di ricostruzione più rapida e imponente della storia dell’umanità". Chissà quante altre balle ci propinerà stasera questo bugiardo impenitente che, dopo aver cacciato in malo modo Mike Bongiorno dalla sua azienda (al cui successo ha contribuito in maniera eccezionale) e averlo ignorato per cinque mesi tanto da spingere il popolare presentatore a chiedersi il perchè, affranto e inconsolabile, in diretta da Fazio, è intervenuto al suo funerale trasformando il suo discorso commemorativo nell'ennesima insopportabile e inopportuna autocelebrazione.

Questa impresa di Onna, che sembra sfidare, nelle parole di Papi, quella della costruzione della grande muraglia cinese, è in realtà un clamoroso bluff mediatico costruito ad arte, come oggi fanno opportunamente notare quei pochi che ancora non sono a libro paga di nostro Sire.
Ai tempi del terremoto dell'Irpinia (molto più grave -3000 morti e non 300- e senza che vi fosse la Protezione civile) le case furono consegnate prima: 122 giorni dopo il sisma e non 162 e 150 casette e non 47, capaci di ospitare 450 persone e non 200, e senza questa indegna carnevalata.
Stasera Vespa ve lo dirà oppure loderà mellifluo questo esecutivo modello?

Le case consegnate da Papi questa sera non sono le case promesse dal governo, ma sono le case costruite dalla Provincia di Trento col denaro raccolto dalla Croce Rossa e donate all'Abruzzo: ma il merito se lo prenderà il governo, sebbene le villette promesse da Berlusconi per settembre non siano ancora pronte. Vespa, questa sera, farà notare questo fatto?

Questa sera inoltre verrà dato spazio alle legittime proteste dei terremotati, alle loro domande inascoltate, alle loro richieste non esaudite? Alle loro fondate paure ingigantite dall'avvicinarsi dell'inverno, che in quelle zone non scherza? Verranno mostrate le loro vibranti proteste, del resto sempre censurate dai tg di regime del MINZculpop in questi mesi? E si dirà che la situazione è pessima per tutti gli altri e che mancano i fondi per la ricostruzione e che ancora non sono stati decisi i criteri per l'assegnazione delle case, ecc.?

Ovviamente no.
Ecco perchè definiamo Porta a Porta di stasera una pagliacciata come quella di tante altre sere (memorabile l'intervista in ginocchio a Papi che esponeva le sue panzane in merito a Veronica, Noemi e festini vari). Balle di regime. Il contrario della verità. Lo spettacolo del dolore. Una passerella tra le macerie. Bruno Vespa farebbe meglio a vergognarsi, anzichè pretendere le scuse di Di Pietro pena l'esclusione a vita da quel salotto di servile mistificazione, chè anzi una tale esclusione dovrebbe essere esibita dal destinatario come la più gloriosa e luccicante delle medaglie.

George Orwell sgranerebbe gli occhi dall'incredulità, se solo fosse ancora tra noi. Qui si riscrive la storia, si mistifica la realtà, si inquina la verità col veleno della menzogna di regime e la si propina in tutte le case degli Italiani spacciandola per notizia. Questo non è ancora un regime, ma non è più da tempo una democrazia.

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lunedì 14 settembre 2009

Chi guida, per favore, non beva per niente

Ho letto l'articolo di Giorgio Calabrese "Due bicchieri non sono una colpa" dell'1/9/2009 su "La Stampa"
(http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6340&ID_sezione=29&sezione=).

Molte considerazioni sono giuste e opportune ma, nell'insieme, non è condivisibile il messaggio che filtra. Dato che non possiamo distinguere tra corporature, stomaci pieni e vuoti, superalcolici, vini da tavola e cocktail, e nemmeno affidarci al senso di responsabilità del singolo, l'unico modo per non dover pulire continuamente l'asfalto dalle chiazze di sangue è non bere se si guida. Bere è bello, fa parte della nostra cultura, ecc: ma è essenziale per vivere? No, pertanto tutti questi distinguo sono a mio parere inutili.

Tra l'altro l'Istituto Superiore di Sanità afferma che oltre lo 0,2 di tasso di alcolemia del sangue la riposta ai riflessi è già rallentata. E, fatto pari a 1 il rischio di incidenti quando si è sobri, secondo una stima dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, questo rischio cresce a 380 quando il tasso alcolemico è pari a 1,5 g/l. Chiude la Consulta nazionale sull'alcol secondo cui ben il 40% degli incidenti stradali avvengono a causa degli effetti dell'alcol. Capite bene che di fronte al buon senso e a questi dati che lo corroborano le affermazioni del ministro Zaia (con due bicchieri non si è ubriachi) oltre che assurde e inopportune sono pure gravemente inesatte e, non si esagera nel dirlo, incredibili in bocca a un ministro.

Chi guida, per favore si astenga del tutto dal bere alcolici e superalcolici (oltre che dal drogarsi, impasticcarsi, rimbecillirsi, per favore): l'industria vinicola non chiuderà per questo. E se viene beccato, sia punito con durezza. Io faccio sempre così, bevo solo quando sono a casa o quando guidano gli altri: non morirò mai perchè brillo al volante. Ma, se andiamo avanti così, morirò perchè ci sono assassini irresponsabili e impuniti sulle strade. Quasi sempre le soluzioni migliori sono quelle più semplici.

Ho scritto due righe a La Stampa, che però non ha ritenuto opportuno pubblicarle. Fa niente. Forse dire che non si deve toccare vino non è così seducente come dire che un paio di bicchieri si possono buttar giù...

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sabato 12 settembre 2009

Trote e animali vari

Il figlio di Bossi, tale Renzo, detto "trota", già noto per essere stato bocciato per ben tre volte alla maturità (suo padre disse: "colpa dei professori del sud") e per avercela finalmente fatta al quarto tentativo, già tristemente noto per aver ideato e messo su Facebook il gioco demenziale "Rimbalza il clandestino", di recente rincuorato e incoraggiato dal noto e bravissimo giornalista Bruno Vespa con una lettera pubblicata su alcuni quotidiani ("Ho sentito che tu vuoi fare politica. Bene, vieni da un’ottima scuola e hai buone possibilità di emergere"), ha finalmente fatto carriera. Chi ha detto che studiare, in Italia, non paga? Renzo Bossi, fresco di maturità, è stato nominato, per evidenti meriti, membro del consiglio di direzione dell’ ”Osservatorio sulla trasparenza e l’efficacia del sistema fieristico lombardo”, un ente inutile ideato dalla stessa Lega. Percepirà uno stipendio di 12.000 euro al mese, in pratica guadagnerà dieci volte di più di uno a caso fra gli insegnanti che lo hanno ritenuto, per tre volte, non maturo.

Nel frattempo noi dobbiamo sorbirci, quasi ogni giorno, le demenzialità prodotte dal padre che, da improbabili raduni padani e bislacchi riti dell'ampolla, ci diverte con le sue solite uscite senza senso (la vicenda delle escort? colpa della mafia, contro la quale il governo ha deciso misure molto dure) e le sue solite stronzate xenofobe e razziste, per le quali si merita un paio di bacchettate da Fini, il che, se permettete, è tutto dire. Caro Umberto, non è tempo di ritirarti a vita privata? Abbiamo capito, Roma è ladrona (ma a tuo figlio i 12mila euro chi li dà? lo Stato, no?), i meridionali melma inferiore, gli immigrati carne da macello, no al voto agli immigrati, no alle moschee, sì al dialetto nelle scuole, via l'inno di Mameli, i fucili sono pronti, col tricolore mi ci pulisco il culo, ecc. ecc.: conosciamo a menadito il campionario delle rozze bestialità che sei uso maneggiare. Ora, per favore, appendi il fazzoletto verde al chiodo, è ora.
Noi cercheremo di dimenticarci delle tue immani stupidate, delle tue condanne, di tuo figlio che dopo aver stabilito un primato quasi imbattibile (i leghisti ce l'hanno duro... ma cosa? sarà mica il cervello?), adesso vergognosamente si instasca una barca di soldi, di Calderoli che porta il maiale a pisciare sui luoghi in cui dovrà sorgere una moschea e che quando parla vien voglia di accendere una sega elettrica al massimo della velocità, di Maroni che ributta a mare barconi pieni di immigrati come se si trattasse di insetti, senza sincerarsi se tra essi vi siano donne, bambini, malati, gestanti o persone che hanno diritto all'asilo politico in quanto perseguitati, di Zaia che se bevi due bicchieri e poi guidi non sei ubriaco e nel frattempo viene beccato a 190 al'ora sull'autostrada, di Cota che vuole fare classi per italiani e classi per immigrati, di Salvini che propone bus per soli milanesi e che canta, saltando, cori da stadio gravemente offensivi nei confronti dei napoletani, di Borghezio che disinfetta con l'alcol i sedili su cui siedono di solito alcune prostitute, che parla di superiorità etnica dei padani e che durante il discorso di Ciampi a Bruxelles sventola bandiere padane, sbraita, inneggia alla secessione, urla Italia vaffanculo e si fa espellere dall'aula, di una Lega Nord insomma (dalle solide radic cristiane) che sta trascinando l'Italia verso il baratro tenendo Papi per le palle e costringendolo ad accettare qualunque cosa, anche la più puzzolente, in cambio dell'appoggio al peggior governo degli ultimi settant'anni.

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mercoledì 9 settembre 2009

Ore 20: sketch super spinti, ma col bollino verde

(aggiornato 11.09.2009 ore 22:30)

Fa discutere la nuova sit-com trasmessa da Italia 1, protagoniste Alessia Marcuzzi, quella del bifidus, e Debora Villa, ex Camera Cafè, Iene, etc. Sul sito Mediaset leggiamo: "Alessia Marcuzzi e Debora Villa accendono i riflettori sui loro complessi, mettono alla berlina i limiti del sesso opposto e si prendono gioco della società e delle sue contraddizioni, attingendo spesso al vissuto quotidiano." Altrove però si trovano alcune clip un po' più esplicative e si legge, un po' più chiaramente: "La Marcuzzi come non l'avete mai vista". E io mi aspettavo, che so, lei che dopo il Grande Bordello conduce un programma serio, invece avevo equivocato.

Ho visto qualche promo e qualche scena. "Così fan tutte" e', come annunciato, una sit-com basata sul sesso. Allegra, divertente, pruriginosa. Per gli amanti del genere (e di Alessia), una chicca imperdibile. Per gli altri tranquillamente perdibile, oppure godibile se avete cinque minuti di tempo da ammazzare (se sono dieci leggete un libro). Alcune trovate spassose, altre solo volgari: il confine è labile, quindi lo si passa di continuo se non si è super bravi. Alcune scene ben fatte, altre scontate. Alessia provocante e carina: è un parametro di giudizio? Ma non è questo il punto.

Il punto è che trasmetterlo alle ore 20 è una scelta (voluta e) totalmente IDIOTA.

Certo, non è da ieri che abbiamo una tv bugiarda, irrispettosa dei diritti dei più piccoli, piena di pubblicità come una fogna lo è di cacca, povera di contenuti e di qualità, becera, fastidiosa, inutile, che punta allo stomaco e più giù, ignorando il cervello. Di questo quadro fa parte a pieno titolo non tanto la sit-com, che in un altro orario potrebbe pure fare la sua limitata figura, quanto la decisione di trasmettere all'ora di cena una produzione non adatta ai bambini.

Naturalmente chi sa educare un figlio non avrà avuto problemi, dato che sa bene che la tv, quando si ha un figlio, è bene che lavori di rado.


aggiornamento:

Roma, 11 settembre 2009 - Sequenze troppo "spinte" per non provocare polemiche. Per questo, "Così fan tutte" - la nuova sketch comedy di Italia 1 in onda il venerdì, protagonista Alessia Marcuzzi - passa dalla prima alla seconda serata, ovvero si allontana dalla fascia protetta. "Sono abituato ad ascoltare con attenzione le considerazioni che provengono dai telespettatori e dalle fonti istituzionali - spiega il direttore di rete, Luca Tiraboschi - anche in questo caso sarò attento a quanto suggeritomi. Accoglierò quindi l'invito a ricollocare la sit-com lontano dalla fascia protetta, ribadendo la qualità del prodotto e la straordinaria interpretazione di Alessia Marcuzzi e Debora Villa". (repubblica.it)

Tiraboschi, ribadisci un po' la qualità di quel che vuoi. Resta il fatto che hai commesso un'idiozia, e in noi resta il sospetto che lo scopo sia stato quello di fare un po' di chiasso per tirare la volata alla sit-com. Se come direttore di rete hai bisogno della logica reazione di genitori e persone di buon senso per capire che un prodotto come quello non va dato in pasto ai bimbi, vuol dire che hai sbagliato lavoro.
"Accoglierò quindi l'invito".... mah. Tiraboschi, hai mai sentito parlare del "codice Tv e minori"? Non è un invito, è un codice che va rispettato e che tu hai violato in maniera plateale.

"...sono certa che Mediaset, azienda eticamente sensibile, troverà una soluzione." (A. Mussolini). Eticamente cosa?

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martedì 8 settembre 2009

Crimini stradali

Due ragazze sono morte alle 5.30 del mattino di domenica 6 settembre, a Roma, in pieno centro. Avevano 22 e 23 anni. Un minuto prima erano vive, poi non erano più. Un'altra, 23 anni, è in condizioni disperate. Si poteva evitare tutto questo? Spezzare la vita di tre ragazze, di tre famiglie, era proprio inevitabile? No, sarebbe bastato non ubriacarsi prima di mettersi al volante e non andare a 120 all'ora con una Punto che, a sentire quel che dice l'autista, da alcuni giorni aveva manifesfato problemi al servosterzo. Sarebbe stato sufficiente portare l'auto dal meccanico un po' prima, o non usarla proprio quella sera, o usarla ma procedendo a 50 come si conviene in centro città, o ancora meglio, decisamente meglio, andare a 50 senza essere ubriachi.

L'autista, sottufficiale della Marina, 23 anni, praticamente illeso, era sbronzo (valori superiori rispetto a quelli consentiti di più di due volte e mezzo, riportano i giornali). Inoltre, sapeva di guidare un'auto con un presunto problema (lo ha detto lui). Infine, e nonostante questo, procedeva a 120 all'ora, i due testimoni (coinvolti nell'incidente) hanno detto che andava così veloce, quella Punto, che "sembrava una bomba". L'autista dice che il servosterzo si è bloccato, la sua vista si è annebbiata, la macchina è andata dritta e allora "è successo tutto". E due ragazze non ci sono più, e un'altra è moribonda.
Se non avesse bevuto, se avesse guidato con prudenza, se, se... passano gli anni e ogni volta che l'asfalto si tinge di sangue noi siamo ancora qui a parlare di uno che guida dopo aver bevuto abbondantemente. Con Zaia, ministro di questa Repubblica, che proprio pochi giorni fa diceva che con due bicchieri al volante non si è ubriachi: può essere vero, però si può diventare carnefici di giovani vite.

Inopportune mi sono subito parse le dichiarazioni del padre dell'autista, dopo l'incidente: mio figlio non aveva bevuto e anzi non era lui alla guida. E' un bravo ragazzo. Ok, ma il 6 mattina non lo ha dimostrato per niente.
Un problema al servosterzo? Ok, appuriamolo. Ma toglie qualcosa a quel che è successo? E L'alta velocità? E il giro per i pub con il sangue pieno di alcool? E i dubbi sull'auto?
Sapete quante ne vedo di persone così, che guidano proiettoli impazziti? Controlli, zero. Punizioni, ridicole. Educazione e prevenzione: insufficienti. E allora continuiamo a girare per strade divenute flipper della morte sperando di non beccare una pallina impazzita.

Omicidio colposo, dice il giudice. A noi, come sempre in questi casi, sembra ben altro. Omicidio colposo è mettere sotto un pedone un po' imprudente che ti sbuca dal nulla, non questo.

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Un piccolo souvenir

In occasione del recente G8 all'Aquila è avvenuto un fatto di cui solo ora si ha notizia grazie al premier canadese Harper e al "Toronto Star": Berlusconi, che come sempre ama fare lo splendido, ha regalato ai leader presenti un volume su Antonio Canova dalla copertina in marmo dorato del valore di 460 mila dollari e del peso di 25 chili. Il premier canadese, che ha affermato che spesso Berlusconi lo ha messo in imbarazzo con la sua mania di fare "regali esagerati", per la legge canadese sul conflitto di interessi (sì, avete capito bene) non può ricevere in quanto politico doni di valore superiore ai mille euro, quindi il libro finirà in un museo statale. Riuscite a farvi venire in mente un dono più inutile, pacchiano, inopportuno (in una fase di recessione e in una città devastata dal sisma) di questo? Se ci riuscite, scrivetemi. Chi li ha pagati questi tascabili di grande maneggevolezza? Su www.g8italia2009.it leggiamo incuriositi che il libro è stato realizzato "con materiali preziosi messi a disposizione gratuitamente da 23 maestri artigiani italiani". Da chiunque siano stati pagati restano uno schiaffo alla miseria. E poi, piu' che un mattone, questo libro mi pare un sasso.

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lunedì 7 settembre 2009

In memoria di un fedele 3410


Eh sì, penso proprio che per il mio Nokia sia suonato l'ultimo rintocco... anche se in verità non meriterebbe affatto una fine come questa, ma si sa: anche nel campo della telefonia mobile ad andarsene per primi sono sempre i migliori e a pagare dazio sono solo i giusti.

Mentre chi ci governa conferma di non sapere quasi niente di Internet (Letta è il mio Internet, dice Berlusconi, sic) e Ghedini (il suo onorevole avv.) cita in giudizio l'Unità (il quotidiano, sì) per 2 mln di euro perchè riportò alcune dichiarazioni secondo le quali Berlusconi è "impotente" ed è "un gran porco" (attendiamo con ansia di vedere come e chi dimostrerà che lo è o che non lo è in un aula di tribunale, ma diciamo subito che se sul primo punto ci sono racconti di varie persone, sul secondo direi che qualche indizio c'è, no?), io sto giracchiando su Internet (appunto) e nei negozi, a tempo perso s'intende (difatti ci sto dietro da un mese), per vedere un po' di scegliere il cellulare che Moira, stanziando una sostanziosa cifretta e lasciando a me scelta e acquisto, ha deciso di regalarmi per il mio compleanno. In realtà il mio mobile attuale, un Nokia 3410, un delizioso modello giurassico di cellulare, color verde bottiglia, niente fronzoli e tutto sostanza e che il suo lavoro (è un telefono) lo ha sempre fatto bene, va ancora alla grande dopo ben 5 anni e due mesi di utilizzo e probabilmemte resisterebbe anche a un olocausto nucleare: è davvero indistruttibile. Ma non ha la fotocamera e così, anche se a malincuore, lo cambierò, e per forza dovrò adattarmi al display a colori (inutile e mangiacarica), alle mille applicazioni inutili, ecc.

Potrei anche usare quel denaro per altro (ne ho facoltà), ma so che la donatrice di moneta preferirebbe che mi decidessi per il cambio di cellulare. E poi, mettete un po' che domani incontri sul lungomare un extraterrestre (o UNA extraterrestre) che non disdegna uno scatto: mica posso dirgli aspetta qui che vado a prendere la fotocamera e torno... O mettete che faccia un incidente automobilistico, che abbia ragione da vendere e che, ancora vivo, intenda immortalarne la dinamica onde evitare i soliti giochetti post botto messi in atto dal più furbo (e generalmente più colpevole): due clic e il gioco è fatto (sarà resistente alle gocce di sangue il modello che sto per scegliere?).

Quel che mi frena è che la fotocamera la vorrei di almeno 3 megapixel e il costo del mobile non è indifferente, anche rinunciando a tutta una serie di cosette tipo la tastiera estesa, la possibilità di navigare decentemente in Internet, ecc: sarà bene che mi ricordi che non voglio comprare un mini computer ma un cellulare che scatti le foto. E, come detto, sono già rassegnato al fatto che dovrò sciropparmi megadisplay a nove miliardi di colori, radio, lettore mp3, giochetti di vario tipo e tutta una serie di orpelletti graficamente da orgasmo ma, alla fine, responsabili della scarsa durata della batteria, che già si preannuncia ridicola a sentire chi lo usa: tre giorni di autonomia è già tanto, io ero abituato a 5-6 come minimo, figuratevi un po'. So che non riuscirò a spendere meno di 100 euro, spero di conternermi entro i 130: nel mio mondo di valori un telefono che scatta le foto dovrebbe costare circa un terzo, ma tenete conto che nel mio mondo si stava bene anche senza cellulari, con cabine telefoniche numerose e funzionanti: fino al luglio del 2004 io non ho mai avuto fra le mani un cellulare, per scelta... mandavo gli sms dalle cabine, e da lì telefonavo pure. Poi le cabine sono scomparse ad una ad una e esigenze di lavoro prima assenti hanno fatto il resto. Ora faccio un altro balzo in avanti, ma sempre tenendo un profilo basso: di questo passo quando le comunicazioni avverranno col pensiero io approderò finalmente agli smartphone di ultima generazione, quei gioiellini delicatissimi da 400-600 euro il pezzo che gli adolescenti figli di papà e i manager rampanti cambiano già oggi con frequenza impressionante.

Nei prossimi giorni deciderò e acquisterò, esercitando bellamente il mio potere d'acquisto, che poi è quella cosa che ci rende uomini oggi, nel villaggio capitalistico del consumare e dell'apparire. Non vi dico quali sono i tre modelli fascia 100-150 euro rimasti in lizza nella mia personale gara ad eliminazione perchè altrimenti troverei poi sul blog commenti tipo "proprio quello? esplode in faccia dopo 5 giorni" (ehi, ragazzi, non compro un IPhone!), o "l'ho preso anch'io, fa schifo, meglio quest'altro...". Saranno invece graditi pensieri in ricordo del 3410 "dead mobile phone walking": si attendono toccanti esperienze di chi lo ha avuto o l'ha ancora.

Un cellulare in ogni caso mi serve. Anche se a volte non c'ho niente da dire, voglio comunque poterlo comunicare a tutti!


autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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venerdì 4 settembre 2009

"Si spengono i rumori"

Oggi mi avvalgo della scrittura di Vittorio Zucconi (blog Tempo Reale):

Si spengono i rumori (3 settembre 2009)
"I regimi cominciano tutti cosi’, eliminando o zittendo con qualsiasi mezzo, e Berlusconi ha una collezione di ben pagati manganelli e una cantina di bottiglie di olio di ricino, gli avversarsi di chi sta al potere, nella indifferenza suicida e vile di chi dice: tanto e’ toccato a lui, che e’ ebreo, e’ pregiudicato, e’ comunista, e’ frocio, e’ zingaro, e’ nero, e non a me. O lo fermiamo in fretta o non ci sara’ piu’ ritorno. Siam giunti a mezzanotte, si spengono i rumori, si spegne anche l’insegna di quell’ultimo caffe’. Chi sara’ il prossimo uomo in frac?" (V. Zucconi)

I vili indifferenti e i vili complici stanno accumulando un po' troppe macchie sul loro c.v. per poter poi sperare in un colpo di spugna indolore, quando sarà che avverrà quel che avverrà. Perchè se la memoria è corta, nell'immediato sa essere anche feroce.

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giovedì 3 settembre 2009

"Colerà sangue e anche qualcosa di più immondo"

3 settembre 2009 - Poche ore fa Boffo, direttore dell'Avvenire, si è dimesso. Senza che ve ne fosse la necessità, in realtà, non rivestendo il Boffo cariche pubbliche, essendo nota da anni la sua disavventura giudiziaria, essendo tale disavventura del tutto irrilevante ai fini dell'analisi delle mille assurdità di un premier in pieno delirio, ed essendo stato vittima di una evidente manipolazione mediatica. La sua è una scelta personale, che capiamo: ha osato criticare lievemente la condotta di vita assolutamente anticristiana del premier e si è ritrovato chili di fango sulla sua vita, sparati dai cannoni mediatici di cui il premier dispone per tacitare i portatori di opinioni diverse dalle sue e che sono caricati con pallettoni di dossier sporchi e taroccati, ottenuti chissà come, pronti per essere usati contro chi oserà dire la sua. Boffo non ci piaceva, perchè per anni aveva sempre fatto le tre scimmiette di fronte al progressivo degrado morale sociale e politico di questo paese, alle continue picconate inferte da una banda di ladroni alle nostre istituzioni più care: la Chiesa cattolica ha sempre fatto buon viso a cattivo gioco sulla nostra pelle, pur di non perdere alcuni privilegi irrinunciabili; poi, quando son venute fuori le mutandine della escort e il karaoke con la minorenne, ha osato finalmente dire qualcosa (perchè nella distorta ottica clericale farsi una puttanella è molto peggio di corrompere, farsi leggi ad personam, distruggere democrazia e libertà), pigliandosi subito una bella sportellata. Di Pietro, indagato a suo tempo, si dimise. Il figlio, nemmeno indagato, solo citato in una testimonianza, si dimise. Le poche persone corrette di questo paese si sono sempre dimesse dalle cariche pubbliche quando sono stati investiti da un sospetto o, peggio, coinvolti in un processo. All'estero non lo fanno invece solo le persone corrette, ma tutte, se sono in politica. Berlusconi è sempre lì, in sella al delirio di cui de mesi ride il mondo intero. Tanto, se si viola una leggina, è più rapido modificarla o farne un'altra, per uscire dall'impasse: altro che affrontare un processo e far valere la propria innocenza, mica ha tempo da perdere il premier di un paese del G8, c'e' un mondo da salvare e un solo PapiSilvio: chi è in missione per conto di Dio non può curarsi di un libro che si intitola codice penale nè di valori oramai obsoleti come onestà, sincerità, credibilità. Il mondo va avanti, le cose cambiano: siamo noi che pretendiamo politici onesti ad essere vecchi e sorpassati, oggi è la Banda Bassotti che comanda a Paperopoli, alleata con Paperone e Rockerduck; Basettoni e Manetta sono in pensione, Macchia Nera e Gambadilegno fanno i ministri, Trudy pure, Paperino non ci si raccapezza più, Qui, Quo e Qua fanno le ronde, Gastone fa il tuttologo in tv al servizio del regime, Paperina ha ottenuto un posto da deputata perchè al Grande Fratello erano già a posto.

Pansa non mi piace molto, in particolare il suo rigurgito revisionista mi lascia estremamente perplesso. Gli riconosco comunque doti da indovino. Il 3 agosto scorso, in occasione del cambio di direzione al quotidiano 'Il Giornale', scrisse: 'Dalla carta stampata colerà il sangue e anche qualcosa di più immondo. E mi chiedo se tutto questo servirà a migliorare la credibilità del giornalismo italiano. La mia risposta è netta: no. Servirà soltanto a rendere più infernale la bolgia che stiamo vivendo'.

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mercoledì 2 settembre 2009

Lippi e Cassano

Cominciamo con una indispensabile premessa: il commissario tecnico della nazionale italiana di calcio (attualmente: Marcello Lippi) ha tutto il diritto di scegliere chi convocare e chi no fra i giocatori italiani che militano nei nostri campionati e non perchè ha vinto un Mondiale che meritava di vincere la Francia nè perchè lo ha vinto giocando comunque maluccio, ma perchè quelle sono le prerogative del suo ruolo. Ma noi, semplici appassionati, piccole pedine senza le quali il calcio sarebbe importante quanto "freccette", nel mondo, abbiamo tutto il diritto di valutare le sue scelte, le sue dichiarazioni, l'assetto tattico, la formazione e il gioco espresso dalla nazionale di calcio.

Ecco perchè dico che di Lippi non mi piace l'arroganza. Quella che sempre manifesta durante i colloqui con la stampa, a volte in maniera esplicita, a volte sottotraccia. Lo faceva anche quando allenava la Juve, sia chiaro. Quel senso di superiorità che probabilmente gli fa pensare (o dà a noi l'impressione che lui pensi) di non dover spiegare le sue scelte, o di poter fare qualsiasi scelta, anche la più stupida, senza che nessuno possa permettersi di dissentire. Non che sia un autoritario che impedisce agli altri di esprimere opinioni, questo no, ma l'atteggiamento è sempre quello di chi pensa "dite pure quel che vi pare tanto ho ragione sempre e solo io e comando io". Se pensate che Lippi è stato, da giocatore, la bandiera della Sampdoria per dieci anni e ha iniziato proprio nelle giovanili blucerchiate la sua carriera di allenatore, capite subito che non guardo in faccia a nessuno.

Cassano, Antonio: andiamo subito al nocciolo. Testa matta, lo ammette da sempre pure lui, perchè il ragazzo è matto ma genuino, vero, non costruito: un matto artigianale, insomma. Fino a tre anni fa giocatore non facilmente gestibile, indisciplinato, con scarso senso del gruppo, sangue caldo, grilli per la testa, talento sprecato e inconcludente, eterno ragazzo disperante, una mina vagante in qualsiasi spogliatoio, l'incubo di molti allenatori: un immenso talento calcistico buttato via nel cestino di un comportamento da bambino viziato. Nessuno è riuscito a convivere con lui a lungo, tutti hanno avuto problemi, Bari, Roma, Real Madrid. Poi è arrivata la Sampdoria, Riccardo Garrone, Beppe Marotta, una città e una tifoseria calda e amica ma non invadente, una squadra di amici, un gruppo affiatato e nel quale certi valori ancora un peso ce l'hanno. E Cassano, complice anche il mare e l'amore per Carolina, è cambiato. E' sempre testa matta (non puoi cambiarla, quella) ma ora è disciplinato, più maturo, responsabile. Sa controllarsi molto meglio, sente amore e rispetto intorno a lui, quelli che da subito Genova blucerchiata gli ha dato incondizionatamente, e ricambia felice con altreattanto amore e rispetto. E' coccolato, e coccola i suoi tifosi con giocate che levati! E, in questa nuova fase della sua vita, quella in cui Cassano è un ragazzo un po' mattarello, guascone, con sempre addosso la voglia di scherzare e con a volte la tendenza ad esagerare, il suo straordinario talento calcistico è emerso in maniera clamorosa e molto più continua che in passato. Di lui si è sempre parlato male e lui non ha mai fatto quasi nulla per smentire le voci maligne che lo perseguitavano, ma nessuno ha mai sottolineato il fatto che in 200 partite è stato espulso appena 2 volte, nella sua carriera, e che l'anno scorso è risultato essere il calciatore di serie A che ha subito più falli di gioco.
Cosa vogliamo dire con questo? Che non è del tutto "a stampa", e lo sa pure lui, perchè uno dei suoi pregi, al di là di due piedi fatati, è proprio la sincerità, e la generosità, la simpatia, la disponibilità. E, cosa rarissima oggi come oggi, la capacità di ammettere gli errori e di chiedere scusa quando sbaglia. E lo dice uno che all'epoca era contrario a che la Sampdoria lo acquistasse. Ma vogliamo anche dire che adesso è molto più affidabile di tanti altri e, da sempre, molto più corretto, sportivamente parlando, di gente che in Nazionale ci ha passato la vita e che durante la carriera si è macchiata di magari isolati ma gravi gesti antisportivi e violenti.

Detto questo, e non essendo certo discutibili la sua cifra tecnica e tattica (immense, e chissà dove potrebbe arrivare se solo fosse più continuo nei 90 minuti), ci permettiamo di dire che la scelta di Lippi di non convocarlo in nazionale è irragionevole, sbagliata, stupida in quanto autolesionista, oltre che espressa sempre in forma odiosa, vagamente ironica e sprezzante. Lippi ha il diritto di fare scelte irragionevoli, solo dovrebbe ricordarsi di essere un po' più garbato quando si trova a doverle giustificare o esporre (perchè l'uomo ritiene di non avere il dovere di giustificare le sue scelte).Totti ormai è fuori, all'orizzonte non vediamo campioni in quel ruolo, la fantasia in avanti è proprio quel che manca a questa nazionale: Cassano è oggi l'attaccante più talentuoso d'Italia, l'unico in grado di cambiare una partita per davvero. Lasciarlo a casa e andare ai Mondiali senza di lui sarebbe davvero una grande stupidata, un danno per l'Italia e un'offesa per Cassano: perchè è, semplicemente, il migliore e non convocarlo per "criteri tecnici e psicologici", come ama dire Lippi, è una enorme boiata indegna di un ct.

Perchè dunque Lippi non lo convoca? Non lo so. In passato Roberto Mancini, talento assoluto anch'egli, ha avuto vita difficile coi ct della nazionale: si sa che giocare nella Juve o nella Samp non è proprio la stessa cosa, quanto a lettera di presentazione, per ct che pressati da stampa e poteri forti sanno che se perdono schierando il numero 10 di una big saranno criticati ma se perdono schierando il numero 10 di una outsider saranno massacrati.

Io ho tuttavia una mia teoria. Walter Mazzarri, allenatore dei blucerchiati fino a pochi mesi fa, è riuscito ad avere un rapporto ottimo con Cassano, fin da subito. Perchè è un bravo allenatore, la spiegazione è semplice. Un allenatore è bravo non solo se sa di calcio, ma anche se è bravo psicologo, se sa gestire un gruppo, se sa farsi rispettare senza farsi temere, farsi obbedire senza farsi odiare, se dialoga coi calciatori, li sa motivare, sa tirare fuori il meglio da ciascuno, sa essere loro amico senza però farsi mettere sotto, ecc. La trasformazione che è avvenuta in Cassano va naturalmente a merito anche di Cassano stesso, che ha voluto cambiare. Mazzarri ha dimostrato che non è impossibile avere Cassano in uno spogliatoio e Cassano lo ha ripagato con un comportamento quasi esemplare (è diventato addirittura capitano) e con giocate al limite del paradisiaco. Gran parte del merito va anche a Garrone, a Marotta (che ha puntato su di lui a costo quasi zero quando nessuno al mondo lo voleva più e il Real era disposta a svenarsi pur di disfarsene, tanto è vero che il primo anno buona parte del suo stipendio alla Samp l'ha pagata il Real!) e all'ambiente Samp. Walter Mazzarri ci è riuscito, Luigi Delneri ci sta riuscendo. E Lippi?

Lippi, con questa scelta insensata, ci sta dicendo sotto sotto che non si sente in grado o non è in grado di gestire Cassano. Al punto di rinunciare a lui e a quello che può dargli, pur di non avere rogne. Donadoni, l'ex allenatore della nazionale, silurato troppo in fretta, non la pensava così e difatti Cassano agli Europei giocò ottime partite ed ebbe un comportamento esemplare.
Insomma, non vuole o non sa prendersi questa gatta da pelare, che poi gatta da pelare non è o non è più, perchè non si sente capace o non è capace di gestire l'uomo Cassano. E, per un allenatore, il limite non è irrilevante.

Questa secondo me è l'unica spiegazione possibile. Perchè, vedete, se io devo decidere chi sono i 10 calciatori mondiali più bravi che siano mai esistiti, potrò anche escludere Falcao (scelta assurda, ma dovendone scegliere trenta...) ma non potrò in nessun modo, qualsiasi siano i miei gusti sportivi, escludere Maradona o Pelè. In quel caso non farei una scelta opinabile, ma una cavolata incomprensibile e sospetta.

Certo, la prossima volta che Cassano si farà espellere o avrà i suoi cinque minuti saranno di nuovo tutti lì a dargli addosso, dimenticando che anche a lui deve essere permesso ogni tanto di sbroccare, visto che a tutti gli altri è permesso di farlo spesso: ma questo è il prezzo che deve pagare a una stampa ottusa e a un'opinione pubblica poco attenta chi per anni ha fatto il matto e ora invece fa il buono un po' giocherellone e ha tutto il diritto, a volte, di avercela su col mondo o di provare rabbia per un'ingiustizia (il giovane odia le ingiustizie e fatica a controllarsi quando ne vive una) o, perchè no, di sbagliare. Come fanno e hanno fatto molti di quelli che oggi e ieri hanno vestito la casacca azzurra, senza che questo abbia mai nuociuto loro più di tanto.

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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