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domenica 31 maggio 2009

Soffocare - Choke (di Clark Gregg)


Ho visto il film "Soffocare" (Titolo originale: Choke. USA, 2008, di Clark Gregg, con Sam Rockwell, Anjelica Huston, Kelly MacDonald, Brad William Henke, Kathryn Alexander, Paz de la Huerta, Matt Gerald, Clark Gregg, Gillian Jacobs, Tiffany Rae Larkin). V.M. 14
Trama (filmup.it): "Uno studente di medicina fallito e sesso-dipendente, Victor Mancini, sfrutta le sue doti "recitative" per pagare le costosissime cure ospedaliere della madre. Victor, infatti, ogni sera, si reca in un ristorante diverso, dove finge di soffocare per farsi aiutare da qualche "buon samaritano", che, una volta salvatagli la vita, lo mette sotto la sua ala protettiva donandogli di tanto in tanto qualche somma di denaro..."

Il film corrispondeva al mio solito target: poco reclamizzato, apprezzato da certa critica, vincitore di alcuni premi di prestigio (il Sundance), trasposizione del quarto romanzo di Chuck Palahniuk, uno degli autori di culto americani più celebrati di questi anni.
Il film e' ricco di spunti interessanti e non banale metafora di certi aspetti della vita di oggi e del modo di intendere il sesso e l'amore; ne ho apprezzato l'irriverenza mai forzata e la forza dissacrante. Il protagonista sa il fatto suo quanto ad improvvisazione e capacità recitativa; ottime anche le prove di Anjelica Huston, madre di Victor, affetta da Alzheimer, e di Kelly MacDonald dottoressa–paziente che ispira sesso solo a guardarla. Interessante la rappresentazione del sesso, stimolanti le riflessioni che suscita. La storia e' invece un po' troppo arzigogolata, a volte si aggroviglia. Probabilmente il romanzo (che non ho letto) e' di quelli difficilmente traducibili su pellicola. Il film di conseguenza vive di spunti brillanti ma risente di pause fastidiose e di curve a gomito nelle quali si e' costretti a rallentare troppo. Nel complesso fa un po' faticare lo spettatore e disperde un tantino quel patrimonio di cialtronesca irriverenza e di fluida nonchalance che invece va salvato; insomma non si capisce tutto, ma in questo caso il mistero non sembra voluto. Forse e' troppo monocorde e trasforma la mancanza di linearità che presumo propria del racconto in un vagare senza meta che non sempre stimola la mente di chi osserva. In pratica ha molti aspetti buoni ma nell'insieme fallisce il bersaglio, questa e' la sensazione che chi esce dalla sala ha sulla pelle e direi che ho gia' spiegato piu' io questa sensazione di quanto il regista abbia spiegato certe dinamiche nel film. Non tutto deve essere spiegato, è naturale, sarebbe anzi drammatico che lo fosse, ma in Choke manca, a nostro parere, quel collante invisibile che cola negli interstizi e tiene insieme un film dandogli unità e completezza di senso: alla fine ti restano alcuni flash e alcuni aspetti ma slegati fra di loro e privi di una sia pur parzialmente interpretabile unità di significato.
Entrare in sala o no? Nonostante il mio giudizio viaggi sul 6-- (senza quel modo di rappresentare le scene di sesso saremmo sul 5 e 1/2), direi di sì, anche perchè ingredienti buoni ne ha parecchi e tutto sommato, data la sua natura, puo' suscitare reazioni diverse a seconda dello spettatore che lo guarda; conviene dunque provarci, a differenza di certe imbarcate che fin da subito sconsiglio a tutti qui si può restare delusi o aver qualcosa da ridire, ma il prezzo del biglietto e' ripagato senza dubbio: non e' che ogni volta che si va in sala se ne debba uscire dando fiato alle trombe e sventolando bandiere in segno di giubilo estremo.
Esperienza controversa ma da provare, dunque.

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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sabato 30 maggio 2009

Vota me perchè... sì!

Ho ricevuto a casa la brochure elettorale di Marco Andreani (UDC). E' il terzo volantino informativo che ricevo per le imminenti elezioni europee. Vi risparmierò i soliti (ma fondati) pistolotti su quanti alberi hanno tirato giù per stampare 'ste robe ecc.
Leggo con attenzione e, con tutto il rispetto, noto quanto segue:

1
"...grazie al fatto che l'elezione avviene con il sistema proporzionale e per via dello sbarramento al 4% (per ogni circoscrizione) solo i partiti maggiori (come l'U.D.C.) hanno la concreta possibilità di far eleggere i propri candidati"

Ora, lo pensano in tanti (specialmente i partiti "maggiori") che se voti un partito medio o minore butti via il tuo voto, ma vederlo scritto fa un altro effetto. Non è che invece io devo votare il partito (o il candidato) che reputo il migliore e basta, e se poi è davvero il migliore e se lo votano in tanti il suo partito diviene uno dei maggiori anche se oggi non lo è? Mi sembra che questo mio ragionamento sia già più logico di quello di Andreani, così traducibile: vota UDC perchè tanto se voti PDM (partito delle margherite, che so...) loro sono piccoli e tu butti il voto. Magari ha pure ragione, ma insomma la possibilità di cambiare dove sta? Se, poniamo, Luigi ha una pessima opinione dell'UDC, del PDL, della Lega Nord e del PD (vi assicuro, non è difficile che ciò accada), deve comunque votare uno di questi o può scegliere qualcosa di meglio che, non essendo ancora stato scelto da molti, è per ora considerato "minore"?


2
"Perchè la gente dovrebbe scegliere me e non uno degli altri candidati?
la mia candidatura è più favorevole rispetto agli altri candidati, perchè è moderata e collocata al CENTRO. Quindi in grado di essere sostenuta da tutti."

L'ho riletta sette-otto volte. Insomma, votiamo tutti Andreani perchè essendo al centro sostiene cose che anche quelli di destra e sinistra condividono così prende il 100% e ci pensa lui.
1) Mi sembra una stupidata, se uno poniamo vota a sinistra e tanto per dire non discrimina le persone per via dell'orientamento sessuale, perchè dovrebbe votare un partito che non considera famiglia quella formata da due donne e quindi si oppone ai Pacs, ai Dico, ecc.?
2) mi sembra una frase molto simile a: "vota UDC perchè ha il simbolo più bello e che meglio si intona ai colori del tuo abito". Come dire... un po' deboluccia come motivazione? (oggi sono troppo buono, cosa mi succede?)

3
E, che so, un cenno ai programmi, alle idee? Giusto un cenno. "Contrastare la chiusura delle Aziende (maiuscolo chissà perchè), creare le condizioni per la rioccupazione, combattere la disoccupazione (ma non è la stessa cosa? mi sembra come quando io devo dire quali sport faccio e siccome non faccio una bisca dico jogging, corsa, ecc), a fornirci contributi per industria, turismo (la parola magica, da queste parti) e ambiente (questo lo devi mettere altrimenti oggi come oggi se te lo scordi devi ristampare la brochure). Ma, dico io, esiste una formazione politica che, almeno a parole, abbia intenzioni così suicide da dichiarare di essere favorevole alla disoccupazione, di non volere contributi per risollevare i settori traino del paese, di voler sfasciare l'ambiente?

Ho fatto le pulci all'UDC per caso, se oggi mi avesse scritto un altro partito la "pistolettata" sul blog se la beccava lui. Non vi parlo degli altri due volantini che ho ricevuto in questi giorni (Bossi, Lega Nord e Barani, PDL) perchè domani è domenica, giorno di pace. Ma forse se non ne parlo è perchè quello dell'UDC è migliore e oggi non volevo fare il cattivo, e con questo ho detto tutto...

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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venerdì 29 maggio 2009

Lettera al ministro Carfagna che oggi scrive una lettera al Corriere

Oggi il Corriere ospita una lettera di Mara Carfagna (ministro delle pari opportunità). Lunghetta, puntigliosa ma lacunosa.

Tanto per dire: "Insinuazioni pesanti e volgari hanno accompagnato la mia scelta sciagurata. Quella di una giovane donna che, dopo una (a dire il vero) assai insignificante carriera in tv ha deciso di accettare la sfida di fare politica con il partito di Berlusconi".
Ma nulla si dice sul fatto che noi, cittadini di una democrazia, vorremmo che fossero nominate ministri persone dotate di provata competenza nello specifico settore e con una carriera politica alle spalle, come dire... un filo più articolata e lunga di quella della Carfagna. Posso anche nominare ministro mia madre, se divento premier, e lei potrebbe durante la legislatura fare cose egregie e dimostrarsi bravissima, perfino migliore di tanti celebrati capoccioni, ma è il criterio di scelta che e' e resterebbe assolutamente sbagliato: soggettivo, non trasparente, inaccettabile (a essere misurati). Chi ricopre incarichi pubblici ha il dovere di scegliere persone valide che soddisfino certi requisiti oggettivi, non persone che ritiene soggettivamente in possesso di doti che si a suo dire si appaleseranno nel corso del mandato. Questo è uno degli aspetti che differenziano una democrazia da un regime plutocratico o da un sultanato.

E poi: "Suvvia, siamo realisti. Il Parlamento vede tra i suoi banchi alcuni uomini dalle assai dubbie capacità politiche. Ma nessuno si sorprende. L’Aula di Montecitorio è stata frequentata da personaggi condannati per banda armata e concorso in omicidio, facinorosi violenti, condannati per detenzione e fabbricazione di ordigni esplosivi, protagonisti di risse e di indecorosi episodi di cronaca. Ma nessuno mai si è indignato. Onorevoli che candidamente hanno ammesso di prostituirsi prima di approdare alla Camera, altri che, durante il loro incarico, sono stati sorpresi a contrattare per strada prestazioni con transessuali. Mai nessuno si è scandalizzato. Mai."
Qui notiamo che: 1) la stessa Carfagna descrive uno schifo ben noto ma non si impegna per cercare di eliminarlo, assieme alla formazione politica di cui fa parte; lo descrive implicitamente accettandolo e anzi usandolo come pietra di paragone per giudicare i suoi requisiti e si suoi comportamenti; 2) non essere cialtroni o delinquenti non è un merito; 3) la presenza in Aula di pregiudicati o di persone assolutamente incapaci non giustifica in ogni caso eventuali criteri di selezione non oggettivi nella scelta dei parlamentari (che come sappiamo sono un migliaio e non sono eletti dai cittadini ma sono scelti da 4-5 persone) e dei ministri; 4) non è vero che nessuno si è mai scandalizzato; chi ora si scandalizza per quel che l'attualità ci propone o per certe sue affermazioni sui gay, si indignò pure allora, non si faccia di tutta l'erba un fascio.

Ecco il carico da undici: "Allora viene un sospetto. Che sia Berlusconi l’ingrediente indigesto? Sì, è proprio così, Berlusconi indigna, scandalizza, inquieta."
Leggendo la sua lettera, egregia Carfagna, aspettavo con ansia questa conclusione, per poterla definire infondata, abusata, inaccettabile. Chi viene accusato di mille cose ha il diritto-dovere di discolparsi e provare la sua innocenza nelle sedi e nei modi opportuni (specialmente se ricopre incarichi pubblici) e non quello di indignarsi per il fatto di essere stato per mille volte accusato, agitando per giunta lo spettro di una persecuzione; fino a prova contraria se io prendo 20 multe in un mese è perchè per 20 volte in un mese ho violato il codice della strada (o 19, o 18...) e non perchè la polizia municipale "comunista" ce l'ha su con me. Caro Ministro, questa sua conclusione è inconsistente come la nebbia del mattino e rende vano tutto quel che la precede.

"Credo che si sia superato il limite del buon senso e tutti abbiamo responsabilità e doveri. A cominciare dalla politica che deve ispirarsi a criteri di rigore e di serietà". Ho paura a dirlo, ma concordo.

"[Berlusconi è] Un leader mai prepotente o arrogante, consapevole di una innata capacità seduttiva che ha usato a fini di ricerca del consenso e non per scopi morbosi. Un uomo leale, perbene e rispettoso. Una persona di garbo e gentilezza, doti che qualcuno vorrebbe declassare a mera finzione e che invece sono autentiche." Non commento, perchè non lo conosco di persona, ma soprattutto perchè già ci pensano i fatti.

"E, lasciatemi pure dire che, in un mondo popolato da gran cafoni, sono qualità rare ed invidiabili. Il resto, tutto il resto, sinceramente sono affari suoi. O, almeno, così dovrebbe essere in un Paese «normale»."
E' un principio che vorrebbero far passare in molti, egregio ministro, quello secondo cui quel che un premier o un politico fa nel privato non ha rilevanza. Mi dispiace ma è un principio inaccettabile, perlomeno in uno stato democratico, specie quando una persona viene accusata di reati (che so, frequentazione di minorenni, falso in bilancio, corruzione di testimoni, ecc.) o di possibili usi privati di risorse pubbliche. Per tacer del fatto che chi organizza un Family Day, chi nega alle coppie di fatto e a quelle eterosessuali gli stessi diritti delle coppie "normali", chi si erge a paladino dei valori cattolici non può poi sposarsi due volte o frequentare più donne o, come è avvenuto (qui sì con certezza) infinite volte, assumere atteggiamenti e rilasciare dichiarazioni da cui si evince quanta poca considerazione nutra per il sesso debole (leggi: maschilismo puro e semplice). E senza contare che un qualunque politico deve sentire il dovere di dimettersi non appena venga rinviato a giudizio (attenzione: non indagato) perchè è intollerabile che gestisca la cosa pubblica una persona su cui pendono processi, rinvii a giudizio, sentenze di prescrizione, di assoluzione per insufficienza di prove o, in ultimo, stralci belli e buoni dovuti a quel pateracchio incostituzionale del lodo Alfano. Chi non si dimette e grida al complotto e nel frattempo, accumulando via un numero impressionante di accuse, processi, ecc. e facendo di tutto per agevolarsi la posizione processuale (riduzione dei tempi di prescrizione, cancellazione dall'elenco dei reati di fattispecie che prima lo erano, leggi varie e in ultimo il lodo tristemente noto), continua a rimanere al suo posto dimostra di non possedere nessuna delle qualità sopra elencate dal ministro. A questo punto è opportuno citare quel che disse Olmert quando decise di dimettersi da premier di Israele perchè indagato per un reato davvero ridicolo se paragonato a quelli che pendono sulla zucca di parecchi dei parlamentari di casa nostra: "Proverò la mia innocenza e le mie mani pulite" e "Sono orgoglioso di essere il primo ministro di un paese che indaga i suoi primi ministri”, aggiungendo poi che si ritirava dalla politica per poter difendere meglio la propria innocenza di fronte alle accuse di corruzione". Questo è il comportamento di un uomo onesto e serio, con alto senso dello stato, non altri. E non parliamo, egregia Carfagna, di "paese normale", perchè se fossimo in un tal paese Berlusconi non si sarebbe potuto nemmeno candidare, altro che governare per anni e anni con al fianco un conflitto di interessi mostruoso e una storia giudiziaria incredibile: si faccia un giro veloce per le democrazie europee ed extraeuropee, per qualche stato civile, prima di fare simili incaute affermazioni: anche questi sono fatti.

Chi volesse leggersi la lettera del ministro Mara Carfagna al Corriere della sera in versione integrale può farlo cliccando qui: http://www.corriere.it/politica/09_maggio_29/in_aula_c_e_di_tutto_fb000c58-4c0f-11de-b7be-00144f02aabc.shtml

In ultimo noi diamo un consiglio al ministro Carfagna: si occupi di chi viene discriminato, che è poi l'oggetto del suo lavoro, per il quale noi cittadini la remuneriamo (pur non avendola eletta). Anche dei non eterosessuali, quindi. E ci eviti figuracce mostruose come quella della recente eliminazione della pagina web dedicata all'omofobia o della soppressioni di commissioni che si occupano del tema (http://mauroarcobaleno.blogspot.com/2009/05/ministro-delle-pari-che.html). Eviti pure di cadere in affermazioni vergognose quali quelle che fece poco dopo 'insediamento, secondo le quali i gay non sono per niente discriminati in Italia; io ho amici gay e me lo confermano, ebbe a dire ai giornali. Davvero, ci risparmi simili frasi: dimostrano impietosamente che non ha coscienza della realtà che è chiamata a governare, né rispetto per le persone che dovrebbe tutelare: mi sembrano campanelli d'allarme piuttosto gravi, ben lontani dal dimostrare quella competenza di cui molti parlano e alla quale lei stessa sottintende nella lettera di oggi.

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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mercoledì 27 maggio 2009

Ministro delle pari che???

Pari opportunità, ma non per i gay, Carfagna cancella la pagina web.
Roma, 27 maggio 2009 - Pari opportunità per tutti, ma non per i gay. Sembra essere questo il messaggio che arriva dalla nuova versione del sito del ministero delle Pari opportunità. Versione presentata ufficialmente al Forum P. A. lo scorso 14 maggio. Ma rispetto a quella precedente, manca ogni riferimento alla lotta all'omofobia. Vengono citate varie categorie di persone soggette a discriminazioni, dai disabili alle donne, passando per i bambini contesi. Nessun riferimento ai gay. Non solo: Mara Carfagna ha anche deciso di cancellare una commissione per i diritti e le pari opportunità delle persone GLBT, istituita dalla precedente ministra, Barbara Pollastrini. "Non è stata ritenuta prioritaria", fanno sapere dal ministero. (da repubblica.it, leggi tutto l'articolo: http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/politica/sito-pari-opportunita/sito-pari-opportunita/sito-pari-opportunita.html

E' l'ennesimo pessimo segnale che Carfagna dà su questo tema; come ricorderete, cominciò sin dai primissimi giorni a far capire che brutta aria tirava. Un ministro per le Pari Opportunità che non si occupa della discriminazione omofobica conferma pienamente l'opinione che di lei, della sua competenza, della sua fulminea e inspiegabile ascesa politica una larga fetta di italiani si è fatta fin da subito. Quando una persona si occupa di politica da due anni o forse meno e diventa subito ministro senza meriti evidenti o curricula esorbitanti ti aspetti che sia un genio, una mente superiore, una persona illuminata; quando scopri che non è così certe domande te le fai. Quella che Carfagna ha seguito finora nei confronti del mondo non eterosessuale (eterosessuale=normale, tanto per far capire questo post anche ai deficienti) e' una logica da quarto mondo (non me la sento di offendere il terzo): è risaputo che i pregiudizi, se li hai, te li porti nella tomba.

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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martedì 26 maggio 2009

Non uccidere (Krzysztof Kieslowski)

Negli ultimi mesi ho rivisitato tutto Kieslowski e la mia opinione definitiva è che si tratta di un regista di valore assoluto. Ho potuto farlo grazie alla raccolta uscita in edicola in inverno e non certo grazie alle videoteche che pullulano di boiate fresche di conio ma scarseggiano di classici ed imperdibili (non fanno cassetta, dicono: ma d'altra parte è forse diversa la situazione delle librerie? Provate a chiedere "Il sosia" di Dostoevskij e riceverete sguardi stralunati, l'ultimo di Vespa e ce l'avrete in borsa in due secondi). Oggi mi voglio soffermare su "Non uccidere" di K. Kieslowski, un film davvero eccezionale. Scegliete voi se vedere la versione breve (inserita nel Decalogo) o quella più lunga, anche se vi consiglio quest'ultima. Ordinatela via web se ci riuscite, ne vale davvero la pena.
Kieslowski affronta il tema della pena di morte che sempre ha diviso l'umanità e che ancora oggi è ben lontano dall'essere risolto: passiamo da paesi incivili che giustiziano persone solo per il loro orientamento sessuale (si fa fatica anche solo a scriverle, certe bestialità), a paesi altrettanto incivili che comminano pene ridicole a bestie sanguinarie, con nel mezzo tutta una serie di varianti che vanno dalla più giustizialista alla più lassista, con il risultato che ben di rado chi vive in un paese percepisce la sensazione che in genere si riesca davvero a fare giustizia (quella umana, intendo).
La storia, il montaggio, la fotografia sono perfetti e assolutamente funzionali al dubbio avanzato dall'autore e cioè se sia giusto che lo Stato ponga fine alla vita di un uomo che pure abbia ucciso. Ma, e anche qui sta la grandezza del film, tutto quel che sembra costruito con arte sapiente al fine di convincere lo spettatore della disumanità della pena capitale è al contempo perfettamente funzionale (forse ben più di quanto fosse realmente intenzione del regista) anche al convincimento opposto e cioè che certi crimini efferati non meritano punizioni diverse. Vediamo di precisare meglio.

Innanzitutto un cenno alla storia raccontata, in breve (ci avvaliamo di http://cinedrome.splinder.com/tag/krzysztof+kieslowski):
"La telecamera, in una fotografia dominata dalle tonalità del giallo-verde, segue i movimenti di due personaggi: un giovane difficile,che si aggira senza meta per la città, e uno squallido tassista dai comportamenti fastidiosi e volgari. Il giovane in un raptus di violenza ferina uccide barbaramente il tassista a scopo di rapina. Sarà a sua volta "ucciso" dalla legge del suo paese, condannato all'impiccagione. Sullo sfondo la storia amara di un giovane avvocato, strenuo oppositore della pena di morte. Chi commette il peccato in questione?"

Senza dubbio il film vuole essere un durissimo atto d'accusa nei confronti di un sistema giudiziario quale quello polacco del tempo che prevede la pena di morte, dipinta come un rimedio peggiore del male, una pena disumana, una punizione estrema e barbara che l'uomo non ha diritto di applicare a un altro uomo, una misura che non ha nessun effetto deterrente, una legge del taglione che mira solo a soddisfare la sete di vendetta senza alcuna possibilità di redenzione per il colpevole e di perdono per il colpito; va anche dato merito a Kieslowski di aver lanciato questo atto d'accusa in un periodo in cui non era facile farlo. Tuttavia, per come la vedo io, è la stessa struttura della storia (costruita in modo perfetto), forse anche al di là, come detto, delle stesse consapevoli intenzioni dell'autore, a fornire argomenti anche a chi, pur non trovando certo piacevole sopprimere una vita, ritiene che di fronte a determinati crimini altra risposta non vi possa essere, in nome di un senso di giustizia universale sempre difficilmente definibile, ma sempre chiaramente avvertito dentro di noi.

Se l'esecuzione della sentenza è descritta dal regista in maniera mirabilmente fredda e agghiacciante, fin nei minimi particolari, con una cura e una precisione del dettaglio quasi maniacale, con i secondi che cadono come pietre nel nostro animo, come le gocce del lavandino che la notte ci torturano quando siamo a letto, per una prova di regia che definire superlativa è riduttivo e che da sola potrebbe valere a Kieslowski la cittadinanza nel regno dei grandi registi di tutti i tempi, anche senza considerare le altre sue inarrivabili creazioni (Decalogo I-X, Trilogia dei colori, Senza Fine, Il caso, ecc.), anche il delitto di cui si rende colpevole Jacek è però descritto in maniera insopportabilmente lucida e spietata (alla prima proiezione in terra di Francia molti abbandonarono la sala): più di sette minuti di cruda, insensata e incredibile violenza di un uomo nei confronti di un altro uomo e per di più per futili motivi, ammesso che ve ne possano essere di meno futili per giustificare simili azioni: una escalation di bruta disumanità che mina alle fondamenta le regole base dello stesso vivere civile e, da uomini raziocinanti abituati a domare l'istinto disciplinandolo nella irrinunciabile gabbia della convivenza sociale, ci fa ripiombare in un attimo negli abissi senza valori di esseri primitivi, semplici bestie assetate di sangue. Una lunga sequenza in cui i valori umani sono come sospesi nel nulla e il male ha campo libero e che ci porta lentamente a pretendere per il colpevole una punizione altrettanto esemplare che poi però, e qui sta la grandezza del progetto, viene descritta in maniera tale da farci nuovamente precipitare nel tormento di mille dubbi morali: a ben vedere, gli stessi che ancora oggi non ci permettono di risolvere una volta per tutte l'annosa questione della pena di morte. E anche la preparazione dell'evento, con l'occhio della telecamera che, in una città livida e spettrale, quasi si riflettessero nel cielo gli abissi di malvagità e di disumanità che da lì a poco esploderanno in tutta la loro brutalità, si sposta dall'uno all'altro dei protagonisti, marcandone di entrambi gli aspetti più umani e quindi peggiori, è frutto dei virtuosismi di un vero genio della macchina da presa.

Ecco quindi che, pur restando l'atto d'accusa di Kieslowski nei confronti della pena capitale, il film, come tutte le opere di grande livello morale oltre che artistico, riesce a muovere sentimenti contrapposti in chi lo guarda e a far sì che si ponga interrogativi fondamentali: in questa capacità, oltre che in una tecnica realizzativa formidabile, sta il genio di questo notevolissimo regista polacco. Opere come "Non uccidere" e "Senza fine" sono già più che sufficienti a celebrare come merita Kieslowski; se poi avrete la pazienza di ripercorrerne, come sto facendo io di recente, l'intera filmografia, vi accorgerete di quanta profondità di pensiero si annidi nelle sue creazioni e di come essa sia sempre perfettamente intrecciata a una maestria registica che a tratti lascia a bocca aperta per i suoi virtuosismi mai fini a se stessi ma sempre funzionali alla storia e capaci di esaltarne gli aspetti più veri e più significativi.

Kieslowski affronta temi universali (Dio, il peccato, il senso della vita, il caso) e sempre riesce a sconvolgere le prospettive di chi pensa di aver raggiunto su questi temi una consapevolezza definitiva. Pone nuovi perché, spinge a pensare; non giudica, non scrive favole con la morale incorporata, ma lascia trarre allo spettatore le conseguenze di quel che la sua cinepresa registra. Quel che racconta e come lo racconta sono le due facce della lama dello stesso coltello: quello con cui penetra nella nostra coscienza e mette tutto in discussione, costringendoci a cambiare idea o a vederci confermati in quella che avevamo ma solo dopo un ulteriore, salutare e conflittuale esame di coscienza.

Krzysztof Kieślowski (Varsavia, 27 giugno 1941 – Varsavia, 13 marzo 1996) è stato un regista, sceneggiatore e documentarista polacco.
Filmografia essenziale:
Tre colori - Film rosso
Tre colori - Film bianco
Tre colori - Film blu
La doppia vita di Veronica
Decalogo 1-10
Non desiderare la donna d'altri
Non uccidere
Senza fine
Destino cieco - Il caso
Il cineamatore

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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sabato 23 maggio 2009

Travaglio e Padellaro a Pisa, 22/05/2009

Ieri ero a Pisa, ho assistito al dibattito sullo stato dell'Informazione in Italia (un funerale, quindi) che si è tenuto nel pomeriggio al Palazzetto dello Sport e al quale hanno preso parte Antonio Padellaro e Marco Travaglio. Non è la prima volta che ascolto Travaglio dal vivo; ieri il pubblico era abbastanza numeroso e, come sempre, attento e disciplinato, più desideroso di sapere che di divertirsi, ben sapendo però che, grazie all'assurdità della realtà che ci circonda e all'abilità di raccontarla di queste due grandi penne, è possibile fare entrambre le cose. Due ore e mezza dense e interessanti; come sempre alla fine pensi che ne sia valsa la pena eccome di sciropparti un bel po' di chilometri. Ero con Moi e Giada.

Un Padellaro in grande forma ha affiancato il solito Travaglio: lucido, preciso, brillante, utile (mi sembra il complimento migliore che si possa fare a un giornalista). Davvero il prototipo del giornalista: al servizio della verità per quanto scomoda possa risultare e al servizio dei lettori che chiedono solo di essere informati su quel che accade in Italia. Vuoi ascoltarlo perchè sei curioso, perchè vuoi sapere, perchè non ne puoi più delle mistificazioni che ogni giorno ti assediano dagli schermi delle tv e dalle pagine dei principali quotidiani. Perchè non riesci a rassegnarti all'idea che quasi la metà dei tuoi connazionali non verranno mai a sapere gran parte delle cose che ieri ci siamo detti e, anche per questo motivo, continueranno a scegliere come leader le persone meno indicate. Perchè sai che la situazione della nostra democrazia è seria e continua a peggiorare e, come la storia insegna, ritrovarsi nel baratro è questione di attimi.

I principali argomenti trattati sono stati: il significato e le implicazioni della sentenza Mills; il caso Noemi; le recenti nomine Rai; lo stato pietoso in cui versa l'informazione nel nostro paese; la prossima uscita di un nuovo giornale, "Il Fatto" che è prevista per settembre e che, a differenza delle altre pubblicazioni che oggi affollano le edicole, cercherà di guadagnarsi la pagnotta non attingendo ai fondi pubblici o ai contributi di partito ma guadagnandosi la fiducia dei lettori che decideranno di acquistarlo: quel che dovrebbero fare tutti i giornali, a ben vedere! A questo proposito diciamo che chi volesse manifestare la propria intenzione di abbonarsi a "Il Fatto" potrà farlo scrivendo a dettofatto@ilfatto.info -considerate che il progetto partirà solo se a manifestare questa intenzione saranno in 10-15 mila almeno: mi sembra serio l'atteggiamento di chi si propone sul mercato e afferma che offrirà qualcosa solo se vi sarà una significativa domanda di quel qualcosa, e al prezzo di quel qualcosa, senza ricorrere ad aiuti assistenzialistici e, ahimè, pubblici quindi pagati da tutti noi, come invece fanno tutti gli altri giornali.

Consiglio a tutti di prendere la buona abitudine di seguire il lavoro di Travaglio, non è mai troppo tardi per decidere di infrangere la cappa di menzogne in cui viviamo, boicottare i telegiornali e i giornali al servizio di un padrone e cominciare a nutrirsi di fatti: è in persone come Travaglio, e Beha, Massimo Fini, Padellaro, Gomez, ecc. che sono riposte gran parte delle speranze di chi non si rassegna a questa squallida attualità che non meritiamo. Non sono eroi o superuomini: sono persone oneste che fanno bene il loro lavoro, quello di giornalista, tutto qua. E' poco, dopotutto, ma per come siamo messi oggi è tutto.






















foto: Travaglio autografa i suoi libri; parte degli spalti gremiti; Travaglio e Padellaro entrano nel Palazzetto; il dibattito; l'omaggio finale.
autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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giovedì 21 maggio 2009

Italia 1 dice il falso

Questa sera ho scritto una mail al direttore di Studio Aperto (il TG di Italia 1). Un amico, negli stessi istanti, leggeva un libro di Schnitzler. Non voglio fare il pessimista di professione, ma penso che lui abbia impiegato profittevolmente il suo tempo. Inoltre, qualcosa mi dice che riceverò una risposta analoga a quella che ricevetti da Filippo Facci (Il Giornale): silenzio. D'altra parte chi siede sui banchi della ragione può non avere il tempo di rispondere alle mail di estremisti giustizialisti comunisti dipietristi e fan di Travaglio, posso ben capire. Ecco quel che ho scritto:

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"Egregio Direttore di STUDIO APERTO,

La presente per comunicarLe che l'on. Silvio Berlusconi NON fu assolto nel processo Mills, come vergognosamente dichiarato nell'edizione di Studio Aperto del 19 maggio.
(http://chiarelettere.gruppi.ilcannocchiale.it/?t=post&pid=2252391)

Il processo per la corruzione di David Mills da parte di Silvio Berlusconi si era aperto con il rinvio a giudizio di entrambi nel 2006 (per i reati previsti dagli articoli 110, 319, 319ter e 321 del codice penale e commessi fino al 1998). La posizione di Berlusconi e' stata stralciata in seguito all'entrata in vigore del "lodo Alfano" sull'immunità alle c.d. alte cariche dello stato.

Quindi Berlusconi e' impunito per legge (il lodo Alfano) e non assolto. Questi sono FATTI.

Al campo delle opinioni appartengono poi le affermazioni di chi considera il lodo Alfano una vera e propria vergogna nazionale (opinione di molti) e una legge incostituzionale (secondo centinaia di giuristi e studiosi).

Rimanendo in ogni caso ai semplici fatti, spiace vedere uno dei principali TG italiani mistificare bellamente la realta' dei medesimi.
Questo non e' giornalismo: il giornalismo e' al servizio della verita', piacevole o scomoda che sia. Quello a cui abbiamo assistito l'altra sera è tutt'altra cosa.

Cordialità."

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Gli Italiani non ricordano la dittatura, la mancanza di libertà, l'angoscia, la guerra. O sono troppo vecchi per ricordare con esattezza e piena consapevolezza le implicazioni di quel regime (chi oggi ha settant'anni all'epoca ne aveva dieci...) o così giovani e ignoranti da non sapere. Presto avranno quel che si meritano: la perdita di quel che non sanno apprezzare. E' il mio augurio, altro non merita un popolo così miope da ricadere sempre negli stessi errori.

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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martedì 19 maggio 2009

La mia decisione

Da qualche giorno ho preso una decisione; è il momento. No, non mi sposo. Né abbraccio la vita monastica. Molto più semplicemente, d'ora in poi, quando mi troverò a discutere con una persona che ha ancora intenzione di votare Berlusconi & C. e/o lo giustifica e/o lo idolatra e/o pensa che sia vittima di complotti, persecuzioni, invidie, ecc. e/o ritiene che il nostro sia "sceso in campo" (sic) per salvare il paese dalla minaccia rossa e non per salvare se stesso dalla giustizia umana, invariabilmente la considererò senza appello stupida o disinformata (quindi, di fatto, stupida, giunti al punto in cui siamo) o sua parente/amica/complice o, di fatto, portatrice di qualche interesse personale che viene esaltato e difeso dalla permanenza del citato soggetto ai vertici del potere in Italia (es: sono ricco quindi godo se governa un ricco che mai si sognerebbe di prendere decisioni contrarie ai miei personali interessi di ricco; del resto non m'importa).

Sono ormai approdato al porto sicuro e meditato in cui è ormeggiata quest'idea: che una persona di buon senso, onesta intellettualmente, intelligente ed equilibrata, con un discreto senso civico, amante della pace e della libertà, fautrice della democrazia e di una maggiore giustizia sociale, dalla parte della legalità, immune da razzismi e pregiudizi, sia essa di destra, di sinistra, di centro, moderata o estremista, atea o cattolica, anarchica o luddista, ricca o povera, famosa o sconosciuta, non può più far finta di nulla e continuare a chiudere gli occhi di fronte a un'evidenza che, cresciuta nel corso degli anni, si è ormai fatta schiacciante. La storia è piena di epoche nefaste in cui troppi e troppo a lungo hanno chiuso gli occhi portandoci sull'orlo dell'inferno.
C'è un limite al fanatismo e alla partigianeria politica, è il limite che l'uomo onesto e animato da un'ideale non oltrepasserebbe mai al seguito di una o più persone che hanno polverizzato ogni limite di decenza e di dignità, quel limite oltre il quale la passione politica e la tensione ideale diventano irrimediabilmente cieco servilismo e prostituzione intellettuale bella e buona.
Se io ho un mito (es: Mussolini) e poi questo instaura una dittatura, manda al confino quelli che dissentono, si allea con Hitler, commette infamie su infamie, si rende responsabile della vergogna delle leggi razziali e della deportazione degli ebrei, solo per citare fior da fiore, questo mito cade nel fango, a meno che io non sia, per l'appunto, suo parente o complice, o stupido e/o disinformato, o portatore di qualche interesse privilegiato o persona non in possesso dei requisti che ho elencato prima. L'idea in cui onestamente credo, in altre parole, può essere incarnata da un uomo, ma se questi si comporta in modo contrario ad essa o comunque in modo contrario ai basilari e condivisi valori su cui si fonda la convivenza civile l'idea resta, l'uomo passa: in caso contrario sono io che non mi dimostro degno di tale idea.

Al di là dell'esempio, che resta un esempio, quel che si vuol dire è che l'Italia non è più una democrazia, di fatto, sebbene ne conservi ancora l'involucro esterno e la definizione formale. Non lo è più da anni. I motivi sono centinaia e sono sotto gli occhi di tutti quelli che hanno la forza e la levatura morale di togliersi le fette di prosciutto dagli occhi e giudicare con distaccata equità gli eventi degli ultimi vent'anni.
In una deomocrazia infatti un premier che, con sentenza di primo grado, si vede dare del corruttore, ha l'obbligo morale (non essendoci , purtroppo, quello legale) di dimettersi da ogni incarico pubblico, di rinunciare a qualsivoglia rete di protezione (l'incostituzionale e vergogonoso lodo Alfano) e di sottoporsi al giudizio della magistratura, al fine di chiarire la sua posizione e di cercare di ottenere l'assoluzione non manipolando l'opinione pubblica grazie ai potenti mezzi di cui dispone ma, al pari di qualsiasi cittadino, producendo prove circostanziate e rispondendo con esaustiva verità alle domande degli inquirenti. Questo accade in tutti i paesi "civili" del mondo, in tutte le democrazie, e per molto meno di una sentenza: per un semplice sospetto, o per l'avvio di una semplice indagine. Negli altri paesi i politici si dimettono per "quisquilie" tipo i contributi della colf non pagati o i rimborsi spesa gonfiati.

E' intollerabile che una persona coinvolta in decine di processi, che ha già beneficiato di prescrizioni a go-go (grazie a provvedimenti da lui stesso promossi) e che in ultimo ha deciso di rendersi penalmente non imputabile per qualsiasi reato, anche se non connesso alla sua carica o ad essa precedente, adesso, dopo una sentenza di primo grado che, sulla base di fatti inoppugnabili (la lettera scritta da Mills al suo commercialista e la sua prima, chiara, circostanziata e completa confessione), lo definisce un corruttore (non è la prima volta), resti al comando del paese e continui a rappresentarci, ad amministrare la cosa pubblica, a decidere delle nostre vite. E' intollerabile, ma è legale solo perchè lo dice la legge, una legge che però è una porcata che cozza con la Costituzione e che è indegna di una società civile.

Una persona onesta, in un paese democratico e libero, si farebbe da parte (e se non lo facesse vi sarebbe costretta) al fine di chiarire la sua posizione, nei fatti gravissima. Non continuerebbe a restare al suo posto offendendo i cittadini, i giudici, le forze dell'ordine, le istituzioni; non proseguirebbe nella sua sistematica opera di delegittimazione della magistratura; non seguiterebbe ad ignorare le legittime domande che la scarna stampa non allineata di tanto in tanto trova chissà dove il coraggio di rivolgergli; non andrebbe avanti a raccontarci balle come quella sull'autista di Craxi, sul complotto dei giudici, sul complotto della sinistra per spingere Veronica al divorzio, sulla crisi economica che prima non c'è, poi improvvisamente c'è ma è già passata quasi del tutto. In un paese democratico e libero, appunto.

La democrazia è in pericolo. La libertà anche. L'errore più grande che sempre gli uomini fanno è quello di considerare la libertà come un risultato definitivo, dimenticando che la battaglia per difendere questo dono prezioso, che tanto sangue innocente ha fatto versare, si combatte giorno dopo giorno, a partire dalla piccole cose.

Una persona anche solo sfiorata da un così grave sospetto sarebbe indegna di governare l'Italia. Lo direi chiunque ci fosse al suo posto, qui non si tratta di partigianeria politica ma di senso di responsabilità: Berlusconi, si faccia da parte, rinunci a quel vergognoso scudo Alfano che si è costruito preventivamente al fine di sottarsi al corso della giustizia e affronti da uomo le conseguenze di quel che ha fatto. Se è innocente non faticherà a far valere le sue posizioni, pensi agli innocenti che, accusati di un crimine che non hanno commesso, non possono nemmeno sognarsi lo stuolo di legali di cui lei potrà avvalersi; i magistrati, per quanto "comunisti", "antropologicamente diversi dalla razza umana", orchestratori di un "complotto" ai suoi danni, non potranno mai, in un dibattimento pubblico, raccontare più falsità di quanto non abbia finora detto lei in ogni campo, da Noemi a ritroso.
La verità è che Berlusconi, grazie al lodo Alfano, e anche nel caso in cui ne venisse ufficializzata la conclamata incostituzionalità, non verrebbe mai processato, a causa dei cavilli eccepiti dal suo nutritissimo collegio di difensori e a causa dei tempi di prescrizione sapientemente modulati da chi di dovere: si tratta di un uomo che negli anni ha predisposto con cura una diabolica rete di salvataggio in grado di salvarlo dalle conseguenze di qualsiasi azione; si tratta di un uomo il cui status (titolarità di un mostruoso conflitto di interessi), il cui modus operandi e il cui passato cozzano irrimediabilmente e da sempre con l'idea stessa di stato democratico. Il fatto che gli Italiani lo abbiano votato non ne sana affatto la posizione giudiziaria, non ne cancella i processi, non lo monda da nulla: qualifica solamente questo popolo come del tutto irrispettoso della legalità e del tutto incapace di darsi una guida degna e all'altezza, tutto qua: la mancanza di una valida alternativa a sinistra non può e non deve giustificare simili irragionevoli scelte.

In una democrazia siamo tutti soggetti alla legge e tutti dobbiamo pagare quando ci macchiamo di una colpa: anche per questo motivo questa non è più una democrazia, ma una squallida telecrazia dittatoriale di stampo orwelliano, un volgare sultanato mediatico, una plutocrazia oligarchica e illiberale in fieri.

In fin dei conti la penso come Berlusconi, riguardo alla sentenza Mills: "E' uno scandalo".

Sarà questo ormai incontrollato delirio di onnipotenza che la spinge a far di tutto senza nemmeno sentir più il bisogno e aver più il pudore di nascondersi ai nosti occhi che presto o tardi la fregherà, Signor Berlusconi.


autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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lunedì 18 maggio 2009

Una repubblica fondata su che cosa?

Su Italians (che frequento abitualmente) leggo le considerazioni di Giulio Portioli che a sua volta si riferisce ad un precedente intervento di Carla Due e un po' sobbalzo (poco, ormai l'età è quel che è...).
Ignoro a bella posta la retorica da Italians di Portioli (laureato che emigra e, dopo un inizio di sacrifici, si afferma lontano dalla patria ingrata) e vado al sodo: il lavoro è un DIRITTO, non diciamo assurdità. Dovere è accettarne anche uno non rispondente alle proprie ambizioni e capacità, in attesa di tempi migliori; dovere è darsi da fare per cercarlo e svolgerlo al meglio quando lo si trova. Quando una società non è in grado di garantire un lavoro dignitoso ai suoi componenti ha miseramente fallito, altro da dire non c’è. E così quando permette lo sfruttamento dei lavoratori, le morti bianche, la tirannia degli imprenditori aguzzini drogati di profitto. Evitiamo di spararle troppo grosse per non mancare di rispetto a chi, a 40 anni, si ritrova in mezzo a una via in nome della flessibilità e non sa come sfamare i propri figli. Emigrare per lavorare equivale a confermare che questo paese ha fallito.

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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giovedì 14 maggio 2009

Un po' triste ma immensamente felice

Una volta tanto la foto che vedete a fianco non proviene dalla rete ma dalla mia cucina: stasera paste e spumante. Vi verrà subito un dubbio: è diventato laziale, genoano o cosa? Nienta paura, sono solo me stesso, chi si stupisce è perchè non mi conosce (sì, anche tu che credevi di aver capito tutto di me; mi spiace, devi applicarti di più). Per colpa di un rigore, all'ultimo secondo di una maratona estenuante, non stringo la coppa: era la dodicesima finale di rilievo per la Samp, sarebbe stato l'ottavo trofeo come prima squadra, non ce l'abbiamo fatta per un soffio. Ok, giusto così, e non può che esserci delusione, rammarico, dispiacere. La meritavamo e non ce l'abbiamo; ce l'hanno altri che la meritavano pure loro, ma insomma il punto è che noi non l'abbiamo. Il rammarico è comprensibile, ma un rigore in più o in meno non può cancellare tutto quello che fino a quell'istante fatidico hai costruito di buono, se l'hai costruito: e noi sappiamo di averlo fatto.
Una competizione ben condotta dall'inizio alla fine, avversari illustri eliminati, una finale giocata davvero bene; una squadra che oltre ad aver sviluppato un bel gioco e ad aver saputo reagire ad un gol a freddo si è comportata in maniera corretta e ci ha fatto sentire orgogliosi, un gruppo di giocatori che hanno difeso i nostri colori con onore e con lealtà, mettendo in campo il cuore e dando tutto quel che potevano dare; una tifoseria encomiabile per passione e civiltà, ventimila persone felici a priori che hanno invaso Roma, non un capello torto a nessuno, una coreografia memorabile (che la Rai, filoromana e filostupida, non ha inquadrato quasi mai se non per pochi istanti), una dimostrazione d'amore pazzesca. Tutto questo resta, non può essere cancellato da un rigore, come potrebbe? Un rigore ti nega la coppa, ma il resto rimane. Ti nega la gioia del trofeo, non può toglierti la felicità di esserci arrivati, fin lì, a un soffio, e con merito e onore. E chi crede in certi valori e da sempre li considera più importanti della pur ambitissima vittoria sa che una coppa è meglio vincerla, ma sa anche che se la si perde dopo aver giocato la cosa è accettabile; quei valori, invece, sono irrinunciabili e non sarebbe accettabile per noi blucerchiati farne a meno. Non siamo santi in terra, anche noi a volte sbagliamo, ma quando capita sappiamo di averlo fatto e ci scusiamo.
Il rammarico dunque c'e', ma non appanna la soddisfazione per quanto di buono società, giocatori e tifosi, quindi anch'io, hanno saputo costruire, per il modo onorevole ed encomiabile col quale abbiamo tifato, hanno giocato e abbiamo perso.
Quindi via con spumante e paste: sono venti, se avessimo vinto la coppa magari ne avrei preso trenta, toh! Questo rammarico, se permettete, lo lascio al pasticcere, ora brindo un po' triste ma immensamente felice (e credetemi, non è una contraddizione).

Per finire, aggiungo oggi 16 maggio quel che voi, abbonati Rai laziali, sampdoriani o comunque italiani, non avete potuto vedere a causa della censura effettuata dalla Rai (clicca sulla foto per ingrandirla; fonte: www.sampdoria.it):



autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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Saper perdere, saper vincere, e la solita figura della Rai

Saper perdere e correttezza sono da decenni alcuni dei marchi distintivi di casa Samp, sul prato e sugli spalti. D'altra parte solo chi sa perdere sa vincere e questa società sportiva, che dal 1982 ad oggi ha vinto un numero di trofei notevole, e addirittura incredibile se rapportato alle risorse di cui ha potuto disporre, ha sempre fatto vedere di saper perdere quando ha perso e di saper vincere quando ha vinto: questo fatto è indubitabile, la storia fa testo. Per gli atipici sostenitori blucerchiati questi principi sono più importanti della vittoria stessa, peraltro ambitissima: sembrerà strano, ma è così, e senza scomodare De Coubertin. Chi non vuol crederci o chi al contrario pone la vittoria al di sopra di tutto, anche di certi irrinunciabili valori e regole di comportamento nella vita e nello sport, è libero di farlo, ma non ha molto a che fare con l'ambiente blucerchiato, questo è poco ma sicuro.
Anche stasera grande fair play, misura e sportività nel dopopartita: la Coppa sarebbe stato il massimo, ma se il tuo avversario (che non è mai un nemico, per chi respira Samp) riesce, sia pure all'ultimo secondo, a strappartela di mano, vi si può rinunciare e farsene una ragione, consci di aver dato tutto e quindi con la coscienza a posto; i comportamenti di cui dicevamo prima, invece, sono irrinunciabili. Quindi peccato per la Coppa, sfumata per un soffio dopo due ore di gioco e 14 rigori, e complimenti alla Lazio: a quel punto serviva soprattutto tenacia e fortuna e la Lazio l'ha avuta, portandosi a casa una vittoria meritata dato l'elevato equilibrio che c'è stato per tutto il match. Un gol sbagliato o realizzato, dopo 120 minuti e 14 interminabili rigori, non può cambiare il giudizio su una stagione, una competizione o una partita, chi la pensa diversamente si rende fatalmente ridicolo da solo: può solo cambiare l'umore, ma non è che se va dentro un tiro in 9 mesi sei un dio e se va fuori sei all'inferno: sei deluso, ma la delusione poi passa e resta quel che comunque di buono hai fatto; se invece ti va dritta oltre a quel che di buono hai fatto hai pure, è ovvio, la gioia per aver vinto e la coppa in bacheca.

Riflettete su questa verità: vincere sarebbe davvero poco appetibile se chi gioca non rischiasse sempre, in ogni istante, anche di perdere; è la possibilità di perdere, sempre concretissima, che rende la vittoria magica, è il rischio che fa brillare la vittoria e sono la maturità e la sportività che rendono accettabile la sconfitta in quanto parte integrante del gioco stesso, del quale è, in fin dei conti, uno dei due esiti possibili. Chi gioca lo sa, quindi spera di vincere, è deluso se perde, ma se perde, specie se perde all'ultimo secondo di un'epopea, francamente non può alla fine ammazzarsi per il dispiacere, sarebbe stupido. E gli stupidi a noi stanno antipatici.
Chi pensa che sia la sconfitta di stasera a farmi scivolare in filosofismi spericolati non mi conosce e/o non ha capito un bel niente, per il resto è ok.

Dato che un rigore tirato dentro o fuori non può cambiare un giudizio (come potrebbe?) ma, semmai, l'umore, e dato che non posso occuparmi sempre di politica e di quel che si inventa il noto premier che dall'alto ci governa a lume spento, esprimiamo il nostro giudizio sulla serata appena trascorsa così come era prima della "lotteria" dei rigori: l'avremmo pubblicato comunque, per onestà. Primo tempo giocato meglio dalla Samp, tutta tesa a recuperare l'iniziale svantaggio e con la Lazio a contenere, se si esclude il doppio miracolo di Castellazzi; secondo tempo con la Lazio più attiva e la Samp costretta a lungo sulla difensiva, dall'80' al 120' molto meglio la Samp. Arbitraggio infarcito di errori incredibili, davvero troppi: Rosetti sarà pure il migliore, ma Collina stava su un altro pianeta, se devo giudicare dalla prestazione di stasera. Quindi Samp 7.5 (ha avuto più occasioni, dopotutto), Lazio 7 (sale a 7.5 se aggiungiamo il merito non irrilevante di aver trasformato un rigore in più), Rosetti 4, pubblico 10, telecronaca dell'evento 5, regia televisiva 2.

Sul 4 all'arbitro c'è poco da spiegare: non ha visto un rigore solare (pro Samp), un rigore possibile (pro Lazio), due espulsioni possibili (una per parte), una punizione dal limite e un calcio d'angolo apparsi incredibili per quanto erano chiarissimi (entrambi pro Samp), ha distribuito i gialli senza alcuna uniformità di giudizio (leggi: a casaccio) e inoltre ha, di fatto, diretto nei primi 30 minuti con interpretazioni un po' a senso unico pro squadra "di casa" (è una mia opinione, non parlo di malafede, che ne so io? parlo di quel che ha fatto secondo quel che ho visto). Ho letto sui giornali, a volte, frasi del tipo "non ha feeling con la Samp": ma che vuol dire? deve arbitrare, mica avere feeling. Nel complesso, brutta prestazione. Già alla fine del primo tempo, sull'1-1, Rosetti stava sul 5 scarso.

Sulla Rai, che dire... 18-20 mila sampdoriani arrivati a Roma, una dimostrazione d’amore memorabile (l’ennesima), un esodo pazzesco se si pensa che Genova non ha due milioni di abitanti ma 700 mila e divisi pure fra due fedi, un'intera curva dell'Olimpico strapiena, una tifoseria colorata, corretta e felice che "nonostante la netta inferiorità numerica, tiene botta. Il suo settore è diviso con precisione millimetrica in spicchi con i colori della squadra: bianco, azzurro, rosso e nero. significa che i quasi 20 mila doriani si sono distribuiti equamente le maglie con le varie tonalità" (Gazzetta dello Sport). L'effetto cromatico è stupefacente, le voci si fanno sentire anche contro i 50mila laziali di casa, e la nostra cara vecchia rimbecillita Rai che fa? Non inquadra MAI la curva blucerchiata in campo largo, ma solo (e pochissime volte) in campo stretto o strettissimo: a chi vede il match in TV sembra che tutto lo stadio sia biancazzurro. La prima fuggevole inquadratura seria avviene dopo due ore... Una scelta di regia non casuale e davvero stupida, prima ancora che indegna di un servizio pubblico; stupida perchè stupidamente partigiana. Sulla cronaca che dire... ne ho sentite tante di cronache così, negli anni... bè, di parte, moderatamente, ma di parte. Mi chiedo: perché non giocare la finale in un campo neutro per davvero (Bologna, Firenze) e affidare la cronaca a un bolognese o a un fiorentino? A chi ti pare insomma ma non a uno staff romano (come non sarebbe andato bene uno staff genovese, ca va sans dire). "Le formule poi sono cervellotiche, chissà perché le semifinali sono in gare di andata e ritorno e i quarti su gara secca: e anche la sede della finale, fissata per sempre all'Olimpico, diventa infelice quando c'è una squadra romana, l'appoggio del pubblico e l'ambiente diventano un'arma troppo pesante nel bilancio della partita" (repubblica.it, mica lo dico solo io...). Al di là della scelta della sede, e tornando alla poca obiettività di chi dovrebbe essere telecronista o commentatore di mestiere e non per hobby, non è la prima volta che devo far notare certe cose, Civoli (interista) e Collovati (ex genoano) con Inter-Samp furono a tratti pazzeschi: sembrava di essere su Inter Channel con due commentatori moderati e invece si era sulla Rai... Sono particolari che amareggiano, è l'Italia che non ci piace. Anche a Genova e in Liguria pagano il canone, e lo pagano anche le migliaia di supporter doriani sparsi per l'Italia. Rai sonoramente bocciata, quanto ad equanimità, e non è la prima volta: sono piccoli dettagli che sommati ti lasciano un'amarezza nettamente più forte di quella della sconfitta. A farci una figura pessima è la Rai, che, lo ricordiamo, vive con i NOSTRI soldi e poi fa informazione al servizio dei politici e telecronache sportive davvero poco professionali: io sono una persona equilibrata, sarei scocciatissimo se dovessi sentire una cronaca pro Samp sulla Rai.. e dico che la cronaca di ieri, come quella di tante altre sere, era poco obiettiva: per un giornalista è già un giudizio abbastanza duro, non devo aggiungere altro.

Ultima nota: quando Pazzini al 4', pur non subendo tecnicamente fallo, riceve comunque un duro colpo da un laziale e finisce a terra dolorante, tutti (o molti) si aspettano che la Lazio butti palla fuori per permettere l'arrivo dei soccorsi: il regolamento non lo impone, anzi... ma è uso farlo fra gentiluomini, specie se si è sulla trequarti defilati e non sul dischetto, se poi si è appena al 4' e non si sta perdendo non ci sono nemmeno scuse... Invece non è stato fatto, l'azione è proseguita e cinque secondi dopo ecco il gol laziale. Brutto episodio, a nostro giudizio. Una piccola macchia nera. Ricordo quando anni fa, a Parma, Mancini, lanciato in contropiede, si fermò volontariamente per soccorrere un avversario ferito: masochista, forse, ma tanto tanto sportivo: si poteva far gol, non mi arrabbiai.

Complessivamente bella partita, brave le squadre, banalotte le parole di Napolitano (sui cori razzisti approva una misura che colpisce nel mucchio ferendo l'incivile e il civile), delicatamente servizievoli i telecronisti, nettamente laziale la regia, non in giornata l'arbitro (diciamo: capita...), splendidi i tifosi. Complimenti alla Lazio (per aver vinto), alla Samp (per come ha perso), a De Silvestri (Lazio) e Palombo, Marotta, Mazzarri (Samp) per la sportività. Poteva andar meglio (prendersi la coppa, per esempio...), ma va bene così: si gioca, si vince, si perde.
Altri, invece (avete capito con chi ce l'ho) perdono sempre pure quando vincono!

Au revoir.

(PS: oggi 16 maggio "Il Secolo XIX" pubblica il ringraziamento ufficiale che le Ferrovie dello Stato hanno inviato alla Federclubs -federazione dei clubs blucerchiati- per complimentarsi per il comportamento tenuto dai sostenitori blucerchiati durante la trasferta, "sia durante il viaggio che sul campo di gioco: correttezza, spirito sportivo, civiltà di comportamento sono valori che vanno ben oltre il risultato dell'incontro e che fanno ben sperare per quel patrimonio di civiltà che vogliamo passare anche alle prossime generazioni di cittadini e di tifosi", firmato Pasquale Cammisa, responsabile della Divisione Passeggeri Nazionale e Internazionale delle Ferrovie dello Stato)

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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martedì 12 maggio 2009

Speranza per ragazze precarie

Ragazze spiantate, precarie o disoccupate, dite basta a una vita di stenti (terza e quarta settimana al verde) e di umiliazioni (bamboccioni), a serate passate ad inviare curriculum che nessuno leggerà e al pensiero fisso di un futuro nero ed incerto!
Tempo fa, interrogato sulla crisi economica e sulla disoccupazione giovanile, il nostro Presidente (per l'appunto del Consiglio) vi ha dato un consiglio che è più che mai valido e attuale: sposare un miliardario. Da qualche giorno, grazie alla signora Veronica, sul mercato ce n'è uno in più!
In bocca al lupo, dunque.

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)
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domenica 10 maggio 2009

Canne senza pensiero

Roma - Le critiche dell'Onu e del Vaticano alla decisione di respingere verso la Libia gli ultimi barconi carichi di migranti non fermano il governo. Come conferma il ministro dell'Interno, Roberto Maroni: la linea dei "respingimenti" intrapresa da alcuni giorni "continuerà", perché è "efficace" e "assolutamente conforme a tutte le normative europee e ai trattati internazionali". E anche il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, difende la scelta: "Non apriremo le porte a tutte come la sinistra - attacca - la loro è un'idea di società multietnica, la nostra idea non è così, è quella di accogliere solo chi ha le condizioni per ottenere l'asilo politico". (repubblica.it 9 mag 2009)

No all'idea di una società multietnica. (Silvio Berlusconi)
Per società multietnica si intende una società umana caratterizzata dalla coesistenza, più o meno integrata, di persone di origini diverse. (wikipedia.it)
[La nostra idea] è quella di accogliere solo chi ha le condizioni per ottenere l'asilo politico. (Silvio Berlusconi) Hanno idee dunque? E come riconosci in mezzo a 200 persone affamate, stravolte, impaurite, che hanno appena rischiato la vita per arrivare da noi, chi ha tali condizioni e chi no?

Individui che decidono del nostro destino, che governano la cosa pubblica, che utilizzano (male) il denaro della comunità, che con le loro scelte (suicide) inquinano il nostro presente e compromettono il nostro futuro, che in buon numero hanno conti aperti con la giustizia, che pur godendo di vasto consenso mediatico (autoprodotto e autoalimentato) non sono mai stati eletti, ebbene individui di questo tipo si oppongono alla "società multietnica" (un po' comunque hanno studiato, perchè da "brutto negher" siamo passati a "società multietnica"; è sempre stoosh, ok, ma si nota un'evoluzione formale).
Non si sa se a vincere è l'ignoranza o il razzismo.
Siamo già una società multietnica, cialtroni!
Lo sono gli USA, il Brasile, l'Europa occidentale. Lo saremo sempre di più.
Opporsi a questo ributtando a mare e consegnando a un paese definito fino a pochi anni fa "stato canaglia" centinai di disperati stipati su gommoni, fra i quali decine di bambini e di donne, è un atto contrario ai diritti umani più elementari, è una barbarie. Evidentemente questo nostro paese non riesce a far niente che sia migliore di ributtare in acqua i disperati che chiedono aiuto o di detenerli mesi e mesi in carceri mascherate da CPT (centri di permanenza temporanea).

Si oppone all'idea di una società multietnica. Ha chiesto il parere di Noemi Letizia?

E' come opporsi al fuoco con un telo di carta, è come cercare di svuotare il mare con uno scolapasta. Questi sono fuori dal tempo, fuori dal mondo.
Hanno perso quel poco di ragione che li assisteva.
Cavalcano il razzismo che è latente in ognuno di noi, acuiscono ad arte lo scontro sociale, lucrano sulle tensione per raccattar voti. Schiavi del ricatto di quel manipolo di razzisti che si definisce Lega.

Oggi li ributtano in mare o fanno gli indiani quando centinaia di disperati chiedono aiuto, rimpallandosi il fastidio con Malta. Propongono autobus riservati ai neri o ai non milanesi. Classi separate per i bambini che non sanno bene l'italiano. Impongono ai medici del pronto soccorso di denunciare i clandestini che si rivolgono all'ospedale per necessità e ai presidi delle scuole di denunciare i genitori degli alunni senza permesso di soggiorno. Parlano di Padania, di gente del nord, di Roma ladrona, di Sud che campa a spese del Nord produttivo. Fanno riti celtici senza sapere nemmeno perchè sono al mondo e perchè sono su un palco ad agitare masse e fomentare odio. Sembra di sentir parlare di nuovo di razza ariana. Agitano orribili fantasmi scimiottando un passato che non hanno studiato abbastanza.

La parola clandestino, per me, nemmeno esiste. Può servire solo per indicare un passeggero senza biglietto, nulla di più. Permesso di soggiorno è un'espressione che mi sfugge. L'Italia non è mia. Il mondo non è mio, esisteva prima di me, io sono ospite. Un senegalese ha lo stesso dritto che ho io di passeggiare per Piazza dei Miracoli. Se viola la legge, deve essere punito, esattamente come devo esserlo io se faccio altrettanto. Ma una volta che si comporta bene e ha un documento di identità, chiunque può andare dovunque nel mondo, senza aver bisogno di un lavoro o di riempire cartacce. Spesso si dice: non è giusto, perchè se vai in un paese arabo non puoi fare quello che vuoi; perchè allora dovremmo permettere tutto questo noi? Può essere, rispondo, ma non vedo perchè a un errore di altri io debba far seguire il mio. Stranieri, siete i benvenuti. Se onesti, siete ai miei occhi come gli Italiani, se onesti. Se poco di buono dovreste finire dietro le sbarre, ma qui da noi, già lo sapete, i delinquenti girano impuniti per le strade e, spesso, diventano politici.

Il multiculturalismo è un VALORE. Uno dei motori del progresso. E' ricchezza, orizzonti, opzioni, conoscenza. Ci permette di crescere. Questi sono un'ancora che frena la nave del progresso civile e spirituale. Sono il passato, le idee sconfitte, le teorie sbugiardate e svergognate dalla storia. Sono inadatti a capire il tempo in cui viviamo. Sono inadatti a tutto. Non sanno nulla, non sono nulla. Un vuoto che nemmeno pensa, con buona pace di Pascal. "L'homme n'est qu'un roseau, le plus faible de la nature, mais c'est un roseau pensant". Questi qui son solo canne.

Leggi anche:

Tutte le falle giuridiche della "svolta Maroni": http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/cronaca/immigrati-6/leggi-internazionali/leggi-internazionali.html

Dalla prigione l'appello dei dannati: "Ci trattano come bestie, salvateci": http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/cronaca/immigrati-6/testimone-nigeriano/testimone-nigeriano.html


autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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giovedì 7 maggio 2009

Cialtroni ignoranti e razzisti

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L'1 dicembre del 1955, a Montgomery (Alabama, USA), Rosa Parks, allora impiegata come sarta in un grande magazzino, stava tornando a casa in autobus e, poichè l'unico posto a sedere libero era nella parte anteriore del mezzo, quella riservata ai bianchi, andò a sedersi lì. Poco dopo salirono sull'autobus alcuni passeggeri bianchi, al che il conducente James Blake le ordinò di alzarsi e andare nella parte riservata ai neri. Rosa però si rifiutò di lasciare il posto a sedere e spostarsi nella parte posteriore del pullman: stanca di essere trattata come una cittadina di seconda classe (per giunta costretta anche a stare in piedi), ella rimase al suo posto. Il conducente fermò così l'automezzo, e chiamò due poliziotti per risolvere la questione: Rosa Parks fu arrestata e incarcerata per condotta impropria e per aver violato le norme cittadine. (...)
Dalla ribellione di questa donna coraggiosa prese le mosse un vastissimo movimento di protesta e di boicottaggio fino a quando, nel 1956 il caso della signora Parks arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti d'America, che decretò, all'unanimità, incostituzionale la segregazione sui pullman pubblici dell'Alabama.
(wikipedia.it)

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Milano - Una volta c'erano i posti riservati alle donne, agli anziani o agli invalidi. Ora il deputato della Lega Matteo Salvini propone le carrozze della metropolitana "per soli milanesi". Il capogruppo del Carroccio nel comune di Milano sceglie piazza della Scala e la presentazione dei candidati milanesi della Lega per lanciare la sua provocazione. Lo dice da leghista convinto e "da milanese che prende il tram".
"Meglio vagoni solo per extracomunitari". Convinta, appoggia l'iniziativa anche una candidata al consiglio provinciale, Raffaella Piccinni, compagna di partito del deputato leghista. Stesso principio di apartheid ma con una sfumatura leggermente diversa. Se il deputato distinge tra "milanesi" e altri, lei tra italiani ed stranieri. Per la Piccinni meglio sarebbe riservare "vagoni solo per extracomunitari". "Ci sarebbe più sicurezza", assicura.
(...)
La marcia indietro. Dinanzi al muro di condanne che le sue parole hanno sollevato, Matteo Salvini si è affrettato a fare marcia indietro: "La mia proposta sarà valida fra dieci anni se la sicurezza nei trasporti pubblici meneghini non cambierà". E poi ha precisato: "I posti saranno riservati ai milanesi sì, ma di qualsiasi razza e colore. Chi mi critica non ha mai preso certe linee a rischio. Lo faccia, e cambierà idea".
(repubblica.it)

Il primo brano tratta di un notissimo episodio risalente al 1955, in piena epoca di discriminazione razziale.
Il secondo pezzo è di oggi, 2009, Italia.

Cialtroni ignoranti e razzisti. I milanesi "di qualsiasi razza e colore" non rubano? non violentano? non uccidono? Di certo l'essere milanesi non impedisce a un individuo di vomitare idee che puzzano più del letame, almeno di questo abbiamo avuto oggi la prova.

Certo, domani diranno che si è trattato solo di una "provocazione". Dimenticando che le provocazioni possono permettersi di farle solo quelli che ragionano bene tutto l'anno. Insomma, la trita tattica del premier (dico, smentisco, ridico) fa proseliti. Oppure diranno che si è trattato di una "battuta", dimenticando che non fa ridere nemmeno un po' e che quando a farla fu Vauro (sugli assassini costruttori di case di cartapesta in Abruzzo) scattò la censura e l'indignazione universale. E anche Salvini è pagato da noi, come Vauro. Solo che Vauro fa satira e ha talento, altri dovrebbero occuparsi seriamente delle cose per fare le quali li paghiamo profumatamente e invece spargono odio razziale e rubano lo stipendio progettando revival del Ku Klux Klan.

Fermateli, questi ignoranti. Educateli o rendeteli innocui. Nel secolo scorso non si reagì in tempo, e l'umanità si macchiò del più atroce e incancellabile dei crimini. Appena ottan'anni fa, non nella preistoria. E' successo, puo' succedere ancora: certi fetidi germi sono duri a morire. Reagite, protestate! Isolate e svergognate certe idee ogni qualvolta si riaffacciano dalla fogna che le ha partorite.

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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martedì 5 maggio 2009

Fenomenologia del derby della Lanterna

Parliamo un po' di calcio e in particolare di derby, ad esser precisi di quello genovese (Sampdoria-Genoa, altrimenti detto "derby della Lanterna"): se n'è da poco giocato uno e allora cogliamo l'occasione per buttar giù alcune riflessioni che erano in canna da anni. Derby: in generale, nel calcio, si usa il termine derby per definire sfide tra squadre della stessa città (stracittadine) o della stessa zona geografica (es: Pisa-Livorno). Il termine viene anche usato per gare che oppongono squadre che, per questioni geografiche, sportive, sociali o politiche hanno fra loro una rivalità storica molto accesa (Inter-Juve è il derby d'Italia).(wikipedia.it).

Quello giocato domenica 3 maggio ha visto prevalere il Genoa per 3-1; in questo modo i rossoblù si sono aggiudicati entrambi i derby della stagione 2008-'09, evento che non si verificava da 44 anni. Quest'anno il Genoa, protagonista di un ottimo campionato, al di sopra delle aspettative, ha attualmente 19 punti più della Samp: non accadeva in seria A da 32 anni (in B da 28 anni) e comunque si era sempre trattato, semmai di una manciatina di punti. In generale, Samp e Genoa hanno disputato lo stesso campionato 68 volte, se la memoria non ci inganna: includendo quest'anno, solo 6 volte su 68 (9% scarso) il Genoa ha chiuso con più punti della Samp (5 volte in A, 1 volta in B). Quanto al numero complessivo di derby giocati (un centinaio in tutto), ad averne vinti di più è sempre la Sampdoria, come recitano le statistiche.
Il 3-1 maturato due giorni fa è stato meritato: nel contesto di una partita equilibrata, il Genoa ha avuto il merito di trasformare le occasioni avute in gol, sigillando poi la vittoria con la terza marcatura, maturata in uno dei più classici contropiede che ha trafitto la Samp tutta protesa nei minuti finali all'affannosa ricerca del pari. L'arbitraggio non è stato sufficiente e su questo è concorde la maggior parte dei commentatori: sono stati convalidati due gol irregolari (uno per parte) ed è stato negato un rigore su Pazzini (sul 2-1) che poteva portare la Samp al pareggio; inoltre Morganti ha tollerato il gioco duro (in particolare dei rossoblù) e ha perso il controllo del match durante le risse dei minuti finali. A completamento del quadro tracciato sul derby appena giocato diciamo che il Genoa si presentava all'evento con la fama di squadra più fallosa della serie A (le statistiche mostrano che è la squadra che ha commesso il maggior numero di infrazioni nelle prime 33 partite), la Sampdoria con quella di essere una delle squadre ad aver subito il maggior numero di falli. Cassano (Samp), ad oggi, risulta il giocatore di A ad aver subito più falli (seguito da Lavezzi): ha subito 141 falli in 33 partite, quindi una media di 4,27 falli a partita; nel solo derby di domenica scorsa ne ha subito ben 9, quindi più del doppio di una media già altissima. Il notevolissimo numero di falli commessi dal Genoa nel corso di quest'anno (e nel derby appena giocato) si può solo in parte giustificare con il tipo di gioco sviluppato dalla compagine rossoblù (ritmo alto, pressing asfissiante); lo stesso Biava (Genoa), d'altra parte, ha confermato le impressioni che tutti i commentatori hanno maturato, dichiarando che quando affronti gente brava come Cassano devi subito fargli sentire che aria tira, cercando di non farti sanzionare dall'arbitro: mi sembrano parole chiare. Queste parole, unite all'analisi del derby del 3 maggio e delle partite dei rossoblù di quest'anno e dell'anno scorso, ci consentono di affermare che se l'arbitro avesse applicato il regolamento del giuoco del calcio il Genoa avrebbe subito uno o due cartellini rossi ben prima degli ultimi minuti del match. Non che i giocatori della Samp non abbiano commesso qualche intervento eccessivamente duro, il clima era complessivamente acceso domenica sera, ma il comportamento di una stagione è più probante di quello di un singolo match e i dati parlano chiaro. Entrare da dietro su Cassano equivale a un rosso, secondo le regole; queste regole non sono state applicate. Ecco perché sappiamo di non venir meno alla nostra provata obiettività se affermiamo che il Genoa ha meritato la vittoria sul piano del gioco (ha saputo segnare tre gol il che non è poco) ma ha anche giocato sporco oltre il lecito, sfruttando il permissivismo di un arbitro non in serata: il gioco del calcio ha poco a che fare coi calci, specie con quelli sistematicamente rifilati ai giocatori di maggior talento della squadra avversaria al solo scopo di intimidirli o di far loro del male (vedi l'evidenza dei fatti e, se proprio sei ancora scettico, le parole di Biava). D'altra parte l'affermazione di Gasperini (Genoa), secondo cui i genoani sarebbero caduti nel tranello delle provocazioni orchestrate dai giocatori blucerchiati è così al di fuori della realtà dei fatti da meritarsi l'appellativo di fandonia; vero è che con un arbitro severo il giusto la partita sarebbe stata corretta e il Genoa avrebbe dovuto giocare solo a calcio, gioco in cui del resto quest'anno ha fatto faville, e non a calci, "favorendo" così la Samp che è più abituata al primo gioco che non al secondo.

Lasciando da parte il derby del 3 maggio e spostandoci su un piano più generale, notiamo come i vincitori del recente derby abbiano parlato spesso, prima e dopo la serata di domenica, di supremazia cittadina. In anni diversi da questo, quando il Genoa generalmente inseguiva i rivali in classifica, un'eventuale vittoria nel derby veniva giudicata dagli stessi come sufficiente a decretare tale supremazia, perché, si diceva, la classifica non conta, conta lo scontro diretto. D'altra parte la memoria ci assiste e ci permette di ricordare anche a voi che, quando a vincere il derby erano invece i sampdoriani, da parte rossoblù di soleva dire che la supremazia si sarebbe misurata alla fine del torneo contando i punti maturati e non certo sulla base di uno o due match spesso decisi da singoli episodi. Quest'anno, naturalmente, avendo vinto su entrambi i fronti (due derby su due e più punti in classifica) i genoani non hanno avuto dubbi nell'aggiudicarsi la palma di prima squadra della città. Sono però necessarie alcune considerazioni.
A determinare la supremazia sportiva di una squadra cittadina sull'altra non è certo la vittoria in un derby (e a chi parla converrebbe che fosse così, avendone, come detto, la Sampdoria vinti il maggior numero, dall'anno di fondazione -1946- ad oggi) e nemmeno, a nostro avviso, il numero di punti totalizzati a fine stagione (e a chi parla converrebbe anche in questo caso che fosse così, perchè il 90 per cento delle volte, dal '46 a oggi, più punti hanno preso la strada di Bogliasco): non riteniamo valido questo criterio quest'anno (sorriderebbe al Genoa) come non lo ritenevamo valido in tutti gli altri anni (più di 60 su 68) in cui a finire "sopra" era la Samp oppure le due squadre finivano a pari punti. A determinare la supremazia cittadina (se un tale concetto può aver senso) è, semmai, la prolungata, globale e non occasionale prevalenza di un team sull'altro in termini di competizioni italiane ed europee giocate, di trofei conquistati, di finali disputate e anche di piazzamenti ottenuti. Insomma, per potersi definire più forte, con una qualche ragione che non sia mera partigianeria infondata, una squadra deve per anni ottenere risultati globalmente più significativi; in caso contrario si potrà solo parlare, ragionevolmente, di vittoria dell'ultimo derby, il che comunque non è poco, dato che un derby è sempre meglio vincerlo che perderlo, per i 3 punti ma anche per questioni psicologiche e di prestigio. Non basta far meglio un anno o due per potersi definire più forte, serve continuità, e serve far meglio in maniera significativa e soprattutto globalmente e non in singole competizioni isolate ad arte dalle altre di una stessa stagione; quella continuità e quel "dominio" complessivo che la Samp per varie volte nel corso della storia del dopoguerra ha avuto nei confronti del Genoa e il Genoa mai. Vincere un derby dà diritto a dire che si sono battuti i cugini ma non a parlare di supremazia e ad usare concetti di simile e ingiustificata ampiezza. Tanto per fare un esempio: il ciclo d'oro della Samp (all'incirca dall'82 al '92, con promozione in A, uno scudetto, 4 Coppe Italia, 1 Coppa delle Coppe, 1 Supercoppa d'Italia e tante altri piazzamenti di prestigio e finali italiane ed europee conquistate) , ecco, quello sì che dà titolo per parlare di supremazia della Samp in quegli anni.

Ho quarant'anni, seguo il calcio da quando ne avevo sei e ho sempre considerato il derby come una partita uguale alle altre, anche se ovviamente più sentita. E lo dice uno che ne ha vinti parecchi, di derby, e comunque più di quanti ne ha persi. Non è per smitizzarlo, e non è nemmeno perché l'ultimo l'ho perso, figurarsi: penso che il mio articolato ragionamento abbia ai vostri occhi ben più valore di un simile inconsistente e, concedetemelo, stupido sospetto. Il derby genovese è magico, la cornice di pubblico è fantastica e generalmente civilissima e sportivissima, vincerlo è bello, perderlo scoccia a tutti. Non mi sognerei mai di pensare però che vincere il derby possa da solo salvare la stagione della mia squadra, per me è abominio concepire un tale pensiero, né del resto che perdere un derby sia sufficiente a macchiare indelebilmente una stagione per altri versi accettabile o addirittura ottima. L'unica eccezione che ammetto è questa: se una delle due squadre ha avuto una stagione pessima, un concentrato di sfortuna, brutto gioco e risultati sportivi disastrosi, ebbene pensare, in questo caso, che una vittoria nella stracittadina possa salvare la stagione può anche essere, in un certo qual modo, lecito; in tutti gli altri casi no, secondo la mia opinione. Così come perderlo in tali circostanze può essere l'ennesima mazzata. Ed è anche un pensiero assurdo per quanto mi riguarda cominciare la stagione avendo come obiettivo primario o fra gli obiettivi primari quello di finire davanti ai "cugini", come dichiarato da Gasperini di recente: pensarlo mi parrebbe limitante e limitato, provinciale, angusto. Mi darebbe fastidio se a pensare una tal cosa fosse un giocatore o dirigente blucerchiato.

In generale, secondo la mia filosofia, una squadra gioca, nel sacro rispetto delle regole, degli avversari (che non sono mai "nemici") e dell'arbitro (al quale alla fine del match va comunque stretta la mano anche se fino a poco prima, poniamo, ti ha preso in giro danneggiandoti con perfidia, vedi Calciopoli) per divertirsi, per divertire i sostenitori e gli spettatori in genere e, poi (questo "poi" è cruciale), per cercare di vincere (ma, come detto, non a qualunque costo); sarà che sono sportivo di nascita, sarà che in questo mi sento molto anglossassone, sarà che ho beneficiato degli indimenticabili insegnamenti di Paolo Mantovani, il quale anziché vincere anche una sola volta in modo sporco avrebbe preferito perdere per tutta la vita; non so perché, ma io la penso così, per me lo sport è questo e non altro. Ecco quindi che la bontà o meno di una stagione sportiva si giudica, soddisfatti tutti questi fattori, sia chiaro, dai piazzamenti ottenuti nelle competizioni a cui si è preso parte, dalle finali raggiunte, dai trofei vinti e, scusatemi tanto, non certo dal fatto di aver fatto, un anno su 30, 5 o 15 punti in più della rivale cittadina o di aver vinto o perso il derby, perché altrimenti, se fosse plausibile questa logica perversa da bottegai di provincia, vorrebbe dire che se, poniamo, l'anno prossimo la Samp vincesse la Coppa Uefa, arrivasse in semifinale di Coppa Italia e si piazzasse terza in campionato con 70 punti, avrebbe comunque fatto meno di un Genoa che, poniamo, dovesse arrivare secondo a 75 punti pur essendo stato eliminato quasi subito dalle altre competizioni. Come vedete il ragionamento porterebbe a conclusioni assurde e quindi è, di fatto, assurdo.

Mi collego a questi ragionamenti generali per fare una piccola incursione nella stretta attualità: quest'anno molti genoani ritengono di aver vissuto una stagione di gran lunga più positiva di quella dei cugini. Dissento totalmente e spiego perché, anche se di certo noi blucerchiati non siamo soddisfatti del nostro campionato perché sappiamo che ad una catena inenarrabile di infortuni e al fatto di giocare su tre fronti si sono comunque aggiunti gli effetti negativi di limiti tecnici e tattici oltre che di mentalità: il Genoa ha disputato un campionato ottimo e si è rivelata una squadra costante, chiuderà con una qualificazione in Coppa Uefa o, se andrà tutto per il verso giusto, addirittura in Champions League; ma è stata eliminata dalla Coppa Italia e non ha preso parte a nessuna coppa europea. La Samp, dall'altra parte, anche se ha avuto un cammino altalenante in campionato (anche a causa del fatto che prendere parte in maniera attiva a tre competizioni logora enormemente le risorse fisiche e mentali di una squadra specie se la rosa di cui dispone pur non essendo misurata non è certo amplissima: in parole povere, giocare su tre fronti ti toglie energie per il campionato, è un fatto dimostrato), chiuderà il torneo in una posizione anonima ma tranquilla di centroclassifica ma, è bene ricordarlo, ha raggiunto la finale di Coppa Italia (eliminando anche i Campioni d'Italia in carica) e ha giocato la Coppa Uefa superando un gironcino proibitivo a spese di formazioni sulla carta più attrezzate come il Siviglia. Quindi se la Samp perderà la finale di Coppa Italia avrà comunque disputato una stagione complessivamente superiore, sebbene di poco, a quella del Genoa (che pure, limitandoci al campionato, avrà fatto invece molto meglio); se vincerà la Coppa, bè, nemmeno a parlarne: sono i trofei a restare nella storia, e le finali raggiunte: questi dati contano più del resto, anche se far più punti in una singola competizione è lodevole, giocarne tre facendo buone cose in una, discrete nell'altra e addirittura arrivando in finale (e magari vincendola) nella restante, è meglio.
In Italia, ogni anno, una squadra a cosa può ambire? Oltre che a rispettare le sacre regole di cui ho detto prima, che per me vengono ben prima dei tre punti o di una coppa, può cercare di piazzarsi il più in alto possibile in ciascuna delle competizioni a cui prende parte e cercare di vincere alcuni riconoscimenti (in Italia sono sostanzialmente questi: Scudetto, Coppa Italia, Supercoppa d'Italia, in ordine di importanza, e poi, se vogliamo, Scudetto, Coppa Italia e Supercoppa d'Italia "Primavera", oltre magari al "Viareggio": in Europa e nel mondo sono, nell'ordine, la Coppa Intercontinentale, la Supercoppa d'Europa, la Coppa dei Campioni, la Coppa delle Coppe ora confluita nell'Uefa, la Coppa Uefa). Tutto qua (si fa per dire); quindi anche se ai numeri va sempre accompagnata la cronaca e il commento, al fine di non renderli troppo aridi e di dar loro un senso compiuto, è anche vero che alla fine contano soprattutto i numeri globali ottenuti al fine di stilare un giudizio. Se qualcuno di quelli citati in questo post dovesse risultare un poco inesatto, mi scuserete: ma non è un 68 al posto di un 66 che può invalidare discorsi generali come quelli che sto facendo.

Lo so, lo so, scrivere a derby perso mi espone il rischio di passare per quello che svillaneggia l'uva perché non può coglierla, ma correrò il rischio fidando nell'intelligenza dei lettori. Leggo Gasperini [lunedì ha dichiarato che obiettivo primario della stagione del Genoa era superare la Samp in classifica e ormai poteva dirsi cosa fatta] e penso: se sapessi che la Samp si pone come primo obiettivo stagionale quello di "finire davanti" al Genoa ne sarei profondamente deluso. Seguite il ragionamento: la sana rivalita'cittadina e' bella, ma e' il sale sulla pietanza, non la pietanza; e' bello primeggiare a Genova ma e' un optional. Non baratterei mai un trofeo, una finale, un piazzamento di prestigio con uno o piu' derby o con la supremazia cittadina in classifica. Sono convinto di pensarla come il 90 per cento dei rossoblucerchiati. La ciliegina sulla torta eccita eccome ma, se devo scegliere, tengo la torta senza il ricamo.

D'altra parte genoani e sampdoriani, pur essendo "cugini", sono da sempre un po' diversi. In particolare i primi sono molto più volubili (cadono con estrema facilità in profonde depressioni come in esagerati stati di esaltazione), i secondi un po' più equilibrati e, sicuramente dal '79 in poi, più civili e maturi nel manifestare la loro eventuale e occasionale insoddisfazione nei confronti della squadra: potrei citare decine di episodi, alcuni dei quali anche poetici o incredibili, a conferma di questa risaputa teoria, ma sono fatti noti, perlomeno ai tifosi dei due sodalizi sportivi. I primi, inoltre, probabilmente perché quasi mai sono arrivati "prima" dei rivali (è un fatto), soffrono da sempre, a mio avviso, di un leggero e in parte comprensibile complesso di inferiorità che li porta a guardare sempre in casa blucerchiata, a cercare di far meglio, a parlare della Sampdoria troppo spesso e troppo spesso a sproposito, con frecciatine, riferimenti poco carini ecc. durante tutto l'anno, in uno stillicidio continuo e che trovo fastidioso, come lo troverei fastidioso se a farlo fossimo noi. Difatti, quando a comportarsi così è un esponente della sponda blucerchiata (per esempio la frase di Cassano dell'anno scorso sui "visi" pallidi") è forte lo stupore, dato che quasi mai escono simili frecciate da casa Samp e quasi mai i sampdoriani fanno la corsa sui cugini o pensano le cose del mondo sempre in rapporto ad essi...
Devo essere sincero, questa costante attenzione dei rossoblù nei confronti dei blucerchiati, ance quando davvero non ve ne sarebbe motivo, questa costante rivalità esasperata forse determinata come detto da un malcelato senso di inferiorità (il Genoa ha vinto sì nove scudetti, moltissimi dei quali però disputati in un weekend e non in 30 partite, ma per il resto dal '46 -data di nascita della Samp- ad oggi ha ottenuto risultati modestissimi se rapportati a quelli dei "rivali"), mi disturba, ne farei a meno. Sarà che, pur essendo blucerchiato fin nel midollo, non vivendo più a Genova sento meno la rivalità cittadina, ma io al Genoa penso davvero poco, giusto in occasione del derby e poco più: pensarci di più non avrebbe senso, per me. Altri sono i cieli a cui volgiamo lo sguardo fiero! Ribadendo però, è meglio sottolinearlo, che un derby, dato che si deve giocare, è meglio vincerlo.

Forse un po' più di equilibrio non guasterebbe. Poi, è chiaro, ognuno è libero di continuare a fare affermazioni assurde, campate in aria o proprio fantascientifiche, tanto il fatto è la cosa più ostinata del mondo e i fatti , se proprio ci si deve appellare agli aridi numeri, parlano chiaro. Se invece lasciassimo da parte statistiche e numeri, se non per fugaci consultazioni, e ci ricordassimo di divertirci tutti insieme, allo stadio come al campo di allenamento come a casa davanti alla tivù, bè, forse, sarebbe tutto più bello e più vero (oltre che più sensato)!

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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