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lunedì 14 settembre 2020

Asinoni in cattedra


Anni fa una tizia su twitter corresse un mio refuso, nel mezzo di una discussione, affermando che io nemmeno sapevo scrivere in corretto italiano. Andai sulla sua timeline e subito, tre secondi netti (record Europa Occidentale) trovai tre errori, di cui due gravi, in una riga e mezza di bio. Non volevo crederci. 
Quando capita questo, e cioè che un presunto professore mi corregge un errore che invece è un refuso e poi si dimostra facilmente asino, io ci vado giù proprio duro.

In genere io non faccio mai notare gli errori agli altri, e di certo non i refusi. Lo faccio di rado (i refusi mai), ma solo se l’autore ha già offeso e solo se semina errori come se piovesse. Altrimenti lo trovo inelegante.

Oggi è successo di peggio, mi hanno corretto un errore che invece tale non è. Mi eccita molto questa superbia tronfia dell’asino che sale in cattedra.

Io cito una definizione di Furio Colombo sul fascismo. E dico che è di Colombo.
Il tizio mi dice che è una bella idea e chiede se è mia o se l’ho trovata nel sacchetto delle patatine e, semmai, di quale marca. E già qui dimostra di aver letto il mio breve commento coi piedi. Ma passi.

Uhm...

Io rispondo facendo notare che avevo detto chiaramente di chi era la frase.
E scrivo: “Non ti applichi. L’ho scritto, è di Furio Colombo”

Il tizio mi risponde, incredibilmente, come in foto 1. Stentavo a crederci.

Io ho risposto come in foto 2.

In pratica non ha capito niente, pensa che “l’ho” sia un errore e non conosce , è palese, l’uso della virgola. Filotto. Fin qui, nulla di male: fare errori è umano, anch’io ne faccio ehehe (refusi poi non ne parliamo). Ma si erge a professore e mi bacchetta, l’asinone.
E allora si becca la raffica di risposta.

Signur, dammi la forza. 







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