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venerdì 21 novembre 2008

Un ponte che non unisce

Oggi il nostro amato (dal 72% di noi) Presidente del Consiglio dei Ministri, Berlusconi, ha rilanciato la proposta di istituire le classi separate per i figli di immigrati che ancora non conoscono bene la nostra lingua, le cosiddette “classi ponte”. Di questa proposta non si parlava da una ventina di giorni e non se ne sentiva la mancanza. Berlusconi invece sente evidentemente la mancanza di un ponte e, non potendo realizzare quello di Messina, si arrangia come può. La proposta è, per Berlusconi, “logica e doverosa” e pensata per il vantaggio degli stessi bambini immigrati (ora dovranno ringraziarlo?) e delle maestre. Dalla Lega, alla quale non par vero questo sostegno alla mozione Cota, ecco urla di giubilo. Il PD insorge, ma tanto il PD non conta nulla. Serve ricordare a chi mi legge che le "classi ponte" non sono contenute nel decreto Gelmini, ma in una mozione approvata alla Camera su proposta della Lega Nord? Sì che serve, perché questa vistosa inesattezza in cui è caduto il premier avvalora l’ipotesi, del resto balenata nella mente di molti sentendolo parlare, che egli non sapesse bene di cosa stesse parlando.


Entrando nel merito possiamo dire che si tratta di una proposta inutile anzi dannosa; idiota, se si vuole essere più precisi; venata di latente razzismo se si vuole rifinire il concetto. Del resto non basterebbero gli alberi della Terra se volessimo stampare su carta tutte le affermazioni e le iniziative razziste di cui si sono resi protagonisti gli esponenti del PDL, e della Lega Nord in particolare, nel corso degli ultimi quindici anni. E di razzismo hanno parlato la CGIL, l’IDV e moltissimi altri esponenti di spicco della società civile. Né viene chiesto il parere di chi ogni giorno lavora nelle scuole e cioè degli insegnanti, che sanno per esperienza quanto sia fasulla la ratio di questa mozione. Se diamo retta a linguisti, insegnanti, pedagoghi apprendiamo che questa misura non è in grado di sortire l’effetto sperato: i bambini stranieri imparano meglio e più velocemente l’italiano se studiano assieme ai bambini italiani. "Tutte le ricerche pedagogiche e gli studi sull'educazione linguistica" – afferma don Tonio Dall'Olio, responsabile dell'area internazionale di Libera ed ex-coordinatore nazionale di Pax Christi, "dicono che la sfera affettiva e relazionale è essenziale per imparare una lingua, una cultura, per favorire in tutti i modi possibili l'apprendimento". (fonte: Asca). Se diamo retta al buon senso e all’esperienza sul campo, sappiamo che è così. Vi sono già metodologie didattiche che consentono il recupero a tutti quei bambini che per un motivo o per l’altro sono in leggero ritardo nel loro percorso di crescita. Dovremmo allora prevedere classi separate e in questo caso non temporanee anche per i cretini (rallentano l’attività didattica a scapito degli intelligenti), per i ripetenti (hanno un livello di preparazione diversa rispetto ai frequentanti regolari), per gli scalmanati (disturbano gli studenti modello), per i diversamente abili, per i poveri, e chissà per chi altro.


Cosa possiamo concludere, dunque? Che l’idea delle classi ponte risponde a una logica che è l’esatto contrario di quella dell’integrazione e che in questo modo ci si allontana da quel multiculturalismo che sta alla base della serena accettazione del diverso da noi e della comprensione dell’enorme ricchezza che solo la diversità è in grado di darci. Si compromette il diritto di tutti i bambini ad avere pari opportunità di apprendimento e si rischia di trasferire dalla scuola alla società questa spinta discriminatoria, rischiando altresì di alimentare le derive xenofobe e razziste già presenti nel nostro Paese e decisamente in crescita negli utlimi anni. Senza contare il rischio di segnare pesantemente da un punto di vista psicologico i bambini stranieri costretti a frequentare classi separate.
E poi sorgono spontanei alcuni interrogativi. Un bambino bergamasco o napoletano che abitasse in un paese e a sei anni parlasse bene il dialetto e male l’italiano, verrebbe incluso nelle classi ponte e costretto poi anche lui a sostenere un esame di lingua prima di venir ammesso nelle classi “normali”? Chi non riuscisse a passare il citato esame, rimarrebbe a vita nelle classi ponte o si vedrebbe negato il diritto allo studio? Perché non prevedere un esame di italiano per tutti, italiani e no, all’ingresso del percorso scolastico?

Chi difende la proposta dice che all’estero hanno fatto qualcosa di simile (Croazia, Repubblica ceca, ecc.). Ma non vedo da quando questo fatto basti da solo a legittimare una misura interna: quando si diceva che le vergognose leggi ad personam non sarebbero state possibili in nessun paese occidentale che avesse voluto definirsi civile, si veniva tacciati in malo modo e accusati di essere antiberlusconiani, comunisti o chissà cos’altro.


In realtà chi ha a cuore l’integrazione non può che repellere una misura come questa che, sulla base di ragioni pretestuose e di finalità smentite ampiamente dall’esperienza passata, dai pareri di illustri studiosi e dal comune buon senso, introduce la discriminazione già sui banchi di scuola. Un conto è pretendere che chi arriva nel nostro paese ne rispetti le leggi, i costumi e le usanze (anche se siamo noi i primi a farcene beffe, spesso), un altro è continuare a nutrire il proprio cuore con questi assurdi, anacronistici e disumani pregiudizi, che del resto albergano nell’animo di molti Italiani, non solo in quello di alcuni politici. Ma spesso è il cattivo esempio del “maestro” a condurre l’alunno fuori dal seminato e, francamente, mi riesce difficile immaginare mestri peggiori di quelli che adesso scaldano (senza essere stati eletti) gli scranni del Parlamento.

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)


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