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sabato 25 aprile 2009

25 aprile, festa di tutti quelli che sono in festa

Oggi è il 25 aprile. Ricordo che da piccolo mi sono spesso chiesto il significato di questa ricorrenza senza però riuscire ad approfondire mai il discorso; crescendo ho saputo quel che c'era da sapere, ho sentito le ragioni dei vinti e quelle dei vincitori e ho capito che il pericolo maggiore sarebbe stato quello di dimenticare, o di travisare ad arte, certi eventi: perché se è vero che la verità è sempre difficile da individuare, che il torto e la ragione non stanno quasi mai tutti da una parte sola e che spesso la storia viene scritta dai vincitori, è tuttavia anche vero che abbiamo il dovere, verso noi stessi, verso quelli che ci hanno preceduto, e che hanno versato il loro sangue per garantire a noi una vita libera, e verso i nostri figli, di non dimenticare mai le lezioni della storia e di opporre sempre e comunque una strenua "resistenza" a tutti i tentativi di stravolgere il senso di quel che avvenne in quegli anni, da qualsiasi parte provengano e siano essi frutto di ignoranza, di ingenuità o al contrario di disonestà intellettuale.

Non molti decenni fa, nel cuore della "civile" Europa, sono avvenuti crimini orrendi che ancora urlano vendetta dal profondo dell'inferno che li ha partoriti. Ci sono stati uomini che hanno combattuto da una parte e uomini che hanno combattuto dall'altra; spesso appartenevano alla stessa famiglia. Entrambe le parti hanno pianto i loro morti, e sebbene si debba lo stesso rispetto ai morti di qualsiasi colore e qualunque sia la causa per la quale hanno dato la vita, è anche vero che gli uni combattevano per una causa nobile, la libertà dall'oppressione del giogo nazi-fascista, e avevano ragione, mentre gli altri combattevano nelle fila dell'Impero del Male, e avevano torto. Avere sempre chiaro in mente questo irrinunciabile distinguo è un preciso dovere di chiunque voglia essere considerato un cittadino maturo e responsabile a tutti gli effetti; distinguere le ragioni degli uni e quelle degli altri non significa coltivare antiche divisioni, rinfocolare odi mai sopiti o minare la raggiunta unità nazionale, vuol dire semplicemente non far torto alla verità dei fatti. Raccontando come si svolsero effettivamente le cose, in quegli anni difficili, si rispettano i morti dell'una e dell'altra parte; prestando il fianco a disonesti revisionismi di menti nostalgiche si fa un torto alla verità e soprattutto si getta fango su chi, sbagliando oppure essendo nel giusto, sacrificò comunque la sua vita per un'idea. E, da ultimo, ci si espone al rischio sempre molto concreto che certe idee possano tornare a galla, dal fetido pozzo in cui sono state a forza cacciate, e possano tornare ad inquinare le menti e la vita degli uomini.

Io non penso, a differenza di quel che sostengono alcuni, che tutti debbano obbligatoriamente festeggiare il 25 aprile; ritengo che lo debba festeggiare con gioia chi condivide determinati valori e chi prova riconoscenza per tutti quelle persone, di età, di origine, di estrazione sociale e di idee politiche diverse che, svariati decenni fa, non esitarono ad affrontare una vita di disagi, di sacrifici e di pericoli, pur di liberare il suolo della patria da oppressione, dittatura, stermini, deportazioni, angherie, rappresaglie, eccidi, torture, ingiustizie e pur di ridare una speranza a un popolo provato da decenni di una stupida e brutale dittatura, da una perversa alleanza con gli angeli del male e da una guerra insensata e che tanto sangue e tante lacrime ha fatto versare.
E penso che lo possa e lo debba festeggiare anche chi, pur avendo condiviso in buona fede certi valori che la storia ha poi mostrato in tutta la loro brutale insensatezza, ha comunque superato l'antico odio, ha riconosciuto di aver avuto fiducia in ideali marci sin nel midollo e poi, pacificato, ha saputo godere della ritrovata libertà al fianco di chi in quella libertà fin dal primo giorno aveva creduto e di chi per quella libertà fin dal primo giorno aveva combattuto con tutte le sue forze.
Penso invece che chi ancora oggi è convinto di aver avuto ragione ad uccidere in nome di Mussolini e di Hitler, chi non si ribellò e non si ribellerebbe nemmeno oggi alle vergognose leggi razziali approvate anche dal nostro paese, alle deportazioni e allo sterminio sistematico di persone innocenti, chi in quella follia ancora crede e di quella follia ancora si nutre, pensando che tutti i partigiani fossero comunisti che semplicemente lottavano per poter innalzare un altro vessillo di morte, possa e anzi debba restare in casa, in una giornata come questa, perché l'ipocrisia di chi non sente fino in fondo davvero suo questo paese nato dalle macerie di una guerra sanguinaria o di chi ancora equipara chi è morto per donarci la libertà e chi è morto per togliercela non ci serve e non fa bene alla società.

Ecco perché non approvo i tentativi che spesso si fanno di voler racchiudere tutti, ma proprio tutti, nell'ampio cerchio di quelli che si sentono parte di una nazione ferita ma ormai pacificata, memore degli antichi orrori e degli indelebili errori ma capace anche di guardare al futuro, sopendo antichi rancori senza per questo però sentire anche il bisogno di livellare incancellabili differenze, perché perdonare o pacificare non equivale a mistificare; tutti, ma proprio tutti, quindi anche quelli che all'interno di questo cerchio non vogliono stare, che di questo cerchio non vogliono saperne.

25 aprile festa di tutti, dunque? Certamente. Ma di tutti quelli che, nell'intimo del proprio cuore, la sentono gioiosamente come tale e non di quelli che ancora oggi la vivono con rancore come una festa della parte avversa, come una ferita ancora aperta e in attesa di una rivalsa che sarebbe infinitamente ancor più stupida degli antichi errori ed orrori.
(*)

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)


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