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domenica 24 gennaio 2010

A single man (di Tom Ford)

Decidi di spendere sette euro per l'esordio di Tom Ford alla regia e capisci che per fare un film ci vuole impegno, serietà e capacità, ma senza un po' di talento (quella cosa che non si impara) vai poco lontano: ecco perchè uno che fino a ieri faceva lo stilista di successo oggi è il regista, sceneggiatore e produttore di un'opera prima incredibile. "A single man", diciamolo subito, non è un bel film, ma di più. E' un film che quanto a bellezza toglie il respiro.

(attenzione: questa recensione potrebbe rivalarti qualche particolare che potresti non voler conoscere prima di assistere al film)

Girato in stato di grazia, ti avvolge come un incantesimo. La perfezione formale notevolissima e la maniacale cura dei dettagli che lo caratterizza e della quale si è molto parlato soddisfa certamente l'occhio ma non serve a mascherare, come spesso accade, una mancanza di contenuti; esalta invece il profondissimo significato dell'opera, tratta dal libro di Christopher Isherwood. Se a tutto questo aggiungete una padronanza tecnica del mezzo davvero inaspettata in un esordiente, una sorprendente capacità di fare poesia e di arrivare al cuore dello spettatore manovrando una macchina da presa e la recitazione meravigliosa di Colin Firth e di Julianne Moore, risulta evidente come non potesse uscirne che un'opera di altissimo livello. E se ve lo dice uno che non ha tanto in simpatia gli stilisti e che è molto severo con i neofiti, potete crederci. Certo, se siete persone che non riescono a seguire nulla di più lento di un action movie o che si fanno prendere dal mal di testa se per cinque minuti non c'è dialogo o se entro i primi quindici non c'è un conflitto a fuoco, o peggio ancora se siete tipi superficiali e razzisti, allora non è il film che può rendervi la serata memorabile e, detto fra noi, nell'ultimo caso non meritate assolutamente di avere serate così.

Penso che non sia eccessivo dire che la morte ha un ruolo da assoluta protagonista nel film. La morte che pone fine alla vita e toglie il senso della stessa a chi rimane. E l'amore, che dà un senso alla vita e, proprio perchè più forte della morte, rende impossibile viverla quando questa irrompe in un'esistenza. E per amore intendiamo l'amore, senza stupide distinzioni o paletti buoni solo per gli idioti. Solo chi ha un cuore libero da sporcizia può in effetti godersi questa storia nella sua straziante e commovente bellezza, nella sua angosciante e così vera tristezza, nel suo profondissmo significato: gli altri possono solo sghignazzare, o sentirsi inadeguati (e hanno ragione a sentirsi così perchè lo sono) o apprezzare parti del tutto (la cura formale, la recitazione, ecc.) ma non il tutto. La morte è protagonista perchè spezza un amore e svuota di senso una vita; viene poi cercata ma senza successo; riappare alla fine quando non è più voluta e quando in ogni caso niente è più come poco prima.

Davvero un pezzo di bravura il montaggio alternato che caratterizza il film, con continui flashback in ralenty e musica che non appaiono mai come inutili virtuosismi ma invece, funzionali alla narrazione, gettano chi guarda direttamente nell'abisso di dolore e solitudine in cui sprofonda quella sera il professor Falconer, consolato da una Julianne Moore che di abisso personale ha il suo. Un'unione struggente di due disperate solitudini che fingono felicità e cercano di tirare avanti facendosi forti l'uno della capacità di fingere dell'altro. Davvero straziante l'atmosfera che si respira la sera della cena a casa della Moore: difficile rendere così bene e con così tanta naturalezza sentimenti così forti senza strafare ma semplicemente riuscendo a farli fluire con naturale pienezza sino al cuore di chi guarda: siamo parte del vuoto che il professor Falconer sente dentro di lui e attorno a lui, non vi stiamo solo assistendo; sentiamo anche noi quel senso di inutilità e di insignificante vuoto che rendono un inferno le sue giornate, ogni singolo attimo di quelle. La forza del film è questa straordinaria capacità di coinvolgerci e di risucchiarci al suo centro: lo vivi, più che guardarlo; Falconer sei tu, potresti essere tu, forse lo sei stato e ne sei uscito, magari in modo diverso, oppure ci sei ancora dentro a questo abisso di non-vita in cui il passato ti tormenta in modo insopportabile, il presente è un'impresa insostenibile e il futuro non riesci più a vederlo.

E' anche un film sull'omosessualità e sulla grande forza d'animo e sicurezza di sè che sono necessarie per vivere liberamente il proprio amore in una società che discrimina ed emargina i diversi: il dolore del professore è acuito dalla circostanza di non poterlo mostrare, di doverlo vivere di nascosto, senza poter nemmeno partecipare al funerale "riservato ai familiari". Era l'America degli anni '60, e se guardiamo alla società di oggi ci accorgiamo che ben poco è cambiato. Ed è un film sulla bellezza: sulla bellezza dell'amore, sulla bellezza delle cose che molto spesso non notiamo ma che a volte, se colta, può essere così forte da farci male e può ridare un significato a una vita che sembrava non averne più.

Che dire poi della stupenda lezione universitaria sul tema della paura? La paura come contrario della conoscenza, come arma usata dai governi e dai poteri in generale per spaventare la gente e per poterla controllare, seminare il terrore del diverso da te per poter giustificare qualsiasi virata reazionaria.

Il professor Falconer, che non trova più alcuna ragione per continuare a vivere, impara in questa piccola odissea personale ad apprezzare la vita e le piccole cose, che sono le più importanti. La lezione che ci dà è quella di vivere senza paura e di imparare ad apprezzare i momenti e le cose che sembrano insignificanti ma che invece spesso si rivelano come i più importanti. Cerca la morte senza trovarla, poi la morte trova lui, ma a quel punto trova un Falconer diverso da quello dell'inizio, un uomo che forse adesso può anche morire perchè ha capito il senso della vita, perchè ha finalmente capito che si può andare avanti nonostante tutto e perchè, dopotutto, dalla vita ha avuto quello che molti, per avverso destino o perchè impuri di cuore, non riescono ad avere nel corso di un'intera esistenza.

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A Single Man
U.S.A., 2009, 99'
Regia: Tom Ford
Cast: Colin Firth, Julianne Moore, Matthew Goode, Ginnifer Goodwin, Nicholas Hoult, Paulette Lamori, Lee Pace, Keri Lynn Pratt, Ryan Simpkins, Teddy Sears, Ridge Canipe
Trama (da filmup.leonardo.it):
Ambientato a Los Angeles nel 1962 durante la crisi dei missili successiva all’invasione USA a Cuba, "A Single Man" è la storia di George Falconer, un professore inglese di 52 anni che cerca di dare un senso alla propria vita dopo la morte del suo compagno Jim. George indugia nel passato e non riesce a immaginarsi un futuro, ma una serie di eventi e di incontri lo porteranno a decidere se ci sia o no un significato nel vivere senza Jim...
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Di questo film, dopo averlo visto e dopo averne scritto, ho letto diverse critiche. Alcune negative (è normale), altre, anche di penne prestigiose, davvero insulse per la visione superficiale con la quale lo hanno giudicato: un vetro appannato non ti fa vedere con chiarezza. Sono queste ultime che accetto a fatica, perchè a differenza delle prime criticano un'opera senza saperne evidenziare limiti o pecche, mostrando chiaramente di non averla apprezzata soprattutto per il fatto di non averla saputa o voluta capire. Il fatto di dover giudicare un esordiente o un neofita che comunque già gode di fama planetaria in un altro settore dello show business non deve inquinare l'occhio con cui guardi a una nuova creazione. Resta poi sempre vero che la bellezza è (anche) nell'occhio di chi guarda. Non intendo criticare chi di questo film scrive giudizi negativi o giudizi mestamente positivi, ci mancherebbe: ma contro chi giudica senza aver capito, e lo mostra con chiarezza in quel che scrive.

autore: mauroarcobaleno (blog.mauroarcobaleno.it)

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